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31
Lug 15

Rondolino, Riotta e il sociologismo da ombrellone: i meridionali non vogliono lavorare

Dopo la pubblicazione dei dati Svimez sulla condizione di un Sud che sta messo peggio della Grecia, un orgasmo di sociologismo da solleone (la colta citazione è del professor Viesti) ha investito alcuni tra i panzer della comunicazione italiana, che si rotolano nello stereotipo e nel luogo comune come fanno i bambini a luglio sul bagnasciuga.

Però siccome io sono emigrante, napoletano e da giugno ad oggi non ho fatto neanche un bagno, lavoro 10 ore al giorno per sorridere alla sublimazione del radical chic italiano che ormai è un misto di leghismo e ormonismo alla Gordon Ramsey, non riesco a non farmi girare i co*****i, quando a 40 e passa gradi leggo il cazzeggio di lorsignori che digitano dallo smartphone di ultima generazione i loro deliri di ovvietà e di haiku lombrosiani, impreziositi dall’auciello bianco di twitter.

In cima alla classifica, di oggi, l’eclettico Fabrizio Rondolino (ex Pci, ex Unità, ex d’ Alema, ex staff Comunicazione Grande Fratello, quello che disse che era colpa nostra se le aziende del nord e la camorra ci avevano messo i fusti tossici sotto al deretano e che quindi avremmo dovuto ripulire a nostre spese) che, al principio della controra (sarà stata la peperonata?) in un PD fighting con Francesco Nicodemo (già nello staff della comunicazione renziana) così, borghezianamente, pontifica (caro Rondolino, non è che perchè mi hai bannato dal tuo profilo twitter non riesco a rubarti comunque uno screenshot, del resto song napulitàn, no?)

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Siccome non m’entrava tutto nello screenshot, Rondolino conclude:

tutti i meridionali ‘fanno il piagnisteo’:è proprio questo il punto.Lo Stato dovrebbe abbandonare completam il Sud perché rinasca

E su questo siamo d’accordo, a tal proposito, quando ve ne andate? “Il negozio è triste e sta sempre qua” come direbbe la buonanima del principe de Curtis.

Al secondo posto Parallelo Italia di Gianni Riotta che da quando ha scoperto che la polemica che ha per oggetto Napoli e il Sud paga, riuscendo a risollevare le sorti di una trasmissione che pare non abbia questo gran margine di ascolti (al confronto quel pasticciere tedesco su Real Time ha un auditel da kolossal), aggiunge apoditticamente:

Icastico il professor Gianfranco Viesti, che lascio a chiosa di questo post:

Ma che sciocchezza: sociologismo da solleone, untantoalchilo

Sic transit gloria mundi ed il giornalismo italiano. E se il Sud sta messo peggio della Grecia è anche perchè mancano i Biagi, gli Zavoli che condussero grandi inchieste nell’Italia post unitaria mostrando quanto avrebbe potuto essere cambiato mentre i grandi partiti nazionali, gli imprenditori (non solo meridionali) e le mafie si mangiavano i soldi della Cassa del Mezzogiorno e degli investimenti. Compresi, di recente, i fondi Fas, che venivano annunciati e destinati al Sud e finivano per essere dirottati al Nord. Ma questo i giornalisti di cui sopra si guardano bene dal raccontarlo. Solo superficialità e pigrizia professionale? La luna consiglia la lettura di Paolo Savona e delle interdipendenze economiche tra Nord e Sud. Perchè se siamo come la Grecia, state pur certi che c’è qualcuno che si è comportato e si comporta come la Germania.

PS: se proprio volete conoscere i giovani meridionali, svegliatevi una mattina, presto, all’alba,  recatevi alla più vicina stazione degli autobus che conduce ai ricchi e livorosi Nord del mondo. Non alle stazioni ferroviarie perchè quelle le hanno chiuse e i treni soppressi. Accompagnateli nei viaggi che li conducono in monolocali dove vivono e cucinano anche in quattro o cinque per dividere le spese. Sempre che abbiano trovato qualcuno disposto ad affitargliele ad oltre mille euro al mese nonostante siano meridionali (se si sono comportati bene, dopo un paio di mesi arriva pure l’idiota commento del padrone di casa “ma sapete che non si vede che siete napoletani”?). Potrete sentire come ultimo pensiero della sera, dopo una carezza alle famiglie via Whatsapp,  una bestemmia puntuale alla vostra agiatezza e alle vostre rendite di posizione. Altro che piagnisteo, siamo incazzati neri.


31
Lug 15

Sanità made in Italy: meno fondi dove si muore prima. Così si beffa la Campania.

La denuncia in un lungo articolo di oggi sulle pagine de Il Mattino, formato da Marco Esposito che ne anticipa i contenuti sul proprio profilo Facebook:

Provo a far chiarezza sulla vicenda dei fondi sanitari. Intanto di che si parla? Dei criteri per il riparto di qualcosa come 109 miliardi di euro (109!).

