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31
Mar 14

L’Oasi di Persano minacciata da due discariche

Il clima della Campania garantisce precipitazioni piovose dall’autunno alla primavera. Il periodo estivo è tipicamente siccitoso. Le attività agricole specializzate della piana del Sele, durante l’estate, sono possibili grazie all’acqua erogata dalle grandi sorgenti alimentate dai rilievi montuosi calcarei che alimentano il fiume con portate complessive di circa 15 metri cubi al secondo. Nel 1932, durante il regime fascista, fu inaugurata la traversa di Persano, nel comune di Serre, che costituisce uno sbarramento mobile per fare sollevare l’acqua in modo da essere incanalata e trasportata per gravità agli impianti di irrigazione della piana. Il rallentamento dell’acqua fluviale ha consentito la formazione dell’area umida che alcune decine di anni dopo è diventata l’area protetta ‘Oasi di Persano‘ gestita dal Wwf.
Le acque dell’Oasi riforniscono ogni anno circa 250 milioni di metri cubi di acqua (equivalenti all’acqua accumulata in uno dei più grandi bacini artificiali d’Europa) agli impianti irrigui.
Gli interventi realizzati tra il 1932 e gli anni 80 sul fiume Sele costituiscono un bell’esempio di saggia gestione della risorsa idrica in una cornice definibile di ‘sviluppo sostenibile e duraturo’ dell’ambiente naturale e antropizzato.
La sinergia tra risorse ambientali e interventi umani ha fatto si che l’area dell’Oasi di Persano sia diventata un vero e proprio monumento ambientale.

Senza quest’acqua la piana del Sele sarebbe destinata al degrado produttivo, alla desertificazione economica e sociale.

L’acqua eventualmente inquinata determinerebbe la morte dell’Oasi e dell’economia agricola che garantisce la vita a decine di migliaia di persone.
Le leggi nazionali e regionali hanno tutelato questo monumento fino all’esplosione dell’operazione deviata chiamata emergenza rifiuti in Campania.
E’ evidente, come era evidente all’epoca di Bertolaso commissario straordinario nominato dal presidente del consiglio dei ministri e di Pecoraro Scanio ministro dell’Ambiente, che l’area dell’Oasi di Persano rappresenta una zona di grande valenza ambientale e socio-economica dove non è assolutamente possibile realizzare discariche a poche centinaia di metri di distanza dal fiume Sele e per di più in siti non idonei geoambientalmente.

Eppure, irresponsabilmente, il commissariato con Catenacci prima, e lo stesso ministro dell’ambiente subito dopo, hanno costruito due discariche, una a Basso dell’Olmo nel comune di Campagna e l’altra in un bosco chiamato Macchia Soprana nel comune di Serre. Impianti mal realizzati, discariche che non garantiscono la tutela delle acque del Sele. In due anni hanno disseminato due mine inquinanti sul cuore ambientale dell’economia della Piana del Sele. (fonte: Cilentonotizie.it)


31
Mar 14

Illuminismo imprenditoriale italiano: prendiame tutto il Sudde e facciamo un grante Sciàrmalscèc

No dico, io davvero muoio dalle risate e realizzo che l’Italia non ha più futuro (vittima di una immensa implosione culturale,politica,economica,sociale,morale,religiosa ecc) quando ascolto i pareri illuminati dei modelli di imprenditoria italiana.

Non sto parlando di Briatore ma di Oscar Farinetti, il fondatore di Eatitaly. E se proprio lui che dell’identità alimentare fa un cavallo di battaglia e l’oggetto del suo intraprendere, cade in un reticolo di banalità e luoghi comuni, beh abbiate pazienza, caliamo giù questo sipario al più presto.

Farinetti, intervistato da Scanzi per il Fatto Quotidiano, in un orgasmo intellettualprogressistaliberalimprenditoriale vuole risolvere così i problemi del Mezzogiorno: cioè prentiame il sud che è la terra più bella tel monde, trasformiamola in una grande, immensa Sciàrmalscèc, esenzione fiscale di 10 anni per tutte le murtinazzionale che venghen a investì, possono assumere solo li taliani..Ma tante non vengheno..c’è la mafia e hanne paura…Mannagg…

Siamo davvero messi male.

A parte la grossolana generalizzazione sul sud mafioso a priori, qualcuno dica a Farinetti che a) la mafia è ovunque ma proprio davvero, lo giuro, ovunque e nella regione in cui è nato c’è qualche comune sciolto per infiltrazioni mafiose b) se proprio vogliamo essere onesti intellettualmente, la mafia non s’è mai fatta problemi a fare impresa. Dove conviene ovviamente. E, pecunia non olet, quando si tratta di sghei, nessuno s’è mai tirato indietro dal fare affari con la mafia. Figuriamoci poi quelle educande di multinazionali. Senza alcuna distinzione geografica o regionale.

