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29
Mag 15

I Quartieri Spagnoli “cucinano” per bene turisti e migranti

Ne avevo già parlato qualche tempo fa,ma l’iniziativa va avanti e riscuote sempre tanto successo. E di certo il titolo vi ha condotto qui paventando chissà quali discutibili narrazioni nel popolare quartiere napoletano.

Così racconta questa storia, Redattore Sociale:

 

’accoglienza è di casa nel negozio di ortofrutta di Tina e Angelo, la coppia napoletana ormai più famosa dei Quartieri Spagnoli. E non solo per i prezzi di frutta e verdura. Da circa dieci anni donna Tina e suo marito tengono corsi gratuiti di “cucina multietnica” a migranti, turisti e napoletani. Ogni martedì, dalle 15,30 in punto, il negozio apre le sue porte a chiunque voglia cimentarsi in cucina e contagiarsi con altre culture. Sì, perché, come sottolinea Tina Palombo: “Anche se il nostro cavallo di battaglia è la cucina tipica napoletana, qui si mescolano profumi e colori. Siamo pronti a sperimentare nel nome dell’accoglienza e del rispetto delle tradizioni culturali di tutti. Anzi le ‘eccezioni’ alla nostra tradizione culinaria non possono che arricchire i piatti”. Quando entri nel negozietto, che di martedì si trasforma in una colorata e affollatissima cucina, non puoi che sentire un’aria buona, oltre al profumino dei gustosi cibi in preparazione.

foto Redattore Sociale

“Abbiamo cominciato per caso – spiega gli esordi di questa avventura la signora Tina – era un Carnevale di tanti anni fa e vennero a farci visita dei giovani cinesi. Ci chiesero come era cucinato un piatto tipico napoletano, ma non conoscendo né l’inglese né tantomeno il cinese, l’unica cosa che mi venne in mente fu far vedere loro praticamente quali fossero gli ingredienti. Da allora il negozio non ha porte, accogliamo tutti”. “Non si tratta solo di ‘insegnare’ qualcosa – aggiunge – ma di creare uno scambio. Quando spiego ai miei allievi stranieri come si fa la parmigiana di melanzana, chiedo poi a loro come questo particolare ortaggio viene cucinato nel loro paese. Ogni volta si crea come una magia tra le persone, tenute insieme dalla partecipazione alla stessa pratica, quella della preparazione dei pasti, e poi dalla convivialità del momento”.

Napoletani, cinesi, cingalesi, tutti uniti intorno alla cucina che diventa espressione di multiculturalità, un melting pot che partendo dalla globalizzazione torna a ripiegarsi sulla identità del cibo napoletano che, figlio di contaminazioni assunte nel passato di dominazioni e contaminazioni finisce per arricchirsi ancora di più . Ed allora ecco che in quel preciso istante, assorbito il bagaglio gastronomico e di esperienza nella preparazione, tutti diventano napoletani. Alla faccia dello ius soli e di chi distribuisce patenti di cittadinanza solo su base etnica.


29
Mag 15

I nomi degli impresentabili in Campania e Puglia

Ecco l’elenco dei cosiddetti impresentabili, presenti nelle liste elettorali per le elezioni regionali campane e pugliesi, così come stilata dalla commissione antimafia.

I nomi sono 17: tutti candidati in Puglia e Campania. E le loro situazioni sono molto diverse dal punto di vista giudiziario: ci sono persone con condanne non definitive, altre con processi in corso ma assolti in primo grado, altre che non hanno questioni in corso con la giustizia.

Campania
– Alberico Gambino, Fratelli d’Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Luciano Passariello, Fratelli d’Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Antonio Scalzone, Popolari per l’Italia (che ha ritirato la candidatura), a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Antonio Agostino Ambrosio, Forza Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Sergio Nappi, Caldoro Presidente, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Fernando Errico, NCD per Caldoro, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Sandra Lonardo Mastella, Forza Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Francesco Plaitano, Popolari per l’Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Raffaele Viscardi, Popolari per l’Italia, a sostegno di Stefano Caldoro (Forza Italia)
– Vincenzo De Luca, candidato alla presidenza della regione per il PD
– Domenico Elefante, Centro Democratico-Scelta Civica, a sostegno di Vincenzo De Luca (PD)
– Biagio Iacolare, UdC, a sostegno di Vincenzo De Luca (PD)
– Carmela Grimaldi, Campania in rete, a sostegno di Vincenzo De Luca (PD)