La formula attuale, inventata da Calderoli nel 2011, prevede un solo criterio: più anziani, più soldi. In Campania, dove si vive due anni in meno, in troppi si ammalano giovani e ciò fa perdere risorse per prevenzione e cure. Una follia che solo la mente cinica di un leghista poteva partorire.

Per il 2015 la musica doveva cambiare. La legge 190/2014 al comma 601 prevedeva nuovi criteri, che tenessero conto per esempio di situazioni specifiche di rischio territoriale come la Terra dei Fuochi.

Perché i nuovi criteri entrassero in vigore, però, serviva l’intesa delle Regioni, con la scadenza del 30 aprile 2015 indicata nella legge. In caso di mancato accordo, valevano le vecchie regole (cioè quelle del leghista Calderoli) anche per il 2015.

Come racconto oggi sul Mattino né il 30 aprile, né nella prima riunione utile dopo il voto del 31 maggio e cioè il 2 luglio, si è trovato l’accordo. Anzi: il Sud non ha neppure avviato la discussione. E così il Veneto, che ha in mano il pallino della sanità regionale, ha avuto buon gioco a far passare con una noticina l’utilizzo anche per il 2015 dei vecchi criteri, danneggiando in modo gravissimo il Sud, Campania in testa.

Danneggiando i cittadini, sia chiaro, perché i governatori vecchi e nuovi avranno sempre una buona scusa per dire che loro non hanno colpa.

Coerente in fondo con le scelte di un governo che ha completamente escluso il Sud dall’agenda degli investimenti.


30
Lug 15

Svimez: Sud sempre più alla deriva, rischio sottosviluppo permanente. Nascite mai così basse da 150 anni.

Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Questa la fotografia che emerge dalle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentate oggi a Roma. Pil e Mezzogiorno – In base a valutazioni SVIMEZ nel 2014 il Pil è calato nel Mezzogiorno dell’1,3%, rallentando la caduta dell’anno precedente (-2,7%), con un calo superiore di oltre un punto percentuale rispetto al Centro-Nord (-0,2%).

Da rilevare che per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno registra segno negativo, a testimonianza della permanente criticità dell’area. Il peggior andamento del Pil meridionale nel 2014 è dovuto soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Anche gli andamenti di lungo periodo confermano un Paese spaccato e diseguale: negli anni di crisi 2008-2014 il Sud ha perso -13%, circa il doppio del pur importante -7,4% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, tornando, con il 53,7%, ai livelli del 2000. La crisi nel 2014 si attenua nella maggior parte delle regioni del Centro-Nord, molto meno in tutte quelle del Sud – A livello regionale nel 2014 segno negativo per quindici regioni italiane su venti; si distinguono soltanto le Marche quasi stazionarie (+0,1%), lo +0,3% dell’Emilia Romagna e del Trentino Alto Adige, +0,4% del Veneto. Miglior performance in assoluto a livello nazionale per il Friuli Venezia Giulia, +0,8%. Le regioni del Centro-Nord oscillano tra il -0,3% del Lazio e della Toscana e il -1-1% dell’Umbria.

Piemonte e Valle d’Aosta segnano -0,7%. Nel Mezzogiorno la forbice resta compresa tra il -0,2% della Calabria e il -1,7% dell’Abruzzo, fanalino di coda nazionale. In posizione intermedia la Basilicata (-0,7%), il Molise (-0,8%), la Campania (-1,2%). Giù anche la Sicilia (-1,3%), e Puglia e Sardegna, allineate a -1,6%. Guardando agli anni della crisi, dal 2008 al 2014, anche se risultano negative tutte le regioni italiane, a eccezione dell’Umbria (-13,7%), delle Marche (-13%) e del Piemonte (-12%), le perdite più pesanti sono al Sud, con profonde difficoltà in Puglia (-12,6%), Sicilia (-13,7%), Campania (-14,4%). Situazione ancora più negativa in Basilicata (-16,3%) e Molise (-22,8%). Nel periodo 2001-2014 il Sud molto peggio della Grecia – Dal 2001 al 2014 il tasso di crescita cumulato è stato + 15,7% in Germania, +21,4% in Spagna, + 16,3% in Francia. Negativa la Grecia, con -1,7%, ma mai quanto il Sud, che, con -9,4% tira giù al ribasso il dato nazionale (-1,1%), contro il +1,5% del Centro-Nord. Pil per abitante e divari storici – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno. Nel 2014 la regione più ricca è stato il Trentino Alto Adige, con 37.665 euro, seguito dalle Valle d’Aosta (36.183), dalla Lombardia (35.770), l’Emilia Romagna (33.107 euro) e il Lazio (30.750 euro). Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (22.927 euro); seguono la Sardegna (18.808), la Basilicata (18.230 euro), il Molise (18.222 euro), la Puglia (16.366), la Campania (16.335), la Sicilia (16.283). La regione più povera è la Calabria, con 15.807 euro. Il divario tra la regione più ricca, il Trentino Alto Adige, e la più povera, la Calabria, è stato nel 2014 pari a quasi 22mila euro. I consumi continuano a calare al Sud, mentre riprendono a crescere nel resto del Paese – I consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, continuando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Qui si è registrato un recupero dei consumi di beni durevoli, con un aumento delle spese per vestiario e calzature (+0,3%) e di altri “beni e servizi”, categoria che racchiude i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione (+0,9%). In crescita nel Centro-Nord anche i consumi alimentari (+1%), a fronte della contrazione del Mezzogiorno (-0,3%). In generale nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del Mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord.