Ma come si può ridurre il Mezzogiorno, ricco di una congerie vastissima di unicità e tipicità culturali, agroalimentari, enogastronomiche, ad una immensa globalizzata Sciàrmalscèc? E sarebbe questa l’originale ricetta? No perchè a me sembra il pensiero della buona madre di famiglia quando apre il frigorifero e vede che c’è un sacco di roba che sta per scadere e allora prepara un indistinto minestrone.

Ma poi, dico, occorre chiamare le multinazionali straniere per creare Sciàrmalscèc al Sud?

Ma Farinetti lo sa che il Mezzogiorno è ricco di idee imprenditoriali , di giovani soprattutto, e che vengono poi attuate all’estero perchè , ad esempio, se chiedi un prestito a Crotone, e con la benedizione di tutte le divinità del Pantheon ti viene concesso, paghi dalle 3 alle 4 volte in più in percentuale, di interessi, rispetto a chi lo chiede e lo ottiene a Bolzano?

Che la macchina che ti scarrozza in giro ti costa meno del premio RC auto che devi pagare in più (per assicurarla) rispetto agli altri imprenditori della penisola, perchè che la legge sia uguale per tutti, in Italia, è solo uno auspicio, più che la realtà?

Che se poi tutto ti va bene e diventi ricco, e ti vengono a chiedere il pizzo e tu vai a denunciarli, qualcuno in divisa potrebbe risponderti “uuuhh..ma quanto zelo ma ti conviene?”

Che se poi tutto ti va proprio bene bene, e fai Sciàrmalscèc in Calabria manco la mano del Padreterno o gli ufi con le astronavi riescono a farti arrivare i clienti nella tua piccola Sciàrmalscèc perchè le stazioni ferroviarie sono soltanto una illusione della mente e l’idea di “viaggio” è associata solo ad esperienze di tipo lisergico (grazie Moretti)?

Che se poi non vuoi usare il treno, ti resta sempre la Salerno-Reggio Calabria (sic!)? Strutture aeroportuali? Varie ed eventuali.

Che se gli va ancora bene, fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. (citaz da Se Steve Jobs fosse nato a Napoli).

Che se poi pure questa ti va bene dopo tre o quattro mesi, viene un esperto della pizza, del caffè, del puparuolo mbuttunato o del comitato di sciarmalsceccologia e rilascia una intervista che “clamoroso, sembra Sciàrmalscèc ma non lo è, e il caffè fa schifo, la mozzarella è bianca e la pizza sa di pizza”, e il concilio ecumenico della stampa italiana (corsera,repubblica in testa) titolano: “Solita truffa al Sud, finta Sciarm per fregare i turisti, costruita sopra rifiuti nucleari, falde all’uranio e caffè rancido”. E magari tirano fuori un dossier sull’acqua del 1900 in cui si scopre che se la bevi ti trasforma in zombie?

Allora Farinetti, francamente, il problema del Sud non è trashfommalla in Sciàrmalscèc, con le palme, il cocco e l’indigeno che ti soscia con la palma, e non sono neppure le multinazionali che ti fanno la carità come in Lucania, dove le società petrolifere (eeh le multinazionali) pagano le royalties meno che in Nigeria). Il problema del Sud è continuare a farci sopra immense masturbazioni mentali (l’assistenza,il credito di imposta ecc), come se si parlasse degli avanzi lasciati in frigo. Con l’aggravante di non avere alcuna cognizione di causa. Ma vuoi vedere che hanno ragione i veneti e il problema del Sud alla fine della fiera è proprio l’Italia com’è ora? Farinetti, mi creda, basterebbe iniziare ad adeguare le tariffe Rc auto al resto dell’Italia. Offrire a tutti i territori parità di condizioni nell’accesso al credito. Ed una comunicazione che la smetta di considerare il Sud, il castello degli orrori dell’Italia e uno Sciàrmalscèc pezzotto.

PS: ovviamente la facciamo abusiva, tanto poi qualche partito con sede legale ad altre latitudini condona tutto. Pazienza, alla fine, si farà i vaghi, si dirà che questi terroni hanno una naturale propensione all’illegalità e ci si sgraverà d’ogni responsabilità.