Puglia
– Enzo Palmisano, a sostegno di Francesco Schittulli (“Oltre con Fitto”)
– Massimiliano Oggiano, a sostegno di Francesco Schittulli (“Oltre con Fitto”)
– Giovanni Copertino, a sostegno di Adriana Poli-Bortone (Forza Italia)
– Fabio Ladisa, Popolari con Emiliano, a sostegno di Michele Emiliano (PD)

Credo che forse solo nelle elezioni che si tengono sul pianeta delle scimmie, succeda che prima vengano presentate delle liste elettorali, raccolte delle firme, ammessi dei candidati alla competizione e  poi intervenga una commissione a dire che sono “impresentabili”.

Un pò come se ad una partita di calcio, vi facessero sapere che ci sono alcuni giocatori delle due squadre che hanno barato in precedenti partite o si sono dopati. Ad arbitrare l’incontro il mitico Moreno. Paghereste il biglietto per guardare ugualmente la partita?

W l’Italia…


28
Mag 15

“Africani, terroni di….” così finisce in tribuna il play off tra Spezia ed Avellino

Scandali, mazzette, scommesse illegali, omicidi (quello di Ciro ancora irrisolto) e gli immancabili cori ed espressioni razziste, ingiuriose che diventano uno sfottò da depenalizzare: la sintesi ed una istantanea di quello che è oggi il calcio italiano ed internazionale.

Così succede che anche una partita, accesa si, ma che ha luogo tra squadre poco note alle cronache nere sportive per episodi di violenza, si trasforma nel proscenio dei soliti, odiosi insulti razzisti che non provengono dalle curve ma dalla tribuna.

Si giocano i play off di serie B tra La Spezia ed Avellino:

Diversi personaggi presenti in tribuna hanno inveito in vario modo prima con i dirigenti biancoverdi (dell’Avellino) e poi con i giornalisti al seguito della squadra irpina. Il video del misfatto è stato postato in rete dal giornalista di Primativvù, Domenico Zappella, sul profilo Facebook della trasmissione Contatto Sport e in poche ore ha fatto il giro de web.
Africani, terroni, ti mando all’ospedale, terrone di merda, orecchione, coglione, africano“ (fonte: Il pallone scoppiato)

Ecco, ascoltate anche voi con le vostre orecchie. Il video:


26
Mag 15

“A Milano si fa come dico io tornatene a Napoli” ed il video della multa diventa virale

Succede che a Milano un imprenditore napoletano, nel capoluogo meneghino presente con alcuni locali nell’ambito della ristorazione, venga fermato da un vigilie che gli commina una multa. Se non fosse che, stando al video e alla ricostruzione del multato, che fa apporre tutto a verbale, il vigile, avvertito l’accento napoletano del conducente dell’autovettura avrebbe detto: “A Milano si fa come dico io, tornatene a Napoli e vaff…..”, suscitando le ire dell’imprenditore.

Il video sta diventando virale sul web anche per alcuni accenti “comici” che ha assunto la vicenda quando una signora ligure, che cerca di consolare il multato napoletano, dopo un dialogo tra i due ammette candidamente: mi sembrate Totò e Peppino, alludendo alla mitica scena dei due attori napoletani che litigavano col vigile milanese.

Sdrammatizziamola così, con una sana, femminile ironia esprimendo solidarietà al multato, non per l’infrazione compiuta ma per l’espressione lesiva che avrebbe subito.

Il video:


25
Mag 15

Anche la moda tra i driver dell’economia meridionale

Lo studio è della Srm e rientra nella ricerca “un Sud che produce” presentato la scorsa settimana presso il banco di Napoli ed ha analizzato il “peso” del comparto moda nel sistema economico-produttivo del Sud.