Guardando invece agli anni di crisi 2008-2014, la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha superato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (-13,2%), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (-5,5%). In particolare, negli anni 2008-2014 il calo cumulato della spesa è stato al Sud del -15,3% per i consumi alimentari, a fronte del -10,2% del Centro-Nord; e di ben il -16% per il vestiario e calzature, il doppio del resto del Paese (-8%). Significativo e preoccupante anche il crollo della spesa delle famiglie relativo agli altri “beni e servizi”, che racchiudono, come indicato, i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione: -18,4% al Sud, oltre tre volte in più rispetto al Centro-Nord (-5,5%) Continua la caduta degli investimenti, specie al Sud – Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore al Sud rispetto al Centro-Nord: -4% rispetto a -3,1%. Dal 2008 al 2014 sono crollati del 38% nel Mezzogiorno e del 27% nel Centro-Nord, con una differenza tra le due ripartizioni di 11 punti percentuali. A livello settoriale, crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (- 17,1%). Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del – 55,4% al Centro-Nord; in agricoltura, (-38% al Sud, quasi quattro volte più del Centro-Nord, -10,8%). Quasi allineata nella crisi la dinamica dei servizi: -33% al Sud, -31% al Centro-Nord. Il crollo della spesa in conto capitale, a danno del Sud – In tempi di spending review, è interessante rilevare che a livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro, passando da 63,7 a 46,3 miliardi di euro. Fatto pari a 100 il livello complessivo del 2001, nel 2013 la spesa è scesa al 72,2%, quale media tra l’80% del Centro-Nord e il 61% del Sud. In altri termini, dal 2001 al 2013 la spesa nel Mezzogiorno è diminuita di 9,9 miliardi di euro, passando da 25,7 a 15,8. In più, la spesa complessiva in conto capitale della PA è arrivata a pesare nel Mezzogiorno nel 2013 sul totale del Paese per il 34,1%, cifra nettamente inferiore all’obiettivo programmatico del 45% fissato in vari documenti di programmazione nei primi anni Duemila.

Giù inoltre soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro. A trainare al ribasso i trasferimenti, il crollo degli incentivi alle imprese private. Nella crisi, giù tutti i settori; al Sud il calo continua nel 2014 – Negli anni della crisi 2008-2014 la riduzione del valore aggiunto è stata più intensa al Sud in tutti i settori produttivi.

Peggio di tutti l’industria: qui il valore aggiunto è crollato al Sud negli anni 2008 – 2014 cumulativamente del -35%, a fronte del -17,2% nel resto del Paese. In calo anche le costruzioni, il cui valore aggiunto è diminuito cumulativamente al Sud del -38,7% a fronte del – 29,8% del Centro-Nord. Scendono nel periodo in questione anche i servizi, -6,6% al Sud e -2,6% al Centro-Nord. Segno negativo anche se si guarda al solo 2014, ma soprattutto al Sud: l’agricoltura perde infatti nel Mezzogiorno addirittura -6,2%, mentre il Centro-Nord guadagna +0,4%; l’industria flette nel Sud del 3,3%, una perdita di due punti percentuali superiore a quella del Centro-Nord (-1,3%); i servizi segnano -0,5% al Sud contro +0,3% dell’altra ripartizione.

Divari regionali in Europa: dal 2001 al 2013 la crescita del Pil in PPA del Sud è stata pari a 1/5 di quella delle regioni deboli dei nuovi Paesi entranti dell’Est europeo – Dal 2008 al 2013 il Pil è aumentato del 3,6% nell’area dell’Euro (18 Paesi) ma con andamenti decisamente differenti a seconda delle regioni: +4,5% nelle aree più forti, le regioni della Competitività, -1,1% nelle aree più deboli, le regioni della Convergenza, cioè le aree più povere che dall’inizio del ciclo di programmazione avevano un reddito pro capite inferiore al 75% della media europea. Andamento diverso nelle stesse aree invece nel periodo pre-crisi 2001-2007: le regioni più deboli dell’Area Euro avevano mostrato segni di effettiva convergenza, crescendo del 39,6%, addirittura più delle aree forti (+31,3%). Interessante rilevare le dinamiche dei tre grandi paesi europei che ospitano molte regioni Convergenza, cioè Spagna, Germania e Italia. In Spagna negli anni 2001-2007 pre-crisi la crescita cumulata delle aree più deboli è stata superiore a quella delle aree più forti (+62,4% contro +55,4%). Successivamente, dal 2008 al 2013, la flessione delle aree della Convergenza è stata invece superiore a quella delle regioni Competitività (-5,1% contro -3,2%). In Germania si registra invece una maggiore omogeneità sia nei periodi pre e di crisi, sia a livello territoriale: dal 2001 al 2007 le aree Convergenza e Competitività tedesche sono cresciute rispettivamente del 28,2% e del 29,1%; negli anni 2008-2013, a differenza della Spagna e dell’Italia, le due aree hanno registrato un segno positivo, rispettivamente del +8,5% e del +9,7%, segno di una forte sintonia di crescita tra le regioni tedesche occidentali e i Laender orientali.

