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28
Feb 15

Investimenti infrastrutturali: solo 2 progetti al Sud

La notizia ve l’avevo anticipata lo scorso ottobre, ma in questi giorni v’è una denuncia più dettagliata della Lista Civica campana Mò:

Le Ferrovie? Brennero, Torino-Lione, Valico dei Giovi, Milano-Venezia, Treviglio-Brescia, Torino-Milano-Venezia, collegamento con i porti di Livorno e La Spezia e poi le briciole al Sud con un progetto di potenziamento tecnologico del nodo di Napoli. I porti? Ravenna, Trieste, Vado Ligure, Livorno, Venezia, Civitavecchia e Cagliari. Collegamenti ferrovie-aeroporti? A Roma, Milano e Venezia. Gli interporti? Padova, Trieste e Pordenone. Le strade? Gra di Roma e bypass di Palermo. Le idrovie? Ferrara.

E’ da brividi leggere l’elenco (quello completo è nel comunicato ufficiale del governo) delle opere che l’Italia considera fondamentali, da finanziare e realizzare entro il 2020 con l’aiuto dell’Europa (2,5 miliardi su 6,8 complessivi). Su 71 iniziative presentate, 60 sono a carattere territoriale, 58 sono al Centronord, Sardegna compresa, dove va circa il 99% delle risorse, e due di piccolo importo a Napoli e Palermo.

Leggere per credere. Leggere per indignarsi. Leggere per reagire. Non domani, MO!

http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=3764


28
Feb 15

Expo: si al coccodrillo no al porcellino sardo

Discriminazione alimentare? E’ quello che paventano gli operatori agroalimentari sardi, fatto sta che appare piuttosto bizzarro che a Milano, per l’Expo, si possa degustare carne di coccodrillo, quella di insetti e non quella dei suini sardi. La causa è nel blocco dei suini che arrivano dall’isola per la peste suina. Il ministero ha ribadito il suo no.

«È irragionevole che per l’Expo venga concessa una deroga alla carne extra Ue e si neghi alle carni suine sarde trattate termicamente, i cosiddetti “porcetti termizzati” di arrivare nel Padiglione Italia a Milano. Serve un intervento del ministro della Salute. Le carni suine termizzate non rientrano tra quelle a rischio di peste suina africana» ha dichiarato in una interrogazione parlamentare Roberto Capelli.

«È inaccettabile che il ministero della Salute e la Commissione europea stiano valutando di autorizzare l’arrivo all’Expo 2015 di prodotti animali provenienti da tutto il mondo, che non rispettano le normative vigenti nell’Ue e continuino a impedire il movimento delle nostre carni suine sane e termizzate, che è risaputo non creerebbero alcun problema di carattere sanitario. Esistono norme comunitarie che disciplinano per la Regione le deroghe per l’esportazione di carni trattate e il ministero deve autorizzare questi movimenti, senza imporre ostacoli incomprensibili. Noi osserviamo le leggi e lo stesso devono fare a Roma e Bruxelles nei confronti delle 8 mila aziende sarde che rispettano i requisiti di biosicurezza» ha replicato  l’assessore regionale all’Agricoltura Elisabetta Falchi.


27
Feb 15

Confcommercio: i contribuenti campani, più tartassati dal fisco

Secondo i dati diffusi da Confcommercio nella ricerca su «Finanza pubblica e tasse locali», Un contribuente campano con imponibile Irpef e Irap pari a 50.000 euro versa 2.350 euro in più rispetto al minimo (quello cioé che si paga in Sardegna) e 850 euro in più rispetto a quanto avviene in Lombardia. Per dirla con Confcommercio: «a servizi spesso peggiori corrispondono imposte maggiori» per giunta «con una perdita di reddito netto rispetto ai minimi di oltre il 7%».

Che è un pò quanto ci permettemmo di far all CGIA di Mestre, un mesetto fa, visto anche il taglio drastico dei trasferimenti dallo Stato centrale e l’ammontare di tutte le tasse locali, come già aveva anticipato la Corte dei Conti, del resto.