31
Mar 14

Peppe Barra, dottore

Finalmente una laurea honoris causa, concessa con ..cognizione di causa. E Peppe Barra, una delle ultime icone viventi e custode dell’ethos partenopeo, lunedì scorso, alla Federico II è diventato dottore.

Nato “per caso” a Roma da una famiglia di attori, padre napoletano e madre procidana, la sempiterna Concetta Barra, Peppe Barra ha ricevuto la laurea ad honorem in letteratura, scrittura e critica teatrale nella splendida chiesa dei Santi Marcellino e Festo, che viene aperta dall’Università Federico II soltanto in rare ed importanti occasioni.

Così Paolo Isotta sul Corriere  della Sera racconta l’evento:

i professori (simpaticissimi) Arturo De Vivo e Pasquale Sabbatino sono stati di una concisione eccezionale; e lo stesso Peppe lo è stato nel tenere la sua lectio magistralis. Questa è stata costituita dal racconto della favola di Amore e Psiche da Apuleio, dalla recitazione della novella ‘A vecchia scurtecata («La vecchia scorticata») dal Pentamerone di Giovan Battista Basile, e dall’interpretazione di alcune canzoni classiche napoletane: alle undici e un quarto la cerimonia aveva avuto inizio e all’una meno un quarto eravamo fuori in una piovosissima giornata.

Il conferimento della laurea a Barra è stato un avvenimento di grande importanza nel mondo della cultura tutta, non solo in quello teatrale: giacché quest’attore-cantante rappresenta ormai uno dei punti fermi della nostra cultura nazionale. E tento di spiegarlo; giacché il suo dedicarsi a Napoli e alla lingua napoletana travalica i confini locali: essa città e lingua sono patrimonio nostro e poi dell’umanità. (insomma, quando essere napoletani non crea disvalore o diminutio agli occhi dell’opinione pubblica italiana, ndr)

Ecco una intervista in cui Peppe Barra dimostra una fortissima sensibilità identitaria:


31
Mar 14

Lo scoop di Basilicata 24 e quel dossier coperto da “divieto di divulgazione”

Basilicata 24 pubblica oggi un interessante ed esclusivo documento che fa luce sulla zezzenella energetica lucana ecco un breve estratto:

La Regione Basilicata ha stretto, negli anni passati, accordi con Total ed Eni, affinché i pareri scientifici esterni richieste dalle compagnie petrolifere a studi di analisi e consulenze ambientali rimanessero chiusi nei cassetti. Noi invece oggi ne parliamo, dopo essere venuti in possesso di uno studio “secretato” sulla incidenza ambientale delle prospezioni nella Valle del Sauro.

La Total Italia richiese all’incirca 4 anni fa al laboratorio toscano “pH s.r.l. – Analisi e consulenze” di redigere uno studio di valutazione d’incidenza ambientale per le sole prospezioni sismiche in Valle del Sauro, l’esito? Un no chiaro e preciso, scritto in grassetto a pag.347, dove si scrive: ”si ritiene di dover applicare il principio comunitario di precauzione e dichiarare in ragione di tale principio, una potenziale incidenza negativa sulle componenti biotiche dell’area”.

Giudizio chiaro ed inequivocabile: le sole attività di ricerca del petrolio e figuriamoci l’estrazione, sono giudicate pregiudizievoli per il mantenimento di flora e fauna nella zona, la Valle del Sauro, e quindi nel resto della Basilicata?

Qui l’articolo completo


31
Mar 14

Lombardia: aspirine e nutella pagate dai contribuenti

LIbri su libri, deduzioni sillogismi che imputano ai terroni il non sapersi scegliere una classe politica in grado di risollevarli. Deduzioni che, fino ad un certo punto, è impossibile smentire.

Ma dei vibratori altoatesini e delle mutande verdi piemontesi si tace quasi avessero maggiore dignità.

Il Corsera di oggi aggiunge, in maniera dettagliata le spese pazze dei politici in Lombardia. A dimostrazione che il problema etico non ha alcuna origine territoriale.

