Crea sito


30
Apr 14

“Meridionali, ma gente bravissima, per carità”

 “Era ieri quando i meridionali invasero il Nord con le valigie di cartone, piene di sogni” eh già chissà quanti sogni in quelle valigie di cartone, di questi meridionali che invasero il Nord nell’immaginario della nuova fiction di Canale 5 (sic!). Si chiama Furore.

I liguri hanno già preso le distanze lamentando il fatto che loro non erano razzisti come preannuncerebbe il contenuto della fiction. E ci mancherebbe, generalizzare è sempre sbagliato,  (lontana la eco delle parole di Villaggio “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”. Ma questa è un’altra storia.)

Sul Secolo XIX di oggi c’è una interessante testimonianza di Nicola Stella, che cerca di raccontare la sua esperienza, una sorta di fenomenologia dell’emigrante che vive la condizione del terrone.

Confesso che ho mentito; qualche volta e sulle mie origini pugliesi, intendo. Mi chiedevano “di dove sei?” e io rispondevo “di Savona” (ci abito da quando avevo 2 mesi), “ah, è vero: il tuo cognome è Stella, come il paese di Pertini”.

Così riuscivo a svicolare e meno male che a un certo punto il nome traditore – Nicola – è venuto di moda, come altri nomi maschili che finiscono in “a” e nomi femminili che finiscono in “o”. Oppure, se l’interlocutore era ligure e voleva sapere dove fossi nato, mi capitava di rispondere “a Livorno”: è la verità, ma in quella città ho vissuto solo i primi 2 mesi di vita.

Perché l’ho fatto? E perché a un certo punto ho smesso, rivendicando con orgoglio oltre al mio (e di mio nonno e del trisavolo e così via a generazioni alterne…), i nomi dei miei zii e prozii Vito, Ciccillo, Salvatore, Rocchino, Biagio?

Ed ancora, al racconto di quando i genitori lasciavano loro bambini da una dirimpettaia:

Quella volta la signora, costretta ad assentarsi non so bene per quale urgenza, accompagnò i suoi due figli, mia sorella e me in casa di un’altra dirimpettaia che aveva altri due figli. Era un po’ imbarazzata, ben sapendo che badare a sei diavoletti tra i cinque e i dieci anni tutti insieme è un bell’impegno. Così, per rassicurare la sventurata, presentò me e mia sorella con una frase che ricordo perfettamente, 45 anni dopo: “Sono i figli degli Stella: meridionali, ma gente bravissima, per carità”. Quel “meridionali ma bravi” era la formula contraria al pregiudizio “meridionali cattivi”

 

L’articolo completo

 


30
Apr 14

Villaggio: quanta ipocrisia su Dani Alves,cultura africana inferiore

Che con l’avanzare dell’età paolo Villaggio avesse iniziato a coltivare idee quanto meno bislacche lo avevamo capito dal fatto che sovente, il comico genovese, aveva espresso pareri altrettanto bislacchi sui napoletani. Dopo l’alluvione di Genova aveva dichiarato: “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”.

Angelo Forgione, nel suo blog ha tutta una raccolta di perle del fu Fantozzi.

Su Radio Capital Villaggio, oggi si è superato, dimostrando che a pensare male ci avevamo azzeccato. Per Paolo Villaggio la cultura africana è “inferiore” rispetto a quella europea.

Ascoltate:

Quello che scrivevo ieri, a proposito dell’Italia paese bigotto e razzista riceve un ulteriore illustre conferma.

Sulla presunzione della superiorità della propria cultura rispetto alle altre, Villaggio da ulteriori prove. Noi “suddisti bobbonici meridionalisti” ne prendiamo atto.

Qualche ora dopo il comico ha precisato:

 “Sono scioccato, contrariato e addolorato, mi sono scagliato contro il finto non razzismo di tutti noi europei”. “Sono stato del tutto mal interpretato: volevo dire che esiste molta ipocrisia da parte della cultura bianca, che ha diecimila anni di storia più di quella africana”, sottolinea Villaggio parlando con l’ANSA.