Una filiera che affonda, nella tradizione storica dei propri opifici, le sue radici e che costituiscono  un quarto dell’intero comparto nazionale. L’8% della quota nazionale spetta alla Campania col suo network di piccole e medie imprese diffuse da Terra di Lavoro all’area vesuviana (per pudore taccio sullo scempio delle seterie ed opifici di San Leucio lasciati morire).

Secondo quanto riporta il quotidiano economico Il Denaro:

 Le imprese del settore che hanno costituito una rete d’imprese nel Sud sono oggi sono 67 pari al 17 per cento del dato nazionale. I Distretti invece sono 9 su 42. Quello di San Giuseppe Vesuviano si configura come il più grande del Mezzogiorno. E se il totale delle aziende del Sud (circa 20 mila) realizza un fatturato annuo pari a 6,6 miliardi di euro, e un export di 2,2 miliardi che incide per il 5,9 per cento sul totale nazionale delle esportazioni del manifatturiero, le imprese della sola Campania realizzano un valore aggiunto sul totale manifatturiero regionale del 10,1 per cento: un dato superiore a quello nazionale (9,7 per cento) e a quello medio del Mezzogiorno (8,3 per cento). Più in particolare, nel 2014 (dati Banca d’Italia) l’export delle imprese campane della moda corrisponde all’8,8 per cento di quello nazionale nell’abbigliamento, all’8,1 nelle calzature, al 5,5 negli articoli in pelle . Anche su altri indicatori, come fatturato (10,5 per cento), export (12,4 per cento) e occupati (16,2 per cento) i valori della Campania in rapporto al settore manifatturiero nel suo insieme sono superiori a quelli medi nazionali e del Mezzogiorno.

Con le “firme” ed i “grandi marchi” che da un pò di tempo, nel settore calzaturiero ad esempio, hanno deciso di portare parte della propria produzione proprio in Campania, abbandonando alcuni distretti produtti extra UE. Perchè?

Know how, qualità, maestranze qualificate, costi di gestione ridotti (grazie a decine di piccole aziende a conduzione familiare: “la dimensione ridotta in questo caso è un punto di forza perché garantisce una gestione meno dispendiosa e un profitto maggiore, soprattutto se il cliente è una grossa multinazionale”, secondo l’Osservatorio Intesa Sanpaolo) questo il segreto della competitività dei prezzi offerti dall’artigianato calzaturiero campano hanno conquistato anche le grandi griffe

Dior, Fendi, Ferragamo, Gucci, Lvhm, Max Mara, Prada, Saint Laurent, Sergio Rossi. Qualche esempio delle storie che stanno facendo la fortuna del polo? L’azienda Paolo Scarfora di Casandrino, 70 anni di lavoro alle spalle, punta tutto sul Made in Italy di eccellenza. Produce non più di 20 paia di scarpe al giorno, vende il 95 per cento del prodotto in America, dove si posiziona in una nicchia riservata alla clientela più esigente, e si fa pagare bene: tra gli 800 e 1200 euro per ciascun prodotto. Il fatturato medio annuale si attesta sui 2 miliardi di euro. Altro caso è quello del calzaturificio Dei Mille, che dal centro di Napoli si sposta ad Arzano, nel cuore del distretto, per abbattere i costi di gestione e realizzare un prodotto industriale ma di qualità superiore alla media. “Una scelta obbligata – spiegano i proprietari – per vincere la dilagante concorrenza cinese”. Risultato? 60mila scatole di scarpe prodotte ogni anno, 25 mila delle quali finiscono alle grandi Maison del settore. (Fonte il Denaro)

 


24
Mag 15

Quel razzismo da caserma nell’Italia post unitaria

Anche questa è una di quelle storie nascoste nei rivoli di un passato scomodo o da seppellire.

Una storia di razzismo tra settentrionali e meridionali avvenuto in una caserma dell’Italia nei primi 20 anni della sua esistenza.