 si parla delle numerose ricevute fiscali finite al centro delle indagini. Lo scontrino dell’acquisto a 2 euro e 70 di un vasetto di Nutella ad agosto 2011 è finito nella nota spesa di Carlo Spreafico (Pd), così come la ricevuta di pagamento di 2.190,29 euro che ha saldato Gianmarco Quadrini, capogruppo dell’Udc, per caviale e pesce. Giuseppe Angelo Giammario (Pdl) si è fatto rimborsare 120 bottiglie di vino Refosco da 1.094 euro mentre il collega di partito Gianluca Rinaldin ha speso 265,5 euro per pasteggiare con due commensali sorseggiando Brunello di Montalcino. Ci sono poi la misera coppetta piccola di Giangiacomo Longoni (Lega) e i due banchetti per circa 250 persone pagati 5.000 euro in totale dal Pd il 18 e 19 settembre 2008 di cui è chiamato a giustificare l’allora capogruppo Carlo Porcari.
Tra le voci di spesa curiose spunta anche un’aspirina, ma in molti chi hanno ritenuto fosse corretto addebitare alla Regione, quindi a chi paga le tasse, costosi iPad, iPhone, televisori a cristalli liquidi e stampanti. Ma tutti, nessuno escluso, hanno concordato nel chiedere il rimborso di ciò che hanno mangiato, da soli o in compagnia. L’elenco delle ricevute fiscali è sterminato.
La Procura sottolinea come queste spese siano state ‘anomale’, ‘eccessive’ e ‘inopportune’. (fonti: Corriere della Sera, Il Mattino)

Ed ancora:

Tra le voci di spesa curiose spunta anche un’aspirina, ma in molti chi hanno ritenuto fosse corretto addebitare alla Regione, quindi a chi paga le tasse, costosi iPad, iPhone, televisori a cristalli liquidi e stampanti. Ma tutti, nessuno escluso, hanno concordato nel chiedere il rimborso di ciò che hanno mangiato, da soli o in compagnia. L’elenco delle ricevute fiscali è sterminato.

Chissà cosa ne pensa Francesco Mauro Minervino il quale, intervistato dal Fatto Quotidiano sul caso Scopelliti, afferma che “la Calabria ha la peggiore classe politica d’Occidente ed è il laboratorio di tutti i mali d’Italia”.


29
Mar 14

Napoli: vie, nomi, identità e le mutilazioni della memoria

Lo scorso Gennaio il filosofo De Giovanni, in una intervista al Corriere del Mezzogiorno  affrontava la questione dell’identità meridionale e napoletana, in particolare, riconducendone la perdita, a causa determinante di taluni mali di Napoli. Un aspetto scevro da elementi politici o amministrativi, ma ab orgine culturale:

Al di là di certe situazioni amministrative gravi, c’è un problema ulteriore dei napoletani. Manca un’identità comune e questo fa pensare a ciascuno: io sono diverso e migliore degli altri e così faccio quello che voglio».

 

Quindi oltre il problema amministrativo ce n’è uno culturale?
«Sì, l’identità collettiva e condivisa manca perché non ha più una base culturale. In realtà noi ce l’avevamo e anche forte, ma la stiamo buttando via e ce la stanno cancellando, perché si vuole lasciare Napoli in questa condizione d’inferiorità. Il Luna Park Italia ha bisogno di un castello dell’orrore. Da qui vengono i cori di discriminazione allo stadio e la copertina dell’Espresso. Il fatto che durante la partita Verona-Inter entrambe le curve attacchino Napoli non è normale: non si tratta più di uno sfottò tra tifoserie. E dunque come si combatte tutto ciò?».

 

Appunto, qual è la ricetta?
«Rintracciando l’identità culturale smarrita. Per sentirsi fieri di essere napoletani. E non si può trattare di un processo delegato a una qualsiasi istituzione culturale, diventerebbe un fatto autoreferenziale e posticcio. La cosa migliore sarebbe l’istituzione di una cattedra di lingua e letteratura napoletana, che non esiste in nessuna università partenopea».

 

E respingeva così l’abusata (ormai) accusa di leghismo (con annessa accusa di neoborbonismo) al contrario, che serve solo per soffocare la riscoperta e la valorizzazione identitaria:

«A San Pietroburgo ‘‘Le voci di dentro”(una commedia di Eduardo de Filippo,ndr)  ha ricevuto sette minuti di applausi. Il napoletano è apprezzato ovunque e non rischiamo di ghettizzarci. Non ho certo in mente spinte neoborboniche, penso alla realtà contemporanea: oggi si canta in napoletano, dai rapper ai neomelodici. Eppure una parte della città non capisce. Una cattedra universitaria è qualcosa di vivo, molto meglio, per unire Napoli, dell’ennesimo dibattito a Scampia».

 

Tutto ciò per entrare nel merito di una notizia (chissà fino a che punto provocatoria) di un consigliere della IV Municipalità di Napoli che vorrebbe cancellare l’intitolazione di una piazza, a Carlo III, sostituendo il toponimo col nome di Enrico Berlinguer.