Continuo a non capire su quali basi storiche si afferma che la presunta cultura biancaabbia diecimila anni di storia in più di quella africana. A meno di non voler cancellare con un colo di spugna secoli di antica cultura egizia. Non è Africa quella? E restano comunque le parole sulla cultura meridionali, di cui all’inizio del post.


29
Apr 14

Fernet Mafiosi …e ti bevi il buon senso (lo dice anche Coldiretti)

Mi ero occupato qualche mese fa del “Vino Mafiozo”. Un’azienda svedese comprava(così assicuravano  loro) del vino salentino e poi ci appiccicavanosulla bottiglia in bella mostra, l’immagine di Lucky Luciano, con il nome scelto per il vino “Mafiozo” ed accanto “Puglia IGP”.

Rimostranze delle Regione Puglia, scuse dell’azienda svedese e caso apparentemente chiuso.

Ma la storia si ripete stavolta con Fernet Mafiosi, ovvero quando il brand da stereotipo per identificare geograficamente un territorio, e connotarlo negativamente vende.

“Fernet Branca”, il liquore a base di erbe realizzato nel 1845 a Milano, è stato riprodotto da un’azienda tedesca e venduto fino ad Israele. C’è solo un piccolo “ma”:  sull’etichetta spicca la scritta “mafiosi”, sotto l’effige di un gangster di profilo .

Questo scrivevo lo scorso Gennaio ed auspicavo  l’intervento dell’Unione Europea:

“Sarebbe opportuno che l’Unione Europea, tra le decine di direttive sulla giusta lunghezza del pinzimonio, intervenisse anche censurando le aziende che in questo modo, procurandosi comunque profitto, esaltano modelli e consuetudini che cerchiamo di combattere quotidianamente e che vorremmo scomparissero. Modelli che impediscono lo sviluppo dei nostri territori e lo condannano ad una costante subalternità. Modelli che non hanno proprio nulla di folcloristico.”

Ma ora la richiesta, visto che il Fernet ha fatto bella mostra di sè anche al Vinitaly 2014, viene anche da Coldiretti che afferma:

Un vero e proprio schiaffo all’immagine del nostro Paese, ma anche a tutti quegli italiani che tanti anni fa emigrarono in Germania, dando un contributo sicuramente non secondario alla crescita di quella che è oggi la principale potenza economica europea – ha sottolineato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo -. Occorre dunque un intervento delle Istituzioni nazionali e comunitarie per fermare comportamenti commerciali inaccettabili che danneggiano l’immagine dell’Italia all’estero, ma soprattutto colpiscono profondamente i tanti italiani che sono stati o sono purtroppo vittima della criminalità organizzata”

 

Insomma ve lo avevo detto. Anche se qualche illustre direttore lo avrebbe ritenuto un fenomeno semplicemente “glocal”. Anche questo è il risultato della spettacolarizzazione delle mafie.


29
Apr 14

Borghezio cambia idea, Europa ladrona Roma non perdona

Nuove manifestazioni del miracolo del 4% (la soglia per entrare in parlamento). Dopo la consapevolezza di Salvini che anche al Sud ci sono persone perbene, con la contestuale presentazione della lista della Lega nel Mezzogiorno e l’apertura di una sede del partito che fu di Bossi, al quartiere Parioli di Roma, un nuovo prodigio del corso leghista.

L’europarlamentare Borghezio, candidato nella circoscrizione Centro, e qiuindi anche a Roma, cambia slogan “Europa ladrona, Roma non perdona” e poi l’ammissione, anche a Roma ci sono persone perbene e gente che lavora.

Sono lontani i tempi di Sono Porci Questi Romani e “Roma fa schifo, sporca come Calcutta”

A quando “Roma Capoccia” cantata dall’europarlamentare leghista?


29
Apr 14

Italia antirazzista…con la banana altrui

Una banana viene lanciata in campo ad un giocatore del Barcellona. Costui con un gesto di intelligenza sopraffina, non fa un piega. Risponde all’insulto razzista raccogliendo il frutto e mangiandolo alla faccia deli trogloditi sugli spalti. Senza offesa per i trogloditi.