Così Vincenzo Santoro narra la vicenda sul sito “Calabria in Armi”:

Nella caserma partenopea, sede del 19° Brescia, intorno alle 20 del 13 aprile 1884, scoppiò un alterco tra alcuni soldati calabresi e graduati di altre regioni. Probabilmente ultimo di una serie di episodi che avevano visto coinvolti calabresi e soldati meridionali da una parte e militari di altre regioni dall’altra, in contrapposizione proprio per le differenti provenienze geografiche. In primis il caporale Zanoletti offese la Calabria ed i calabresi e successivamente, a causa del litigio scoppiato tra militari, il caporale Cordara diede uno schiaffo al Misdea, il quale reagì minacciandolo di morte. Fu riportata parzialmente la calma ma, durante la notte, in camerata, il Misdea, preso da sconforto e da rancore, covati forse da tempo, e colto da raptus, si impossessò del suo fucile col quale iniziò a fare fuoco su chiunque gli si parasse davanti. I soldati presenti nella camerata si diedero alla fuga o si nascosero, ma per quelli che si trovarono sotto tiro non ci fu scampo. Vennero da lui graziati solo i soldati calabresi. Sparò una cinquantina di colpi fin quando venne immobilizzato e portato in cella.

Dopo circa un mese, presso il Tribunale Militare di Napoli, iniziò il processo a suo carico. Il Misdea venne accusato di “insubordinazione con vie di fatto, mediante omicidio consumato in persona di caporale, ed omicidio mancato sulla persona di sottufficiali e caporali,commessa per motivi non estranei alla milizia ed aggravata da omicidi consumati e mancati di altri militari di grado uguale”.

Vennero sentiti tanti testimoni per l’accusa e pochi per la difesa. Perito di parte il professor Lombroso.

Durante il processo si preferì spostare l’attenzione, anziché sui reali motivi che potevano  aver provocato la follia omicida del fante calabrese (provocazioni, umiliazioni, angoscia,  pregiudizi antimeridionali, angherie, insofferenza alla disciplina, disadattamento), con la sua propensione a delinquere scaturita dalla famiglia d’origine e dal contesto sociale ed ambientale di nascita (Girifalco venne definita “tana di briganti”).

Vennero individuati i parenti e collaterali del Misdea malati di mente ed etilisti; furono sentiti i testi anche su avvenimenti estranei al processo e si rimarcò l’attenzione sui suoi specifici precedenti penali.

Il Lombroso sostenne la tesi della correlazione tra epilessia (di cui Misdea era sofferente) con la devianza criminale, affermando che la follia morale, l’epilessia, l’ereditarietà, la barbarie del paese d’origine e della famiglia, i traumi e l’alcoolismo, erano alla base del fatto criminoso commesso, perorando la condanna a morte come unico mezzo per emendare la società da un individuo nocivo e biologicamente incline alla violenza, più che approfondire le vere cause del raptus e punire le effettive colpe e le responsabilità personali. D’altronde il criminologo ribadì sempre il concetto dell’uomo delinquente nato, cioè di colui che per questioni genetiche e fisiche era propenso a delinquere, in virtù di una stretta correlazione tra struttura anatomica del cervello ed i suoi comportamenti. A questo si unì il concetto del pazzo selvaggio, cioè di colui che commetteva il male solo per il male senza trarne alcun beneficio, respingendo quindi l’idea che il crimine potesse essere l’effetto dei problemi della società.

Gli elementi scatenanti il plurimo omicidio nell’ambito del 19° reggimento di fanteria, furono per il Lombroso: la sete di vendetta, l’odio, la vanità del Misdea, ma anche le sue caratteristiche anatomiche, affermando che “molte delle sue facciali deformazioni sono frequenti nei calabresi; ma ciò poco conta. Invece è di somma importanza la forma della fronte e degli zigomi. Il lobo destro, che lavora meno del sinistro, è più sviluppato. C’è un appiattimento strano delle tempie; c’è un profondo infossamento ai lati del frontale. Ricordo che gli idioti microcefali presentano appunto questa forma. In Misdea la quantità di cervello è normale, ma la disposizione è di microcefalo. In quanto allo strabismo, si sa che di per sé non rileva molto: deriva da malattie celebrali o dalla vita intrauterina. Ma il fatto diviene grave, quando è messo d’accordo con tutti gli altri segni. Gli zigomi, vari di grandezza, sono distanti l’uno dall’altro come nei giapponesi. Chi vede un giapponese vede Misdea. La nota dei due incisivi segna anche una degenerazione. La follia morale è un fatto atavistico, che su su va fino ai selvaggi, all’uomo primitivo, agli orsi…Quello che in Misdea è sembrato un sorriso, non è che la naturale sporgenza dei denti. Per trovare consimili difetti bisogna retrocedere fino ai conigli…”.