27
Feb 15

L’Eni chiede scusa ai lucani: parole offensive

A seguito dell’articolo apparso sul Foglio in cui si definivano “pecorai e morti di fame” i lucani, senza prospettive di estrazioni petrolifere, quest’oggi Giuseppe Tannoia, Direttore attività Italia ed Europa dell’Eni, ha scritto una lettera ai cittadini della Basilicata:

Cari cittadini lucani, le parole offensive nei vostri confronti da parte di una testata nazionale lo scorso martedì colpiscono anche me personalmente. Anche io – se me lo consentite – sono un uomo del Sud, conosco la fatica del vivere in una terra dove la dignità e la ricerca di un futuro migliore sono valori non negoziabili e nei tantissimi anni di lavoro in Italia ed in giro per il mondo ho sempre vissuto con fierezza questo senso di appartenenza. Ma conosco anche uno per uno i nostri lavoratori, a partire da coloro che operano in Basilicata, il loro impegno e la loro professionalità. Conosco il rispetto che hanno per il lavoro. So quanto apprezzano la dignità e la sobrietà di una terra – la vostra – alla quale ci lega un’attività ormai ventennale, e con la quale condividiamo l’obiettivo di un futuro fatto di lavoro, sviluppo e qualità della vita. Tutti noi di Eni operiamo in Basilicata, grazie all’impegno e alla professionalità di centinaia di lavoratori lucani. E continueremo a farlo, nel pieno rispetto della sicurezza, della salute, dell’ambiente. Ma, prima di ogni altra cosa, rispettando la dignità delle persone, i valori umani di cui ognuno di noi è portatore, e la storia dei territori in cui operiamo. Non potrebbe essere altrimenti per l’azienda creata da Enrico Mattei. Nessuno più di noi, siatene certi, sa che non c’è futuro possibile, per un’impresa come per una comunità, se non ne sono pienamente protagoniste le persone in carne ed ossa, con il loro carico di cultura, di speranze e di umanità.

Contrordine, petrolio, anche perchè dove saranno più i felici allevatori di ovini in grado di produrre pecorino?


27
Feb 15

Nel paese della pizza mancano pizzaioli

pizzaiolo

Un dato che dovrebbe far riflettere e che badate non riguarda soltanto un problema di natura occupazionale o di formazione professionale, ma finisce per ricevere, di riflesso, il riverbero di una progressiva perdita di identità.

In Italia mancano 6 mila pizzaioli. Il grido d’allarme è stato lanciato dalla  Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi, in occasione di Tirreno C.T., la fiera della ristorazione e dell’ospitalità in corso a Carrara Fiere.

“In Italia sono almeno 6 mila i posti da pizzaiolo vacanti, esclusi gli impieghi avventizi per il fine settimana, periodo in cui si registra il picco di produzione” ed ancora “Un miliardo e mezzo di pizze all’anno vuol dire che in Italia ogni giorno si sfornano circa 5 milioni di pizze. Un vero e proprio record, con numeri che sono in crescita, per un settore che dà lavoro a circa 150 mila impiegati e che, sembra incredibile, ha necessità di professionisti e non riesce a trovarli”.

Ora è paradossale il fatto che a Napoli (ed in Campania) ad esempio, patria universalmente riconosciuta (fatte salve le velleità di chi è in mala fede) della pizza, manchi una istituzione pubblica che formi “pizzaioli” e che tale esperienza formativa venga lasciata esclusivamente alla buona volontà (ed agli interessi) dei privati.

Nel distretto del fermano, nelle Marche, ad esempio, una delle patrie delle calzature, gli istituti professionali collegati alle scarpe, alla moda ed al suo indotto sono un punto di riferimento per i giovani in cerca di formazione professionale. Troppo spesso, invece, alle nostre latitudini, viene data scarsa importanza alla creazione di figure professionali legate al settore enogastronomico nonostante le numerose eccellenze di cui siamo dotati, delegando il compito alla tradizione orale o familiare. E nel paese della pizza mancano pizzaioli ed identità, che renderebbero occupazione e ricchezza per il territorio.