Ora senza voler entrare interamente nel merito della vicenda, chi mi legge conosce il mio antirazzismo parossistico e militante, e di una iniziativa lodevole (ce ne fossero sempre), ma giusto per rilevare delle incongurenze da paese bigotto. Cosa ti accade in Italia, dove ogni vicenda diviene fenomeno di costume da condividere su tuitter e fessbuc in una gara a chi è più figo dell’altro?

Ovunque impazzano foto di vips con la banana in bocca. In segno di solidarietà contro il razzismo.

Ma qualcosa mi sfugge. Questo paese strano, strano assai, è lo stesso dove un partito apertamente razzista in parlamento e pure al governo da 30 anni non suscita pari indignazione. Neppure quando sbraita contro la ” ****accia levantina e mediterranea” o contro gli “islamici di ****a” o pone, anche nelle sedi istituzionali, cesure culturali ed economiche tra il nord ed il sud del paese, sdoganando insulti contro chiunque provenga dal confine al di là del Rubicone, insulti che prima di allora era possibile trovare solo nei cessi degli autogrill. A tal proposito, fu lanciata una banana ad un ex ministro, che fu anche chiamato orango.. Non ricordo una mole così imponente di selfie d’autore col frutto in bocca. Ma si sa, voto non olet, mai indispettire potenziali elettori.

E’ lo stesso paese in cui ogni domenica vengono levati cori di discriminazione territoriale, tra una serie di compassionevoli giustificazioni ed analisi socio-antropologiche del tifo da stadio che suonano come apologia del rivoltante fenomeno. Con una liturgia di arrampicate sugli specchi, anche di autorevoli giornalisti malati di tifo, che giungono all’assoluzione definitiva, per dribblare le decisioni (deo gratias) del giudice sportivo: roba da stadio. Amen.  Roba da stadio, proprio come la banana di Dani Alves, il giocatore del Barcellona, che pure trova tanti illustri sostenitori vips, giornalisti e non, dalla doppia morale.

Un paese in cui l’indulgenza a matrice geografica si affanna nella esegesi positiva del termine terrone , perché non può essere assolutamente offensivo. A certe latitudini sì è civili a priori,geneticamente.

E se Cesare Prandelli, anche lui con una banana in bocca ieri, sollecitato da una giornalista in conferenza stampa, aveva auspicato la fine dei cori di dscriminazione territoriale contro i napoletani, dopo una amichevole della nazionale, altrettanto aveva fatto Gianni Morandi, beccandosi insulti via curva, per aver difeso l’identità napoletana durante un Bologna Napoli, in cui una cascata di fischi aveva sommerso, la canzone Caruso cantata da Lucio Dalla nel tentativo di unire i campanili delle due città.

Anche Renzi ieri si è fatto la foto con la banana in bocca.
Peccato non abbia speso una parola riguardo all’annuncio pubblicato su eBay , da un locale della città di cui era sindaco, in cui si cercava manodopera. Non meridionale. O come quando una azienda di call center cercava, a Pozzuoli, centralinisti cui non si sentisse in maniera troppo marcata l’accento del luogo (si badi che con internet,vicende che si presumevano scarsa visibilità diventano globali e con un pubblico enorme se è questo il discrimine tra i due eventi). Lo stesso paese in cui una inchiesta di Repubblica denunciava l’esistenza di black list per meridionali ed omosessuali presso le agenzie di lavoro interinale.

Cosi nessun selfie d’autore riguardo all’annuncio immobiliare pubblicato a Parma, denunciato da Parma Today, in cui si cercavano coinquilini per condividere una abitazione. Rigorosamente non meridionali.

Nessun selfie neppure quando i sindacati denunciavano difficoltà nelle assunzioni per chi si trasferiva al Nord e diceva di essere di Casal di Principe

E neppure quando i napoletani e calabresi, per l’informazione ed i titoli dei giornali diventano altro dagli italiani, acquisendo la civitas criminalis del l’infamia. Per converso riacquistando ipso iure, la cittadinanza italiana solo nel caso di successi sportivi, vittoria di premio Oscar o passeggiate nello spazio.

Ma i casi sono tanti, molti raccolti anche in questo blog.

Insomma, Italia paese di poeti, santi, navigatori e antirazzisti…con la banana degli altri.