Come aggravanti della sua personalità vennero rimarcate anche le tare ereditarie (padre etilista, madre isterica e fratelli dementi), nonché la presenza a Girifalco del manicomio provinciale.

La difesa cercò in maniera blanda di spostare l’attenzione sulle provocazioni che potevano aver causato la strage da parte del soldato calabrese e sui fenomeni di antimeridionalismo presenti in quello come in altri reggimenti del regio esercito, e lo stesso Misdea tra molti “non ricordo” affermò di aver voluto difendere l’onore della Calabria da continue umiliazioni e vessazioni subite in caserma.

In virtù principalmente dell’esito della perizia psichiatrica del Lombroso, il Misdea fu però condannato a morte con degradazione, a seguito del respingimento della domanda di grazia, e fucilato alla schiena a Bagnoli all’alba del 20 giugno 1884.  Affrontò comunque la morte con coraggio e dignità ed al soldato che si apprestava a bendargli gli occhi, prima dell’esecuzione, disse “ora vedrai come muore un calabrese”.

A seguito del clamore suscitato dal caso, Cesare Lombroso pubblicò un opuscolo dal titolo “Misdea e la nuova scuola penale”, cercando di spiegare scientificamente le sue teorie, mentre Edoardo Scarfoglio pubblicò a puntate “Il romanzo di Misdea” (ristampato come unicum nel 2003 con una ricca appendice a cura della professoressa Manola Fausti) infarcito di tante informazioni biografiche sul fante calabrese, con l’obiettivo finale di scardinare le teorie del professore veronese ed i suoi pregiudizi antimeridionali, per arrivare ad ipotizzare una riforma delle giovani istituzioni nazionali, la leva obbligatoria e l’esercito innanzitutto, per suggellare nei fatti l’unità tra gli italiani.

Nel 1978 la Rai ha trasmesso uno sceneggiato dal titolo “Il povero soldato” sulle tragiche vicende di Napoli.

Oggi, col termine “misdeismo”, si intendono i comportamenti psicologici e le devianze causate dallo stress e dalle tensioni presenti negli ambienti militari e dalla mancata assuefazione alla stessa vita militare (fenomeni ovviamente molto più frequenti quando era vigente il servizio obbligatorio di leva), mentre le teorie lombrosiane esercitarono per svariati anni un’influenza negativa e, sviluppate da scienziati, filosofi ed intellettuali, fecero purtroppo breccia nelle politiche razziste ed eugenetiche  di varie nazioni nei primi decenni del XX° secolo.

Dalla vicenda ne è nato anche uno sceneggiato trasmesso dalla Rao ed uno spettacolo teatrale. Ecco un estratto:


22
Mag 15

“Basta professori meridionali, tolgono lavoro a quelli del Nord”. Ma la prof assenteista in Calabria era piemontese.

“Basta prof meridionali tolgono posto a quelli del Nord”, “I prof terroni non li vogliamo”, “Prima professori veneti”, questo florilegio di espressioni non sono una mia invenzione ma dal Bossi del 2008 fino al recente pensiero leghista, sono frutto di quella propaganda che reclama professori indigeni  per le scuole padane. Rei, quelli meridionali, di togliere il lavoro agli autoctoni e, secondo alcuni ideologi del passato in salsa verde, di privare la cittadinanza dei mos maiourm del luogo e della lingua a tutto vantaggio di una cultura esogena (Sic!). E di essere in ultima, ma non ultima, analisi, sfaticati e poco operosi.

Eppure, ahiloro, anche oggi giunge una notizia che mette in crisi, come altri casi accaduti in passato, la geografia del luogo comune e dello stereotipo di stampo etno geografico, dal vago gusto lombrosiano.