* Articolo scritto per Identità Insorgenti


26
Feb 15

Ma quanto è costato “Il Foglio” (anche) ai lucani?

Oggi ho usato Google per cercare se il quotidiano il Foglio (quello dei lucani pecorai e morti di fame senza petrolio) avesse mai preso finanziamenti pubblici. Viene in soccorso Il Fatto Quotidiano che pubblica i dati  della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria.

“Certo, qualcosa al bilancio dello Stato è costato”:  ha detto un rilassato Giuliano Ferrara parlando del suo giornale “Il Foglio” davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati  nell’ambito dell’esame della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Qualcosa? 50 milioni 899 mila 407 euro, ecco per l’esattezza quello che  “Il Foglio” di Ferrara è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno,  250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni. Una bella sommetta (Il Fatto Quotidiano).

 

Ecco i dati:

 

CONTRIBUTI STATALI PERCEPITI DA “IL FOGLIO” (1997-2013)

 

1997     114.966,73 €
1998 3.250.158,97 €
1999 3.157.813,05 €
2000 3.408.615,54 €
2001 3.674.626,21 €
2002 3.202.032,77 €
2003 3.511.906,92 €
2004 3.821.781,05 €
2005 3.821.781,05 €
2006 3.821.781,06 €
2007 3.745.345,44 €
2008 3.745.345,44 €
2009 3.441.668,78 €
2010 3.205.317,44 €
2011 2.251.696,55 €
2012 1.523.106,65 €
2013 1.201.463,75 €

TOT. 50.899.407,39 €

 

Insomma con 8000 euro al giorno sai quanti bei investimenti in terra di Lucania, senza le trivellazioni petrolifere ed evitare “il ritorno di pecorai e morti di fame”? Che poi, che male c’è nel fare il pastore di ovini? Mah…


26
Feb 15

Pino Aprile: caro Foglio, quei pecorai sconfissero i greci a Paestum

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Sagace replica dello scrittore e giornalista Pino Aprile al Foglio a proposito dei Lucani che senza estrazioni petrolifere sarebbero pecorai e morti di fame.

Capito, sì?, senza l’Eni, i lucani sarebbero rimasti e tornerebbero a essere “pecorai e morti di fame”. Lo scrivono su un quotidiano che vende poco ma pesa molto (e non è una battuta), anche se è solo un “Foglio”. E se l’Eni si stufasse dell’“estremismo ecologista”, potrebbe andarsene altrove (sai che minaccia!) e la regione perderebbe “2200” posti di lavoro (boom!)

 

Quindi una serie di considerazioni dell’autore di Terroni:

 

1 – quei “pecorai e morti di fame” sconfissero i greci a Paestum, non vennero mai davvero sottomessi dai romani, che ne aggirarono il territorio con le loro strade (isolare era la punizione imperiale; noi, gente da Salerno-Reggio Calabria e niente treno a Matera lo sappiamo. Agli altri ci tocca dirlo); dettero il secondo grande poeta a Roma, Orazio (il primo fu salentino, Quinto Ennio); hanno la città più antica del mondo, Matera, e qualcuno dice pure la più bella; furono i più coraggiosi e organizzati nella resistenza all’invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie; i lucani sono pochi, ma tosti e di buon cervello;

2 – i posti di lavoro: 2200? E come li hanno contati? L’Eni non assume quasi nessuno in loco; i suoi dipendenti che risultano “risiedere” in Lucania sono circa 200, ma il fatto che vi risiedano non dovrebbe voler dire che lucani siano, no? Si sospetta che l’Eni preferisca non assumerne, perché potrebbero non tollerare, conoscendoli dall’interno, quei metodi a danno della loro terra. I geologi lucani fecero persino un convegno per proporsi: abbiamo la laurea, siamo bravi, perché non ci prendi? Già, perché? Provai più volte (lo riferisco in “Il Sud puzza. Storia di vergogna e d’orgoglio”, nel capitolo sul petrolio lucano) a chiederlo agli addetti alla comunicazione dell’Eni. Mai avuta risposta. Persino per la periodica pulizia del Centro Oli, la sentina del diavolo, si prende il personale da fuori regione. E sul come e dove, c’è molto da dire;