Non così in Italia, dove, nel periodo pre crisi, Sud e Centro-Nord sono cresciuti rispettivamente del 19% e del 21,8%, con una differenza di tre punti percentuali, mentre hanno rilevato andamenti divergenti negli anni 2008-2013: +0,6% il Centro-Nord, -5,1% al Sud. In generale, comunque, le asimmetrie interne alle regioni periferiche dell’Europa si sono aggravate a partire dal 2004, con l’allargamento ad Est dell’Unione; da quel momento il Sud ha sofferto in misura crescente la concorrenza del dumping fiscale e della mancanza degli obblighi valutari dei nuovi Stati membri. Da segnalare che in tredici anni, dal 2000 al 2013, l’Italia è stato il Paese che, in termini di Pil in PPA, è cresciuto meno di tutti i paesi considerati, +20,6% rispetto al +37,3% dell’area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo. Situazione decisamente più critica al Sud, che nel 2001-2013 cresce nel periodo n questione la metà della Grecia, +13%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%). Industria del Sud: il crollo degli investimenti erode la base produttiva e accresce i divari di competitività –

Nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%. Complessivamente negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell’Area Euro del -3,9%. A pesare, ancora una volta, soprattutto il Mezzogiorno: dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%). Nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud all’8%, un dato ben lontano dal 17,9% del Centro – Nord e dal 20% fissato dalla Commissione europea nella nuova strategia di politica industriale. In deciso ribasso anche la capacità produttiva; rispetto ai livelli pre crisi il Sud ha perso oltre il 30%, contro il -17% del Centro-Nord e il -5% della media della Ue a 28. Tra il 2007 e il 2013 è sceso anche lo stock di capitale lordo, -7,4% al Sud, + 3,1% nel resto del Paese. Quanto agli occupati, nel 2014 gli addetti al comparto scendono dello 0,2% al Sud contro il +0% dell’altra ripartizione. Nell’intero periodo 2008-2014, comunque, la caduta dell’occupazione è stata di oltre il -20% al Sud, contro il -13,4% del Centro-Nord. In continua discesa anche la produttività del manifatturiero meridionale, sceso al 58,2% del Centro-Nord nel 2014 (nel 2000 era pari al 74,5% dell’altra ripartizione). Negative al Sud nel 2014 anche le esportazioni, -4,8%, che sono cresciute invece nel Centro-Nord (+3%). Stesse dinamiche se si osservano gli anni 2008-2014: -2,1% al Sud, +11,1% al Centro-Nord. In questo quadro pesa decisamente il crollo delle agevolazioni concesse alle imprese private: dal 2008 al 2013 sono scese al Centro-Nord del -17%, passando da 3,2 a 2,6 miliardi di euro, mentre al Sud sono sprofondate del 76%, passando da 5,5 a 1,3 miliardi di euro. Le agevolazioni alle imprese del Mezzogiorno sul totale nazionale si sono quindi dimezzate: erano il 63,5% nel 2008, sono diventate il 33,2% nel 2013. Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente. Nel 2014 occupati al Sud come nel 1977 – Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila). Il Sud, invece, ne ha persi 45mila. Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat. Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro. Segnali di un debole miglioramento nell’ultimo periodo: tra il primo trimestre del 2014 e quello del 2015 gli occupati sono saliti in Italia di 133mila unità, di cui 47mila al Sud e 86mila al CentroNord. In calo le persone in cerca di occupazione, scese in Italia nel primo trimestre 2015 a 3 milioni 302mila unità, 145mila in meno rispetto all’anno precedente. Donne: al Sud lavora solo una giovane su cinque – Le donne continuano a lavorare poco: nel 2014 a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 51% nell’Ue a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 20,8%.