Ho l’impressione che certe notizie, certe valutazioni, sembrano essere create, artatamente, per generare spaccature e fratture non solo nel tessuto cittadino ma anche nell’identità di un popolo. Nella opinione della gente. Farlo, scegliendo, poi, la contrapposizione toponomastica con personaggi dall’alto e indiscutibile spessore politico e morale, alimenta ancora di più questo sospetto (arriveremo, come stiamo assistendo in questi giorni, al concilio ecumenico della stampa nazionale che rimproverà ai meridionalisti, bobbonici, ignoranti e violenti, di alimentare polemiche pure verso una figura integerrima come quella di Berlinguer, volete scommettere?)

Nulla questio nel merito dell’intitolazione ad Enrico Berlinguer, ci mancherebbe, figuriamoci, ma che senso ha sostituire? Non sarebbe molto più intelligente, aggiungere? Non ci sono luoghi sufficienti per estendere una memoria condivisa anzichè mutilarla, scegliendo chi la merita e chi no? Non sarebbe, per esempio, più coerente e simbolico intitolare, all’ex segretario del PCI, le aree prospicienti a quel che resta della tradizione operaia napoletana? Mi viene in mente tutta l’ex area industriale di Bagnoli, ad esempio.

Non mi appassionano nello specifico, le ragioni dell’appartenenza territoriale dei soggetti in questione, ma resta pur sempre in ballo l’importanza dell’identità storica di una città.

Questo il parere di Gigi di Fiore, giornalista e scrittore, sul Mattino di oggi:

 Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e… e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.

La risposta di Andrea Balia, del partito del Sud, getta acqua sul fuoco:

Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d’intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all’unanimità.

Io semplicemente credo, come De Giovanni, che estirpare da un territorio e da un popolo la propria identità, vuol dire vilipenderlo, umiliarlo, esporlo a mali che poi diventano irriducibili. Soprattutto se con questi mali si viene a patti..


29
Mar 14

Pitaro: Lombroso e Villella, ci sarà un giudice a Berlino

Sulla diatriba di questi giorni a proposito del Museo Lombroso è intervenuto Romano Pitaro, caporedattore della rivista del consiglio regionale calabrese. Così scrive Pitaro:

Oggi 28 MARZO su “Repubblica” (pag 31) viene servita una paginata per buttare fango sul “brigante” Villella, SCREDITARE la campagna volta a seppellire il suo cranio ed esaltare (ma dai!) l’ineffabile Museo Cesare Lombroso di Torino.
Una “controinformazione” la cui regia è scontata. Finalizzata ad impedire sia la chiusura del Museo degli orrori di Torino che la sepoltura di un cranio assurdamente trattenuto per far ridere i i polli (dato che parliamo di un ladro di polli) . E giustificare l’utilizzo di risorse pubbliche?
Ricordare che c’è una sentenza di un tribunale secondo cui il cranio di Villella va riportato in Calabria, “perché ingiustamente sequestrato”, certo impugnata dal Museo (vedremo come evolverà), sarà pure superfluo, ma tant’è… La sentenza esiste, vogliamo renderne conto?, il secondo round è in corso…
Il sillogismo praticato dall’articolista, in breve, è il seguente: i neoborbonici sono puzzoni (sarà pure vero, ma non sarebbe stato simpatico – lasciamo perdere la deontologia che è diventata una brutta parola – sentire anche l’opinione del presidente del Comitato “No Lombroso”: tanto per fornire un’informazione credibile, no?); tra chi contesta il Museo ci sono molte associazioni neoborboniche, ergo: il Museo è specchio di civiltà e virtù.
Peccato che la cosa non funzioni.
Io – tanto per intenderci – come tanti altri, sono non tanto per la chiusura di quel Museo (ci sono tante porcherie “culturali” in circolazione!) ma assolutamente convinto dell’urgenza, per un Paese dignitoso, di restituire il cranio di Villella al suo paese d’origine: Motta Santa Lucia.
Ma il bello di quest’operazione, evidentemente studiata a tavolino in vista del secondo grado di giudizio, è che si intenderebbe dimostrare di aver ragione non soltanto sulla “marmaglia” neoborbonica, ma sull’intera vicenda Lombroso/Villella, in quanto a scrivere di Lombroso genio incompreso (in realtà bocciato dalla scienza mondiale), di Villella “non brigante ma poveraccio ladro di polli” (quindi, se capiamo bene, uno il cui cranio, appunto perché poveraccio?, può impunemente essere trattenuto per far ridere i polli) e che in Calabria di questa storia se n’è fatta un’epopea (ma quando mai? Se in Calabria ci fosse stata un po’ di consapevolezza con tanto di adesioni a quest’ora quel cranio sarebbe già seppellito! Manu militari…) è un’antropologa calabrese. Beh!, allora sì. I conti tornano. Se persino “una stimata docente di antropologia culturale all’Università di Padova”, “calabrese”, asserisce che la testa mozzata di Villella può continuare ad essere esposta al pubblico, cosa volete di più?
Il punto è che da un pezzo alla logica è stata dato l’ostracismo, anche nei luoghi meno sospetti, motivo per cui cresce la disaffezione verso i giornali e crolla l’acquisto dei libri (se ne scrivono troppi, se ne leggono pochi e si sparano puttanate!)
Dunque,a proposito di logica: se Villella non era un brigante (ma questo è strarisaputo; nell’Italia appena unita, a colpi di fucilate nel Mezzogiorno, tutti quelli che disapprovavano erano definiti briganti e presi a calci in culo; eppoi, guardate che è stato proprio il Comitato “No Lombroso” a chiarire lo status di Villella; bastava che l’estensore dell’eccelso pezzo sentisse l’ingegnere Iannantuoni, 338 4146300, per evitare di accreditare stupidaggini) non vi pare che l’unica domanda da farsi è la seguente: che ci fa ancora il suo cranio (il cranio di un poverocristo nullatenente finito, suo malgrado, nelle grinfie di Lombroso) nel museo Lombroso di Torino?
C’è bisogno che un’alta istituzione culturale aspetti altre sentenze, perche si consenta di seppellire il cranio di una persona umana esposto bellamente in un Museo? All’autrice del libro in questione, o a chi per l’occasione ne ha sintetizzato il contenuto, che mette all’indice “una crociata antilombroso in Calabria” (tra l’altro il comitato antilombroso ha sede a Milano) ci sarebbe da consigliare un buon oculista. Perché di crociate simili, PURTROPPO, in una regione che ha già tanti affanni di cui occuparsi, non c’è assolutamente traccia. (La Basilicata ce l’ha fatta, dopo anni, a seppellire, grazie all’impegno della sua classe dirigente, del cinema e della cultura, Passannante: ma questa è un’altra storia…)
Viene da sorridere, infine, quando si lascia intendere che “i media hanno trasformato Villella in totem contro il razzismo meridionale” (quest’amenità, invero, l’ha scritta l’altro giorno La Stampa torinese). Non perché sia falsa (fermo restando che a scrivere con ragionevolezza su/di Villella sono stati pochissimi giornali), ma perché chi la scrive non l’ha proprio capita. Gli sfugge il senso, la portata storica del tema, non comprende proprio l’animus del Mezzogiorno di ieri e di oggi, che ha poco da spartire con il Borbone o i velleitari slogan secessionisti. … E spiegargliela è difficile. Falso assolutamente è che i resti di Villella non siano stati reclamati dai suoi eredi (anche questa cosa è risaputa); ma anche qui, occorrerebbe spiegare che il punto non è più il brigantaggio (valore o disvalore comunque lo s’intenda considerare) o il parentado, ma l’interesse di un Paese (di cui facciamo tutti parte ed a tutti noi caro) a rimediare ad errori ed orrori compiuti quando s’è fatta l’Unità, bene ormai imprescindibile quanto il progetto europeo.
Ecco: seppellire il cranio di un poveraccio meridionale, tra l’altro scambiato per brigante, ed esposto in un museo incentrato su teorie balorde, è la giusta cosa da fare. La giusta cosa da farsi che l’Università di Torino, nonostante dalla sua non vi sia uno straccio di ragione giuridica, etica, civile e religiosa (la Bibbia parla chiaro sul seppellimento dei morti, anche di quelli uccisi nel nome di Dio!) , non consente ancora di fare. Ma, come ricorda Bertold Brecht, in riferimento al famoso mugnaio che si scontra con l’imperatore a causa di un torto maldigerito, per fortuna “ c’è un giudice a Berlino”. Saluti!

Ps: ma a voi piace visitare un luogo con teste mozzate che vi guardano con le espressioni della foto di cui sopra?


28
Mar 14

E frulla, frulla la macchina del fango

Che da un pò di tempo fosse in atto una mirata campagna contro il meridionalismo e chi ne diffonde la voce era ampiamente dimostrato anche su queste pagine.

Dopo gli attacchi a Pino Aprile, Gigi di FIore, Gennaro de Crescenzo, Marco Esposito ad enti ed associazioni varie, è la volta del Comitato No Lombroso e del Comune di Motta Santa Lucia, che da anni si battono per la chiusura del Museo Lombroso.