3 – “estremismo ecologista”? Di quello non si vede traccia, a parte qualche movimento molto civile di monitoraggio e divulgazione dei danni prodotti dalle trivelle. C’è molto “estremismo petrolifero”, in compenso. Il più grande disastro ambientale della storia devastò le coste di quattro Stati degli Usa, per l’esplosione di un pozzo a 80 chilometri di distanza, nel Golfo del Messico. In Lucania ci sono pozzi a ridosso dei paesi, di scuole, ospedali. Se mai ne esplodesse uno?

4 – in Lucania, le compagnie pagano le più basse royalties petrolifere del pianeta (una decina di volte meno che in ex colonie africane); ma non si sa quanto petrolio portino via: lo comunicano loro, periodicamente. Insomma, come se voi diceste all’Eni: quest’anno ho consumato tot del tuo gas, e ti pago quanto dico io;

5 – domanda: come mai la Lucania, la regione più spopolata d’Italia, con meno di 600mila abitanti (sulla carta…), è terra di feroce emigrazione, pur essendo la più ricca di petrolio in Europa; ed è fra le meno dotate di infrastrutture in Italia (niente autostrade, treno quasi zero: poco a Potenza, nulla a Matera, niente aeroporti, né porti)? Possono rispondere pure i pecoroni (i pecorai conoscono già la risposta).


26
Feb 15

Pisa: quando Garibaldi lasciò l’albergo senza saldare il conto

E’ il quotidiano online Pisa Today che racconta un simpatico aneddoto su Giuseppe Garibaldi e su un conto mai saldato presso l’Albergo delle Tre Donzelle di Pisa.

La vicenda andrebbe storicamente collocata intorno al Novembre del 1862, dopo che Garibaldi fu ferito ad una gamba in Aspromonte e risalì l’Arno fino

allo scalo dei carbonai, oggi scomparso (come ricorda una targa lungo le spallette del fiume), proprio davanti all’Albergo delle Tre Donzelle, che occupava sull’odierno Lungarno Pacinotti il vasto fabbricato che fa angolo con Piazza Garibaldi (l’albergo cessò l’attività nel 1923).

Qui il buon Peppino si fece estrarre il proiettile che lo aveva ferito e alloggiò presso l’albergo. Ma…

 l”Eroe dei due mondi’ lasciò Pisa in fretta e furia, visto che il conto delle Tre Donzelle era troppo salato.

 

Prosegue il racconto:

Garibaldi pare infatti che si rifiutò di pagare il conto per lui e per il suo seguito e si fece trasportare a Livorno con una imbarcazione passando per l’Arno. Poi risalì il Canale dei Navicelli e, con una nave che lo attendeva nel porto labronico, raggiunse Caprera.

 

E i pisani hanno la memoria lunga…

 


25
Feb 15

La Basilicata? Senza petrolio è una terra di pecorai e morti di fame

Ipse dixit, Federico Pirro in questo articolo apparso su Il Foglio commentando la trasmissione di Presa Diretta andata in onda domenica, che trattava del provvedimento “Sblocca Italia” anche detto “sblocca trivelle” a proposito delle estrazioni petrolifere in Basilicata.

Scrive Pirro:

Un autorevole dirigente dell’Eni – dopo aver visto il programma – mi ha detto che se lo si vorrà, a causa dell’estremismo ecologista, l’Eni potrebbe anche andarsene dall’Italia e dalla Basilicata, cosìcché – là dove Rocco Scotellaro celebrava l’uva puttanella – tornerebbero finalmente i pecorai e i morti di fame.

 

Il quotidiano online Basilicata24 risponde a Pirro in maniera sdegnata e ponendo una serie di domande.