Ancora peggio se si osserva l’occupazione delle giovani donne under 34: a fronte di una media italiana del 34% (in cui il Centro-Nord arriva al 42,3%) e di una europea a 28 del 51%, il Sud si ferma al 20,8%. Tra i 15 e i 34 anni è quindi occupata al Sud solo una donna su 5. Dal 2008 al 2014, inoltre, i posti di lavoro per le donne sono cresciute di 135mila unità al Centro-Nord, mentre sono scesi di 71mila al Sud. Quanto ai tipi di lavoro, crescono nel periodo in questione del 14% le professioni non qualificate, mentre diminuiscono del 10% le qualificate. I giovani e il lavoro: una “frattura” senza paragoni in Europa – Continua l’andamento contrapposto dell’occupazione tra i giovani e i meno giovani. I primi, under 34, hanno visto perdere in Italia dal 2008 al 2014 oltre 1 milione e 900mila posti di lavoro, pari a -27,7%; quasi il -32% al Sud. Il Sud negli anni 2008-2014 perde 622mila posti di lavoro tra gli under 34(-31,9%) e ne guadagna 239mila negli over 55. Il tasso di disoccupazione arriva nel 2014 al 12,7% in Italia, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Colpiti ancora i più giovani: gli under 24 nel 2014 registrano un tasso di disoccupazione del 35,5% nel Centro-Nord e quasi del 56% al Sud. In più, rispetto alla media europea a 28 del 76%, i giovani diplomati e laureati italiani presentano un tasso di occupazione di oltre 30 punti più basso, pari al 45%. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. I 3 milioni 512mila giovani Neet (Not in education, employment or training) nel 2014, sono aumentati di oltre il 25% rispetto al 2008. Di questi, quasi due milioni sono donne, e quasi due milioni sono meridionali. Anche gli stranieri iniziano a fare meno figli –

Dal 2001 al 2014 la popolazione è cresciuta a livello nazionale di circa 3,8 milioni, di cui 3,4 milioni al Centro-Nord e 389mila al Sud. In dieci anni, dal 2001 al 2014 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1 milione 667mila persone, rientrate 923mila, con un saldo migratorio netto di 744mila persone, di cui 526mila under 34 e 205mila laureati.

Il tasso di fecondità al Sud è arrivato a 1,31 figli per donna, ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica, e inferiore comunque all’1,43 del Centro-Nord. Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174mila nascite, il valore più basso dall’Unità d’Italia; nel 1862 i nati furono 391mila, 217mila in più di oggi. Nascite in calo anche al Centro-Nord e, per la prima volta, anche nelle coppie con almeno un genitore straniero, che in precedenza avevano invece contribuito ad alimentare la ripresa della natalità nell’area. Il Sud sarà quindi interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, a fronte di una crescita di 4,6 milioni nel Centro-Nord, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%. Allarme povertà: una persona su tre a rischio al Sud, una su dieci al Nord – In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La percentuale di famiglie in povertà assoluta sul totale delle famiglie è aumentata al Sud nel 2014 rispetto al 2011 del 2,2% (passando dal 6,4% all’8,6%) contro il +1,1% del Centro-Nord (dal 3,3% al 4,4%). Nel periodo 2011-2014 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511mila a 704mila al Sud e da 570mila a 766mila al Centro-Nord. A livello di reddito, guadagna meno di 12mila euro annui quasi il 62% dei meridionali, contro il 28,5% del Centro-Nord. Particolarmente pesante la situazione in Campania (quasi il 66% dei nuclei guadagna meno di 12mila euro annui), Molise (70%) e Sicilia (72%). (Fonte: Svimez)


29
Lug 15

2008-2015: -18% di finanziamenti agli atenei meridionali

Ci accusano di essere visionari e vittimisti, ma tutta la storiella pompata dal ben noto quotidiano dell’alta borghesia italiana, dal titolo crepuscolare, che trova terreno fertile nella maggioranza di Governo, che punta alla chiusura di alcuni atenei ritenuti poco produttivi e competitivi, viene da lontano ed è ben pianificata.

Lo conferma il Sole 24 Ore che spiega bene come:

Gli atenei statali italiani che nel 2008 potevano contare su un fondo ordinario di 7.250 milioni di euro, oggi possono disporre di 6.313,3 milioni. Le università ad aver subito maggiormente i tagli (basati sui canoni di “finanziamento competitivo” e “costi standard”) sono quelle meridionali, che hanno avuto una riduzione dei finanziamenti del 18,8% contro il -13,1% delle università del Centro Italia e il -7,1% di quelle del Nord. Andando a guardare le singole università, quelle di Palermo e Messina sono state le più penalizzate dalle nuove regole di distribuzione, con rispettivamente il -30,1% e il -31,4% di finanziamenti dal 2008. Saldo invece estremamente positivo per l’università di Bergamo che negli ultimi 7 anni ha visto crescere i fondi statali dell’11,4%

Tale pianificazione è un pugno in pieno volto a tutti i tentativi di coesione territoriale ed ai buoni propositi per lo sviluppo di alcune macro aree, preferendo gli investimenti solo in alcune regioni ritenute “locomotiva” di un Paese che in realtà non cresce e, soprattutto, “non si forma” a compartimenti stagni. Ed ancora dobbiamo sorbirci il chegneffotti “padano” mentre la necessità costringe ancora la meglio gioventù meridionale all’emigrazione che finisce per ingrassare anche l’indotto che ruota intorno agli studenti.