28
Apr 14

#1maggiotaranto: il programma completo coi nomi dei gruppi

E’ stato Roy Paci da qualche minuto a rendere noto l’elenco di tutti i partecipanti al contro concerto di Taranto organizzato dal Comitato Lavoratori e Cittadini Liberi e Pensanti.

Ore 15:00: l’apertura della parte musicale dell’evento è affidata a Caparezza
A seguire gli artisti elencati in ordine alfabetico che hanno aderito all’iniziativa:

– 99 Posse
– Afterhours
– Après La Classe
– Diodato
– Diverso Cappuccetto Rozzo Mc
– Don’t Ask Me
– Emanuele Barbati
– Fido Guido + @Rockin’ Roots Band + Idem + Gmac Citylock Official from Kingston
– Filippo Graziani
– Fiorella Mannoia
– Remigio Furlanut + Mimmo Gori + Frank Buffoluto & i Pali Delle Cozze
– Grazia Negro + John Lui Producer + Donna Luminal
– Ilaria Graziano & Francesco Forni “From Bedlam to Lenane”
– Insintesi
– Mama Marjas e Don Ciccio
– MEry Fiore
– MUNICIPALE BALCANICA
– Nobraino
– non giovanni
– Paola Turci
– REZOPHONIC
– Rubbish Factory
– SLT Family
– Stip’ Ca Groove
– Sud Foundation Krù
– Sud Sound System Official
– Tre Allegri Ragazzi Morti
– Una
– VINICIO CAPOSSELA e la BANDA DELLA POSTA

Presentano: Andrea Rivera, Valentina Petrini e Luca Barbarossa

Saranno presenti Roy Paci e Michele Riondino


28
Apr 14

Made in Scampia: sartoria “glocal” che non fa cinema

Glocal, così il direttore del Corriere del Mezzogiorno, definiva la fiction di Gomorra, realizzata a Scampia, invitandoci ad apprezzare il fatto che fosse un prodotto completamente made in Naples.

Glocal, un prodotto interamente pensato e realizzato, oltre che reinterpretato, secondo i gusti locali, ed aperto al mercato globale.

Non torno sulla questione, avendola già affrontata, ma chissà se il direttore sa che a Scampia, c’è un vero marchio glocal. L’ho scoperto lo scorso Natale, quando ho acquistato alcuni prodotti d’abbigliamento “Fatti a Scampia”.

Ottima qualità, prodotti realmente artigianali, fatti a mano.  Ciascun prodotto a marchio [email protected] è realizzato interamente a mano, con l’uso di tecniche artigianali tradizionali. Le materie prime di alta qualità utilizzate per la realizzazione dei prodotti a marchio [email protected] sono reperibili in quantità limitata. Ben fatti, equi e solidali, anche se non esotici. La tradizione napoletana di sartoria, del resto, è nota in tutto in mondo.

Chi li ha realizzati? Leggo dal sito:

Il marchio “[email protected]” contraddistingue i prodotti artigianali realizzati dalla Cooperativa Sociale “La Roccia”, che ha sede al Centro di formazione culturale e professionale “Alberto Hurtado” nel quartiere di Scampia di Napoli. I laboratori di sartoria e di cartotecnica nascono dalla volontà di porre in evidenza la lavorazione artigianale che caratterizza la realizzazione dei prodotti. La scelta dei materiali, il rispetto dell’ambiente, la qualità delle lavorazioni, l’attenzione ai dettagli fanno di ogni prodotto “[email protected]” un articolo unico ed originale.

Direttò, senza polemica, questo è glocal. Anche se non viene trasmesso dietro un battage pubblicitario di morti ammazzati e bombe a mano.


28
Apr 14

“Lo schiaffo” della madre alla pena di morte

Questo è un altro Sud del mondo. Questa storia è accaduta in Iran. Che mi ha molto colpito.

Un uomo era in attesa di essere impiccato, con la corda gia’ intorno al collo, quando la madre del giovane iraniano che aveva ucciso in una lite di strada, si è avvicinata. Secondo la tradizione avrebbe dovuto, con un calcio, lasciar cadere lo sgabello che avrebbe provocato la morte dell’uomo e la discesa del nodo scorsoio.