Scrive Eugenio Bonanata:

Se (Pirro,ndr) uscisse dal solipsismo del suo desk e si facesse un giro a Viggiano e Pisticci Scalo, anche la penna dell’illuminato giornalista si ribellerebbe al suo padrone. Nel frattempo, segnaliamo il passaggio di ieri del Procuratore nazionale Antimafia Roberti, il quale, nella relazione annuale presentata a Roma, ha dedicato grande attenzione “ai reati ambientali per sfruttare il ricco sottosuolo lucano”. Si riferiva all’inchiesta sul presunto “smaltimento illecito di reflui petroliferi” che vede indagati proprio i vertici di Eni. Ma i fatti non contano per il Foglio. La chiusura del pezzo dedicato alla Basilicata petrolizzata, infatti, è solo un esempio di razzismo antimerdionalista .(Fonte Basilicata24)

 

In un articolo a firma della redazione di Basilicata 24 si legge:

Federico Pirro è professore associato di Storia dell’Industria presso il Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze Sociali (FLESS) dell’Università di Bari. Dal suo curriculum si legge che dal 2007 è componente del Centro Studi di Confindustria Puglia; collabora inoltre alla rivista economica del Mezzogiorno della Svimez ed è autore, con Angelo Guarini direttore di Confindustria Brindisi, del volume Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007, con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo cui nel 2009 sono stati conferiti il Premio Sele d’Oro Mezzogiorno e il Premio Basilicata. Perché un professore pugliese mostra il suo interessamento alla questione lucana al punto tale da riportare meschine e gratuite offese pur di sostenere l’importanza dell’operato delle compagnie petrolifere nella nostra Regione? Sarà forse perché le politiche industriali pugliesi, in materia di petrolio, sono legate alle estrazioni petrolifere lucane? Sarà forse perché il Distretto Meridionale dell’ENI, con un livello di produzione che si attesta sugli 82.000 barili di olio/giorno e 3,4 milioni Smc/giorno di gas, rappresenta la maggiore realtà italiana quanto a produzione di idrocarburi? Sarà forse  per la presenza dell’oleodotto di circa 137 km adibito al trasporto dell’olio grezzo prodotto dal Centro Olio Val d’Agri e diretto alla Raffineria di Taranto per le successive lavorazioni ed in funzione dal lontano 2001? Sarà forse perché il Centro Olio di Pisticci che, occupandosi della separazione del gas dalle acqua di strato, provvede a stoccarlo in appositi serbatoi e avviarlo tramite autobotti alla Raffineria di Taranto? Solo il 16 dicembre scorso, sul giornale on-line “formiche.net” la cui società editrice vede nel consiglio di amministrazione Chicco Testa, compare un articolo a firma di Federico Pirro in cui si legge: “il governo avrebbe intenzione, introducendo un emendamento alla legge di stabilità, di consentire l’effettiva attuazione del Progetto “Tempa Rossa” e soprattutto della sua sezione terminale riguardante l’area di Taranto, ove – all’interno della raffineria dell’Eni – si dovrebbero costruire due serbatoi di stoccaggio della capacità complessiva di 180mila metri cubi per conservare il greggio proveniente dall’area estrattiva di Corleto Perticara in Basilicata e destinato, dal raggruppamento Total, Shell e Mitsui che lo estrarrà all’esportazione e non alla lavorazione presso l’impianto di raffinazione tarantino” (**).(Fonte Basilicata24)

 

Nonostante il petrolio, la Basilicata è la regione più povera d’Italia, acquistata per qualche buono benzina elargito solo ai titolari di una regolare patente di guida: ah, andate a guardare a quanto ammontano le royalties pagate al territorio lucano e comparatele con quelle date, ad esempio, alla Nigeria…

Siamo sicuri che l’agroalimentare ed il turismo, su cui investire veramente rendano meno e creino meno occupazione?


25
Feb 15

Uomini D’onore. Film Documentario sulla ndrangheta (video)

Un video documentario sulla storia della ‘ndrangheta calabrese dalle sue origini ad oggi. Degno di nota, il contributo di Nicola Zitara intervistato dagli autori del documentario, che tocca argomenti interessanti relativi al ruolo delle mafie al Sud come forza di controllo del territorio delegato dallo Stato.