Ecco il grafico de “Il Sole 24 Ore”:


28
Lug 15

Gomorra incendia le attività produttive anticamorra. Non si volevano “piglià il perdono”.

Vi divertono le fiction dove Salvatore Conte e Gennaro Savastano mostrano una realtà fatta di ricchezza e sopraffazione immersa in un tessuto sociale di povertà, ignoranza e degrado indotto?

E allora sicuramente potrebbe affascinarvi il video che posto qui sotto che mostra come i boss di Gomorra, quella vera, si divertono a far incendiare di notte le attività produttive campane che servono a dare respiro e lavoro, onesti, a chi, la maggioranza delle persone, non abbassa la testa, crede nella legalità e nel riscatto di un territorio ceduto, da un secolo e mezzo, al controllo delle mafie.

Così nei giorni scorsi la camorra ha reagito duramente al lavoro delle cooperative sociali sui fondi confiscati: la Cleprin va a fuoco riportando danni per 2 milioni di euro e a Chiaiano, vicino Scampia, sul Fondo Rustico Amato Lamberti, un grave furto a seguito di velate minacce.

Lo fanno di notte, quando non c’è nessuno, in una guerra dove le armi le hanno solo loro, in territori dove hanno sepolto monnezza tossica che uccide sin da piccoli. In territori dove finisci per scoprire che onorevoli e gente incravattata, si vestiva di anticamorra cinque minuti dopo aver omaggiato il boss di turno.


26
Lug 15

A Pino Aprile le chiavi di Casalduni

Così Pino Aprile commenta la cittadinanza onoraria ricevuta in quel di Casalduni nella giornata di ieri, un modo per far conoscere a chi ancora non sa:

Sto per ricevere la cittadinanza onoraria di Casalduni, uno dei due paesi-simbolo, con Pontelandolfo, del prezzo di sangue che il Sud fu costretto a pagare, per l’unificazione dell’Italia, fatta con le armi e le stragi, invece che con l’incontro di popoli. Si poteva fare con una festa, si scelse di farlo con un funerale.

La notte fra il 13 e il 14 agosto 1861, quale rappresaglia per l’uccisione di una quarantina di bersaglieri che, contravvenendo agli ordini, invece di limitarsi a una perlustrazione, si infilarono in una zona presidiata da “brigantI” (soldati borbonici datisi alla guerriglia, in gran parte) appoggiatI dalla popolazione, un migliaio di soldati sabaudi circondarono i due paesi e li misero a ferro e fuoco: fucilazioni in massa, stupri, rapine e i superstiti chiusi nelle case, cui fu dato fuoco, per bruciarli vivi. Di due paesi, oltre 9mila abitanti, rimasero in piedi 3 case.

Ma lo scempio non si fermò lì: le vittime furono infangate e una taccia criminale fu stesa su quel che rimaneva della gente e delle cittadine. Chi restò e i loro eredi dovevano tacere, per nascondere la vergogna. Anche se qualche anziano, a mezza bocca, osava dire: «Ma le cose non andarono come dicono». Non un rigo, nei libri di storia, comunque.

Qualche autore del tempo osò raccontare il massacro, ma lo liquidarono come traditore, anti-italiano, filoborbonico (curioso modo di squalificare chi racconta il fatto, non potendo negare il fatto). Poi, in tempi più recenti, da Carlo Alianello ad Antonio Ciano, Gigi di Fiore e tanti altri, il martirio di Pontelandolfo e Casalduni è stato indagato, arricchito di dati inediti. Quando ne parlai in “Terroni”, fui insolentito da alcune “firme”del “Corriere della sera”, su cui, però, pochi mesi dopo, apparvero tre pagine sul massacro.

Oggi, a parte qualche sprovveduto che tenta di negare l’innegabile (c’è persino un messaggio del presidente della Repubblica con cui si chiede scusa), l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni è storia.

Che mi vengano consegnate “le chiavi della città” di un luogo-simbolo come questo ha, per me (e non credo solo per me) un valore aggiunto. Altri Comuni mi hanno reso un tale onore e a tutti sono grato.

Ma credo che nessuno si sentirà diminuito se dico che Casalduni è un’altra cosa; quelle chiavi mi consegnano un impegno: quanto fatto fin qui, perché il recupero della memoria cancellata comporti il dovere nazionale di condividere quel dolore, è solo l’inizio del cammino.

Pontelandolfo e Casalduni devono entrare, con il giusto tono e il giusto peso, nei libri di scuola; il loro martirio deve rappresentare sintesi e simbolo della vastità degli eccidi che furono compiuti a danno dei meridionali; attorno a questi paesi dovrà nascere una Associazione dei paesi eccidiati; qui si dovrà raccogliere tutta la documentazione rinvenuta e sparsa dei massacri e quella che si ritroverà in futuro.