Ma la donna, dopo aver pesantemente schiaffeggiato l’uomo, gli ha tolto il cappuccio ed il marito il cappio dal collo del condannato, fermando l’esecuzione. E’ poi scoppiata in un pianto che ha condiviso con la madre de reo.

Cosi’ ha avuto salva la vita Balal, condannato a morte per aver accoltellato un giovane quando era 19enne a Nowshahr, nel nord dell’Iran.

La donne, sono capaci di grandi cose. E la civiltà non ha origine territoriale.

foto afp

 

foto afp

 

 

 

 

 

 

 

foto afp


26
Apr 14

La Briangheta: la ndrangheta del Nord

Oggi Roberto Saviano torna, sulla propria pagina Facebook, su un tema caro a questo blog. Le connivenze ed il radicamento di certi fenomeni che ormai trascendono, se mai poi ci fosse stata questa distinzione, il mero fenomeno regionalistico. Smentendo tutti i soloni della “mafiatudine” come evento prettamente “terronistico”. Senza interessi e e connivenze autoctone, non si sarebbe sviluppata. Tutto ciò al netto che se di importazione si è trattato, lo è stato d’importazione anche per il Mezzogiorno.

Quando quattro anni fa a “Vieni via con me” dissi che le organizzazioni criminali avevano ormai messo radici al Nord e che la Lega interloquiva con la ‘ndrangheta, l’allora ministro dell’Interno Maroni pretese di essere invitato in trasmissione per smentire categoricamente la mia affermazione. E in quei giorni lo ribadì fermamente in altri programmi televisivi.

Ora, dopo che l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, è finito nell’inchiesta sul maxi-riciclaggio di fondi illegali della ‘ndrangheta, in particolare del clan De Stefano di Reggio Calabria; dopo che l’inchiesta della Dda di Milano, coordinata dai pm Ilda Boccassini e Giuseppe D’Amico, ha svelato l’esistenza di una “banca clandestina” della ‘ndrangheta a Seveso, in Brianza, gestita dalla ‘ndrina di Desio (MB), che movimentava capitali illeciti per centinaia di milioni di euro e faceva ciò che le banche vere e proprie non fanno più, cioè dare credito alle imprese in crisi, ma ovviamente a usura; io mi sento di dire: dove sono quegli stessi leghisti che si erano indignati di fronte alle mie parole? Dove sono i giornali del fango che raccoglievano firme contro “Saviano che dà del mafioso al Nord”?

La “Briangheta”, come ormai la chiamano, è frutto anche di questo veleno: un’imprenditoria fragile e omertosa, una politica corrotta e impaurita, un giornalismo spesso connivente ed estorsivo.
Essere lontano dall’Italia mi fa sopportare meglio la rabbia per la cattiva fede di chi tutto questo l’ha nascosto o fintamente denunciato, e ora finge di sentirsi scandalizzato.
Questi partiti e questi giornalisti dovrebbero consumarsi dalla vergogna per la loro miopia, per la loro incapacità di vedere oltre i loro pregiudizi, quando non per la loro corruzione.

 

 


26
Apr 14

Polito: un errore boicottare Gomorra. Quel tic dei meridionali di negare la realtà

Sottotitolo: Il tic dei meridionali,negare la realtà

Per fortuna non ha citato i “meridionalisti suddisti bobbonici” e già questo è un passo avanti. Vittime sacrificali dell’editoriale odierno, del direttore Polito, sono il direttore del Mattino ed i suoi dati sull’accesso degli studenti meridionali alle facoltà universitare, di cui non voglio occuparmi, e la questione sul boicottaggio della fiction Gomorra a Scampia, Che invece mi suscita qualche considerazione.