Con buona pace del leghismo militante, accade che in Calabria, presso l’Unical, secondo quanto riportano sia il “Fatto Quotidiano” che il “Quotidiano del Sud”  oltre che svariate testate locali , una docente di Casale Monferrato, avvocato del Foro del capoluogo piemontese iscritto all’albo speciale per i cassazionisti, professore associato di Diritto penale presso il Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche, venga sospesa per assentesimo.

La professoressa Amisano, infatti, è stata accusata di “presunte violazioni dei doveri d’ufficio connessi allo svolgimento, in maniera continuativa, degli impegni didattici, in seguito ad un esposto anonimo da parte degli studenti, confermato poi dopo l’audizione della stessa professoressa e dalla “documentazione, da cui emergeva il presunto assenteismo della docente e lo svolgimento delle lezioni ad opera di personale non qualificato. In pratica, le lezioni di Diritto Penale di cui la Amisano ha la cattedra, sarebbero in realtà state svolte dai suoi assistenti, che non ne hanno il titolo.

Ecco l’elenco delle violazioni della professoressa Amisano inserite nel verbale di sospensione: “mancato svolgimento in maniera continuativa delle attività didattiche; mancata partecipazione alle riunioni dei consigli di dipartimento e del consiglio del collegio dei docenti del dottorato Impresa, Stato e Mercato; mancato svolgimento dell’orario di studenti e irregolarità nello svolgimento delle sessioni d’esame.

Quando avrete finalmente capito che le coordinate geografiche non sono portatrici, intrinsecamente e di per se stesse, di valori positivi o negativi a prescindere, sarà un paese migliore.


21
Mag 15

Sentenza storica: invocazioni al Vesuvio sono causa di danno esistenziale, civilmente risarcibile

  
Sentenza storica di un tribunale civile italiano che sbugiarda l’ipocrisia della federazione italiana gioco calcio che si lavava, ogni domenica,  la coscienza con l’applicazione di sanzioni pecuniarie che finiscono nelle casse di società insolventi anziché alimentare il circolo virtuoso degli aiuti alle realtà giovanili degradate.

I cori contro i napoletani e le invocazioni che invitano il Vesuvio ad eruttare provocano “danno esistenziale” e sono motivo di condanna al risarcimento da parte dei club nel cui stadio i cori sono avvenuti.

Ecco la vicenda:

La Juventus è stata condannata a risarcire per inadempimento contrattuale e “danni patrimoniali e disagi morali” un tifoso del Napoli per gli episodi accaduti durante la gara Juventus-Napoli del 10 novembre 2013 allo Juventus Stadium di Torino. Lo ha stabilito il giudice di pace di Torre Annunziata Francesco Buonocore. Il club bianconero dovrà risarcire l’avvocato Giovanni De Angelis, di Castellammare di Stabia (Napoli) con 305 euro di danno patrimoniale (costo del biglietto della partita, viaggio in treno e pernottamento a Torino), più mille euro di danno esistenziale, oltre alle spese legali di giudizio in primo e secondo grado. In totale, oltre 3 mila euro. Il ricorso in appello della società bianconera ha confermato la sentenza di primo grado. L’avvocato De Angelis, che ha curato personalmente la causa, aveva lamentato i cori offensivi contro Napoli e i napoletani provenienti dai settori dei tifosi bianconeri, che comportarono anche sanzioni da parte della giustizia sportiva (2 giornate di chiusura delle curve). Il tifoso del Napoli fu costretto ad abbandonare lo stadio prima della conclusione della gara “in conseguenza di una situazione ambientale avvertita come insopportabil “inadempienza contrattuale per il mancato adempimento dell’obbligo – contrattualmente assunto con la vendita del biglietto di accesso allo stadio – di contrastare le turbative al godimento dello spettacolo”. Ma c’è di più. Dice la sentenza: “è stata inoltre provata la circostanza che durante il primo tempo della gara, i tifosi della Juventus esponevano uno striscione che inneggiava alla ‘eruzione del Vesuvio e alla morte del popolo napoletano’ e che tale striscione rimaneva esposto inizialmente al centro della curva e successivamente esposto sul lato inferiore della detta curva, senza che lo stesso venisse rimosso dagli steward”. Il giudice ha considerato colpevole la società torinese in quanto “alcuno dei funzionari e dipendenti della ‘Juventus Fc Spa’ addetti alla vigilanza dello stadio si adoperò per evitare o far cessare tali vergognosi comportamenti posti in essere da nutrite frange della tifoseria juventina, omettendo persino di invitare tali tifosi tramite megafono a desistere da tali comportamenti”. Questi omessi interventi – scrive il giudice – avrebbero “dato chiaro segno di dissenso e di condanna verso tali comportamenti e soprattutto avrebbe dimostrato la diligenza prescritta dall’art 1176 c.c.”.