In una parola: qui deve sorgere il tempio della memoria e quella memoria deve diventare pane.

Ci sono due sindaci volenterosi e giovani a Pontelandolfo e Casalduni; la consapevolezza di queste vicende è ormai diffusa. Si può fare, si deve fare. Lo dobbiamo a quelle vittime. Non so dove troverò tempo e (di ‘sto passo…) forze, ma per questo, sono a disposizione per fare la mia parte.

È il mio modo per ringraziare, mentre ricevo “le chiavi della città” di Casalduni.


26
Lug 15

Docenti “Magna Graecia”: ecco perchè quelle classifiche sono falsate

Questa lettera, firmata da alcuni illustri docenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’ Università Magna Graecia di Catanzaro, è stata inviata al direttore de Il Mattino:

Egr. Direttore,
Le graduatorie possono essere un utile strumento di valutazione e di orientamento e servire, così, da stimolo. Possono, però, anche essere ingannevoli e offrire una rappresentazione distorta. Dipende dagli indicatori scelti. Nella graduatoria delle università italiane de Il Sole 24 Ore, l’università Magna Graecia di Catanzaro si colloca alla 21esima posizione in Italia per qualità della ricerca.

Un risultato senz’altro soddisfacente, considerato che si tratta di un’università giovane e con un numero di docenti e ricercatori inferiore a tanti prestigiosi atenei del Paese. Nella stessa graduatoria, la Magna Graecia si colloca, però, al 61esimo posto per la didattica. Una differenza enorme, dunque, tra le due posizioni. Un genitore o uno studente che leggesse la graduatoria del Sole 24 Ore potrebbe pensare che la didattica impartita dai docenti dell’università di Catanzaro sia, per qualche ragione, di qualità inferiore rispetto agli altri atenei del paese. Quel genitore e quello studente sarebbero indotti in errore.
La valutazione del Sole 24 Ore non ha quasi nulla a che vedere con la qualità dell’insegnamento. Essa si basa, invece, su nove indicatori tra i quali: il tasso di occupazione degli studenti a un anno dalla laurea; la percentuale di immatricolati da fuori regione; i crediti ottenuti in stage; la percentuale di borse di studio; i crediti ottenuti all’estero; il numero di docenti di ruolo nelle materie di base e caratterizzanti; il giudizio dei laureandi sull’efficacia della didattica. Come è evidente, alcuni di questi indicatori non solo non hanno nulla a che fare con la didattica, ma riguardano fattori che l’università non può, in alcun modo, modificare. Il tasso di occupazione a un anno dalla laurea dipende, in larga misura, dal contesto e dall’andamento dell’economia territoriale.

Nel Mezzogiorno, in cui il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 60 per cento, tale indicatore non può che essere penalizzante. Anche il numero di borse di studio non ha alcuna relazione con la didattica e non dipende dagli atenei, bensì dalle Regioni. Lo stesso vale per gli immatricolati da fuori regione, considerato il ruolo che hanno fattori di contesto che, ovviamente e storicamente, avvantaggiano le università di grandi città del Centro-Nord rispetto a quelle di provincia del Sud. Anche il numero di docenti c’entra poco con le scelte degli atenei che, anzi, devono sottostare a norme stringenti che ne impediscono l’assunzione. Analoghe considerazioni si possono fare per la mobilità internazionale degli studenti. A ben vedere, il parametro che più di altri riguarda la didattica è il giudizio degli studenti sui corsi frequentati. Ebbene, rispetto a tale indicatore, l’università di Catanzaro si colloca al 17esimo posto in Italia (si noti che sette università del Nord non risultano classificate per mancanza di dati).

Nell’articolo di commento alla graduatoria del Sole 24 Ore il giornalista precisa: “Per fare un esempio banale, è inevitabile che le università milanesi abbiano risultati migliori in termini di tassi occupazionali o di attrattività rispetto a quelle calabresi o campane, perché questo dipende da fattori legati al contesto socio-economico e al tessuto imprenditoriale dei diversi territori”. Se lo stesso giornalista è convinto di ciò, perché considerare tali parametri? Qualsiasi precisazione è poco efficace, dal momento che la maggior parte dei lettori si limita a leggere la classifica, senza investigare su come essa sia stata fatta. Sarà anche banale, ma una “valutazione” delle università che scelga parametri che riguardano il contesto territoriale e imprenditoriale e poco o nulla la didattica, non fornisce, a nostro giudizio, uno strumento di orientamento, ma, anzi, rischia di offrire una rappresentazione distorta della realtà. Il risultato, anche esso banale, ma inevitabile e ingiusto, è che, per gli indicatori scelti, la classifica del Sole 24 Ore penalizza le università meridionali.

Firmato:

Vittorio Daniele, Valerio Donato, Renato Ghezzi, Paolo Malanima, Nicola Ostuni, Rocco Reina.