Scrive nel suo editoriale, tra le altre cose,il direttore del Corriere del Mezzogiorno:

Mi spiego: la fiction che Sky e Cattleya hanno prodotto prendendo spunto da Gomorra, e che andrà in tv dal 6 maggio, è un prodotto di qualità globale. È stato già venduto negli States e si parla di un interessamento del canale via cavo HBO, quello che ha lanciato i più grandi successi e trend televisivi degli ultimi anni. La produzione ha girato per sette mesi a Scampia, un tempo infinito per fare un film. Avrebbe potuto ricostruire il quartiere in un set in Romania, ma invece è venuta a Napoli, ha dato lavoro a migliaia di persone, ha usato attori sconosciuti o semisconosciuti presi dalle strade della città. E ha finanziato anche la fattura di sei corti di autore, girati da giovani promesse napoletane, quegli stessi film di cui l’altro giorno le polemiche dell’avvocato Pisani hanno fatto saltare la proiezione nel quartiere. Il prodotto Gomorra è dunque da molti punti di vista un prodotto napoletano e globale, «glocal», come lo era d’altro canto il libro di Saviano a cui è ispirato. Boicottarlo è come boicottare se stessi, rinserrarsi in un delirio autarchico, pensare di poter tenere fuori il mondo dalle nostre terre finché non diventino abbastanza fortunate da poterci girare a testa alta. Vuole dire negare la realtà, la realtà di Scampia, che certo non è solo Gomorra ma è anche Gomorra. Significa dirsi l’ennesima, pietosa bugia: ciò che di solito si fa al capezzale di un moribondo.

 

Io non ho visto la fiction, come credo neppure lei, giusto il trailer e non vorrei trarre conclusioni affrettate. Ma sto al gioco che lei propone. E’ sicuro che quello che racconterà la fiction sia quella Gomorra che lei ritiene faccia parte anche di Napoli? Ritiene che il racconto renda giustizia alla cronaca ed alla realtà? O non ci troveremo forse davanti a nuovi Dandy e Libanesi che anzichè rappresentare un fenomeno culturalmente e socialmente negativo, finiranno per suscitare l’approvazione di capi e capetti che quella vita conducono, oltre che disegnare fascinose aspirazioni di chi fa propria una vita borderline in una capitale che ha tra i redditi più bassi d’Italia?

Rosario dello Iacovo, storico agente dei 99 Posse scriveva qualche giorno fa:

Vi sembrerà strano, e a qualcuno di voi che non è napoletano apparirà davvero strano e singolare, o frutto di un’omissione omertosa da parte mia, in virtù di una narrazione mediatica che equipara Napoli al far west, ma io non ho mai visto sparare a nessuno, eppure sono cresciuto fra Secondigliano e il Rione Amicizia, due zone popolari della periferia nord. Certo, so che in quel bar hanno ammazzato qualcuno, che in quella piazza c’è stato un omicidio di camorra, ma qualcuno l’hanno ammazzato pure a Lupus Street a Londra, all’angolo di quella Claverton Street dove ho vissuto per alcuni mesi l’anno scorso, a poco più di un miglio da Buckingham Palace e dalla Regina, nel centralissimo quartiere di Pimlico. Nella fattispecie, un ragazzino di sedici anni stabbed to death, accoltellato a morte da una baby gang.

 

Ed ancora:

Conosco persone che non sono mai state a Napoli perché temono per la loro incolumità, eppure io ho visto scippi sulle Ramblas a Barcellona o risse e rapine a Piazza Dam ad Amsterdam, ma anche a Milano. E prima di ogni altra cosa, qualsiasi racconto sulle mafie non può prescindere da una loro lettura come fenomeno capitalistico, non solo perché profondamente intrecciato con la cosiddetta economia legale, ma perché strutturalmente basato sulla valorizzazione delle merci, sull’estrazione di plusvalore, sulla logica del profitto. Senza, ci si riduce al macchiettismo del caratterista.

Per quanto riguarda la produzione, invece, lei crede che un prodotto dal format ormai globalizzato e standardizzato sia “glocal”?

Le do una delle 3 definizioni di glocal:

La creazione o distribuzione di prodotti e servizi ideati per un mercato globale o internazionale, ma modificati in base alle leggi o alla cultura locale.

 

Partendo da questo assunto, che lei per l’appunto avvalora, un telespettatore statunitense, ad esempio, si farà l’idea, che poi è quella che sostengono tutti i detrattori della fiction, che la cultura e l’immagine (si ricorda, le parlai di “reputation” a proposito della pastiera) partenopea sia quella di una minoranza (storicamente riconosciuta a livello istituzione cfr. Tore e Criscienzo ed i suoi epigoni moderni) che tiene in scacco una città e gli abitanti di un quartiere, tacendo sulla guerra vera che si consuma nel silenzio, perchè non aiuta la speculazione.