21
Mag 15

Se questa è la ripresa io, meridionale, sono la Fata Turchina

Chiariamoci subito: se intendiamo per “Italia” quella che si ferma alle regioni centrali della penisola, partecipiamo pure all’orgia collettiva dell’entusiasmo condito dalla salsa della campagna elettorale, allineamoci alla stampa e ai telegiornali da Minculpop e affermiamo fieri: l’Italia è uscita dalla crisi.

Se invece consideriamo per Italia, anche quelle regioni completamente uscite dall’agenda politica di questo governo, quelle meridionali, allora ci pensano i quotidiani stranieri come l’Economist a dimostrarci che c’è una parte importante di questo paese chiamato Italia che continua la discesa nelle sabbie mobili della crisi, in maniera costante ed inesorabile dal 2007. Impantanato nella sostanza di una economia fortemente duale (e strutturalmente oltre che politicamente, pianificata)

Ecco il grafico dell’Economist:

Cosa ci sarebbe da esultare non lo so visto che come molti economisti sostengono, da Viesti a Savona, questo governo non può continuare a “foraggiare” una economia duale, puntando sulla “locomotiva” chiamata Nord. E’ un non senso. Inefficace.

Scrive Savona: Se si ritiene che la crescita del Centro-Nord possa più che compensare la decrescita del Sud puntando solo maggiori esportazioni, coltiviamo illusioni […] e al Nord, in molti sono convinti che hanno anche una specifica palla al piede dovuta al Sud, nonostante le statistiche da me prodotte con Zeno Rotondi indichino il contrario, ossia che il loro sviluppo beneficia di quel mercato di sbocco.

L’economista invoca interventi pubblici, partendo dalle grandi opere e dall’ edilizia, e anche i consumi azionando le leve esogene dello sviluppo, ad esempio detassando.

Una nazione seria è legata dal vincolo della solidarietà. De Gasperi e Vanoni lo avevano capito. I governanti moderni no.

Ma è mai esistita questa Nazione che pare sempre più un esperimento fallito?


20
Mag 15

Afragola dice no a Gomorra: non vogliamo più alimentare stereotipi

Da questo blog, non solo a mia firma, più volte ho sollevato perplessità sui processi di mitizzazione in negativo che emergono da fiction come Gomorra.

Oggi il sindaco di Afragola ha deciso di negare alla produzione il set per alcune scende della seconda serie della fiction, made in Sky.

“Dico no alle riprese di Gomorra nel quartiere Salicelle di Afragola perché si tratta di un quartiere difficile, attraversato già da una profonda sofferenza sociale e vittima di uno stereotipo già diffuso e veicolato dai mass media.

Il sindaco Tuccillo attraverso una nota spiega che la produzione i, iniziate le riprese lo scorso 14 aprile, dopo aver ottenuto dalla parrocchia di San Michele Arcangelo il permesso di girare ieri alcune scene in chiesa, ha quindi abbandonato la zona. “La spettacolarizzazione della fiction – sottolinea – accentuerebbe inevitabilmente questo stereotipo e vanificherebbe il lavoro di riscatto in cui sono impegnati tanti cittadini, associazioni e questa amministrazione. Tutto questo sarebbe profondamente ingiusto. Per cui, pur apprezzando la fiction, i contenuti e la narrazione che essa veicola, io dico no a ‘Gomorra’ ad Afragola e nel quartiere Salicelle. Per tutelare da primo cittadino l’immagine e le persone della mia citta’ e di quel quartiere”

Trovo invece irresistibili tutti quei fenomeni di smitizzazione e di presa in giro del ruolo del camorrista e del gergo criminale che la serie riprende.