L’antefatto: una scrittrice e ricercatrice, realizza un testo per smentire la vulgata di quei fetenti dei meridionalisti bobbonici sul razzismo di Lombroso. Il libro viene edito dalla casa editrice Salerno, in una collana diretta dal professor Barbero. Un libro che non mancherò di acquistare, perchè non si finisce mai di imparare e soprattutto perchè mi infastidiscono tutte le censure preventive, e le forme di inquisizione in generale.

Bene. Oggi il quotidiano La Repubblica titola:

Minacce alla studiosa che difende Lombroso.

Chi ha letto l’articolo parla di presunte minacce (meridionaliste??,sic!) alla studiosa che non ha potuto tenere la presentazione del libro a Motta Santa Lucia, il paese del presunto brigante Villella che da anni è impegnato per la restituzione del cranio del contadino custodito (ed esibito) dal Museo Lombroso.

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Sbigottito, cerco di contattare il sindaco di Motta Santa Lucia, il dottor Amedeo Colacino che, da quanto si deduce dalla lettura del pezzo, non sarebbe stato in grado di garantire la sicurezza della scrittrice. Insomma siamo arrivati a questo? Davvero è così in pericolo la libertà di manifestazione del pensiero? Che uno possa attendersi critiche a quello che scrive, mi sembra sia normale e fisiologico, ma..minacce?? In fondo si riescono a tenere presentazioni di libri di magistrati antimafia, tipo Grattieri, e non si è in grado di garantire la sicurezza di una studiosa che parla di Lombroso?

Purtroppo sono diventato diffidente, soprattutto perchè conosco l’universo meridionalista che per strada potete sì trovarlo a manifestare, ma da qui ad elaborare minacce per la pubblica incolumità mi sembra quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ed infatti il sindaco di Motta Santa Lucia scrive:

Vergogna !! Nonostante le mie precisazioni a Repubblica , sullo stesso quotidiano , di oggi , venerdì 28 Marzo , si scrive a caratteri cubitali che la presentazione del libro sul Lombroso e il brigante Villella , e’ stata rinviata per motivi di ordine pubblico. Basta fango alla Calabria e al mio paese Motta Santa Lucia. Basta falsità !!! La presentazione, come già da ieri dichiarato a Repubblica , al giornalista Massimo Novelli, e’ stata fatta semplicemente per presentare un altro libro sul brigante Villella, scritto dal prof. Cefali , in contraddittorio tra le parti. Visto le divergenti posizioni dei due libri. Niente di più . Ma nonostante ciò il giornalista di Repubblica ne ha fatto un caso. Se la presentazione del libro fosse stata rinviata a Torino, sede dello stesso giornalista, per gli stessi motivi, di trasparenza, non avrebbe trovato spazio neanche su una piccola testata locale.

Vergogna !!!

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In parole povere la presentazione sarebbe stata rimandata soltanto per dare modo di organizzare una contraddittorio, con due tesi differenti, tra due autori diversi.Nessuna ragione d’ordine pubblico.

Secondo quanto riferito dal sindaco, dunque, il caso sembra chiuso e a me sembra che si sia attivata una consapevole macchina del fango….

PS: piccola nota a margine: si continua a voler parlare con saccenza e supponenza del fenomeno meridionalista, senza alcuna cognizione di causa, riducendolo ad una esperienza esclusivamente reazionaria (anche in questo caso se si avesse cura di intervistare il presidente dei neoborbonici si scoprirebbe che tanti assunti sono erronei) conservatore e, come scrive il giornalista di cui sopra, legittimista e violento. Questo è giornalismo superficiale. Se proprio si vuole indagare questo fenomeno ed esprimere un giudizio di valore nel merito, lo si faccia con cura ed attenzione. Si scoprirà che esso è complesso e molteplice e ,proprio per la sua molteplicità e per le attuali condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno, al contrario dei fenomeni leghisti, tutt’altro che reazionario. Basta ascoltare, giusto per farsi una idea, la new wave dell’hip hop partenopeo.


28
Mar 14

Wurzburger (caffè Kenon) a Radio Marte: ci attaccano perchè i nostri fatturati sono in crescita

Walter Wurzburger è il responsabile commerciale caffè Kenon. Questa mattina è intervenuto alla trasmissione La Radiazza, di Gianni Simioli (qualche minuto prima Angelo Forgione aveva raccontato alcuni retroscena dell’inchiesta di Report), prendendo una posizione netta sulla questione del caffè a Napoli, che poi è solo uno degli elementi che coinvolge la campagna denigratoria  sulle eccellenze enogastronomiche ed agroalimentari campane e meridionali.