La guerra per l’ambiente (quale fiction racconta delle connivenze tra camorra,industriali e stato per la terra dei fuochi, senza riversarne la completa responsabilità ai cittadini?), la guerra per la salute (sa che nonostante l’esercito i roghi tossici che producono malattie e morte ancora appestano ed ammorbano l’aria a Nord della Campania), contro i pregiudizi su chi cerca una camera in affitto ed un lavoro (no meridionali, no accento napoletano, li ha letti gli annunci recenti?) . La guerra di chi, ogni santo giorno, combatte contro pregiudizi e discriminazioni per 400 euro al mese. A volte anche meno.

Racconterà la fiction di talune funzioni di una criminalità organizzata con le sue connivenze, i favori e gli intrecci con la politica di questo paese e di tutte le sue latitudini ed accenti? O ci troveremo ancora una volta davanti alle copie sciatte e “glocal” di Scarface?

La fiction su Gomorra, anzichè quella su Pino Maddaloni che costituisce, con la sua palestra, l’esempio virtuoso (ed anche piacevolmente identitario, questo si genuinamente glocal) di quel quartiere, evidentemente vende di più dell’ennesima versione, post litteram, dei film di Alfonso Brescia con Mario Merola (che erano prosa catartica al confronto).

Perchè questo la gente si aspetta da Napoli, un far west cui la realtà, ed i feedback dei siti di travelling, non danno più merito. Assente dalle dieci città più pericolose al mondo. Assente dalle classifiche, stilate da Tripadvisor, delle 10 città con i migliori borseggiatori (in cui però,nell’ultima dell’estate 2013, figura Roma al II posto e Firenze al VI posto).

Ma poi chi l’ha creata Scampia,come Corviale a Roma, se non la politica che voleva sistemare dentro il parente scomodo e tenerlo lontano dai luoghi dove la speculazione edilizia preferiva vendere case, tenendo così lontano gli “altri” senza alcuna integrazione, come la polvere sotto al tappeto? Quartieri dove il bello era una aspirazione per menti cariche di fantasie, fatte di cemento e materiali a baso costo, dove in estate friggi e diventi pazzo.

Per cui mentre la sua e la mia città, grazie al lavoro silenzioso di tanti abitanti propone atteggiamenti virtuosi (cfr. la lunga marcia di Novembre contro la Terra dei Fuochi, l’opera della buonanima di Tommaso l’Angelo di Carditello che ha conquistato Bray ed un territorio), virtuosi per la sua economia, per l’appeal e la reputation che porterebbero turismo, lavoro ed investimenti, non c’è di meglio che mostrare l’ennesima versione in stile “sparatutto” della nostra metropoli. Dove noi saremo, fino a prova contraria, agli occhi di chi osserva il castello degli orrori, camorristi a priori, e lei il direttore del quotidiano di Gotham City.

Non più tardi di due anni fa, in alcune regioni del Nord, le associazioni sindacali denunciavano il fatto che taluni operai lamentavano l’essere “casalese”, di Casal di Principe, come causa di mancata assunzione. Per quella stupida e pregiudizievole associazione mentale, di chi racconta generalizzando. Per denunciare realmente o vendere speculando? Mi perdoni, ma in tutto ciò, in questo prodotto “napoletano e “glocal” come dice lei, gli abitanti di Scampia, cosa ci guadagnano, se non l’ennesimo ammiccante riferimento dell’idiota di turno, al fatto che siano, che siamo, camorristi? Una volta si aveva l’ipocrito buon gusto di specificare “i fatti, le storie, i luoghi e le persone narrate sono di pura fantasia, senza alcun riferimento al reale”. Ma tant’è, noi siamo l’eccezione.

Sa direttore, a volte, penso che il tic non sia dei meridionali che negano la realtà, ma di qualcuno che ha reale interesse a non raccontare tutta la realtà dei meridionali.

PS: proprio oggi Roberto Saviano ricorda certi “tic a negare la realtà” provenienti da altre zone del paese. Gli stessi tic che nascondono connivenze imprenditoriali e poltiche e che volevano querelare lo scrittore, lo ricorda?