«il fatturato delle aziende napoletane del caffè è in crescita e sta dando fastidio ai competitors».

Questo quanto dichiara Wurzburger, che poi è coerente coi dati forniti da Cafè do Brasil, proprietario dei marchi Kimbo e Kosè, che lo scorso anno, nonostante la crisi dichiarava:

L’azienda napoletana Cafè do Brasil, produttrice dei marchi di caffè Kimbo e Kosè, ha chiuso l’esercizio 2012 con un fatturato in crescita a 170 milioni di euro contro 159 milioni del precedente esercizio, realizzando un incremento di ca. il 7% rispetto al 2011. Ancora più decisa l’avanzata (+25%) dell’export che si è portato a 20,8 milioni di euro, contro 19 milioni del 2011 e 16,7 milioni del 2010. L’azienda sta completando il programma di investimenti di 15 milioni di euro (nel triennio 2011-2013) per adeguare lo stabilimento ai nuovi volumi produttivi. In tal modo lo stabilimento di Melito risulterà uno degli impianti produttivi più tecnologicamente avanzati e sostenibili ambientalmente in Italia.

 

Evidenziando dal 2010 un trend sempre crescente nella crescita dell’azienda (qui l’articolo completo).

E mi torna in mente l’intervista di Donato Ceglie,il magistrato, al Corriere del Mezzogiorno, quando affermava, a proposito della disinformazione sui prodotti della cosiddetta terra dei fuochi e sulla pubblicità delle pummarole padane:

Quale sarebbe l’obiettivo?
«L’ho detto a Cernobbio: vogliono mettere al tappeto il Sud, colpire i suoi due asset strategici: turismo e agroalimentare».

Ed infine sulle analisi che hanno confermato la bontà della mozzarella dop campana:

Quindi vede una regia dietro questi allarmi sul cibo?

«Certo, vogliono distruggere la mozzarella e il pomodoro per guadagnare un 6 o 7% di quota di mercato. E attenti, ché l’operazione Pomì è solo la prima di una lunga serie che seguirà».

Tutto ciò dimostra, come andavo scrivendo qualche mese fa, che gli attacchi funzionano e vengono portati a termine perchè al Sud manca una capacità reale di fare rete, tra chi intraprende,  essendo tutti gelosi padroncini del proprio, piccolo, vulnerabile orto incapace di affrontare le sfide, sovente senza regole ed etica, che impone la globalizzazione.

In parola povere: non serve a nulla avere il miglior caffè se non sei in grado di proteggerne il brand, valorizzarlo, venderlo e difenderlo.


28
Mar 14

Abito dei nativi americani: con quale diritto mi tenete qui?

1956858_687691847939447_1152614510_oSono un abito festivo indossato dai grandi Sachem Irochesi. Le sei nazioni pellerossa che rappresento sono quelle dei Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga, Seneca e Tuscarora. Nazioni che combatterono per secoli contro l’invasione d’America da parte dell’uomo bianco, per proteggere le loro terre ed il diritto alla vita. Gli irochesi che io rappresento morirono quasi tutti pur di salvare la loro dignità di Popolo, e la salvarono.
Io sono un abito molto prezioso, interamente in pelle di daino “bianco” e fui indossato l’ultima volta da Chief White Elk (Cervo Bianco) Tewanna, o Edgar Laplant se detto in lingua biforcuta dell’uomo bianco; era il 1924. Il mio copricapo è fatto di penne d’aquila intrecciate con i nastri colorati simbolo della pace.
Dicono che Cervo Bianco fosse un mentitore e non un capo indiano irochese. Ma io invece sono un vero abito irochese ed ho reclamato con il direttore del museo Cesare Lombroso e con l’Università degli Studi di Torino. Non mi ascoltano, mi considerano un oggetto mentre io sono un simbolo. Sono convinto infatti che espormi in un museo detto di “Antropolgia Criminale” può significare per i visitatori che il popolo che io rappresento, gli irochesi, è un popolo di criminali. Così mi trovo in un posto sbagliato da quasi un secolo, scrutato da occhi paganti e indiscreti. Perché? Non dovrei forse essere nelle terre dei grandi laghi…con la mia gente, oppure in un vero museo di etnoantropologia che narri della vera storia delle nazioni Irochesi?
Con quale diritto si infligge questa pena al mio popolo?

Abito di Grande Sachem Irochese

(Fonte: Comitato No Lombroso)