25
Lug 15

Le “interessate” classifiche delle Università italiane

Come ogni anno, a luglio arrivano le classifiche di qualità degli atenei italiani (prima Il Sole 24 Ore, oggi Repubblica-Censis). E ogni anno aumentano i divari e si rafforza il primato delle Università del Nord.

Tali classifiche, in realtà, misurano soprattutto il contesto intorno agli atenei e quindi certificano che l’Italia è sempre più spaccata in due: una dove è più facile trovare lavoro, vedersi riconosciuta dalla Regione una borsa di studio, attrarre investimenti privati e così via… L’altra dove tutto è più difficile.

L’obiettivo di queste classifiche non è neutrale. Il calo demografico, molto forte nelle generazioni delle neomatricole, spinge gli atenei a una forte competizione per assicurarsi l’iscrizione degli studenti meridionali, più numerosi in quelle classi di età. E più studenti significa più fondi, finanziamenti e turnover anche per il futuro.

Ecco perché, invece di aprire una vertenza nazionale affinché il 100% dei ragazzi che hanno diritto a una borsa di studio la riceva davvero (e non il 100% al Nord e il 50% al Sud, come oggi), si utilizza quel parametro di inefficienza per spingere famiglie e ragazzi del Sud ad anticipare l’emigrazione e scegliere l’iscrizione in una università del Nord.

Tanti accusano i meridionalisti di essere innamorati e nostalgici del nobile passato della nostra terra. Ma la tratta dei cervelli è furto di futuro.

Marco Esposito*

*Giornalista e scrittore


24
Lug 15

Riotta, i giornalisti italiani e l’Expo: spigolature d’Aprile

Vi propongo delle interessanti spigolature di Pino Aprile sui temi “caldi” di questa settimana:

1 – Gianni Riotta spiega che è stato “inviato” pure in Iran (ah…, era l’Iran? Chissà cosa avevo capito su dove l’avevano inviato) e non gli è successo quel che è capitato a Napoli. Probabilmente, in Iran avrà fatto il giornalista come nella trasmissione dedicata a Milano, dove non si è accorto che l’Expo se la batte con il deserto del Sahara, per numero di esseri umani a chilometro quadrato; non si è accorto dei ritardi, delle opere incomplete e di quelle mai fatte, delle retate a gogò che hanno trasferito camionate di appaltatori e dirigenti da Expo e dintorni nelle carceri della zona. È andato in Iran a scegliere i tappeti da srotolare dinanzi ai suoi ospiti milanesi, per le sue più che perdibili “interviste di garanzia”? (Alcuni bravissimi giornalisti televisivi statunitensi usavano presentarsi in studio in maniche di camicia. Se qualcuno vuole avvisare Riotta che non basta togliersi la giacca per essere come loro, lo faccia con cautela: la sorpresa potrebbe procurargli conseguenze serie).

2 – I “grandi giornali” spendono le migliori penne per spiegare che bisogna risolvere il problema “fra magistratura e industria”, a proposito del processo per le presunte porcate dello stabilimento siderurgico di Taranto: 44 imputati fra manager, politici e varia umanità. E qual è il problema? Se alcune industrie se ne fottono delle leggi e fanno quel che gli pare, c’è rischio che qualche magistrato si ricordi che sta lì per far rispettare le leggi e non per evitare di dar disturbo all’industria che produce calpestando ogni norma. Il problema non è fra “magistratura e industria”, ma fra alcuni industriali e il codice penale. L’industria non avrebbe fastidi se rispettasse le leggi. Ma l’incredibile (a)morale di certi padroni di industrie e di giornali è che, se vengono presi con il sorcio in bocca, il governo (non importa quale: il caso Ilva dimostra che centrodestra o centrosinistra è uguale, magari si fanno prestare i tappeti da Riotta) vara norme di sartoria, cucite addosso a chi finisce nel mirino dei magistrati, per rendere a posteriori lecito quello che non lo è. Se i giudici insistono, ecco la prova che “hanno un problema con l’industria”. Chissà perché, quando i magistrati mandano in galera il ladro dell’auto degli editorialisti da pronto soccorso per “salvare la produzione”, nessuno scrive che la giustizia “ha un problema con il furto”.
Sono gli stessi, spesso, che a proposito delle inchieste su alcuni politici, scrivono che si rende necessaria un’opera di pacificazione fra magistratura e politica. Dimenticando che il primo passo, che renderebbe inutile il secondo, sarebbe la fine della guerra di certi politici al codice penale.
Forse fra i problemi da risolvere, in questo Paese, ce n’è uno davvero enorme (che ci pone in coda alla classifica mondiale della libertà di stampa): quello fra i giornalisti e i fatti, i giornalisti e la decenza. È chiaro che non sono tutti asserviti o con un codice morale ormai deviato; come non sono tutti corrotti i politici; né i magistrati tutti comprensivi a fini di carriera (basti vedere certi discutibili criteri meritocratici, diciamo così, del Consiglio superiore della magistratura, grazie ai quali, per dirne iuna, il dottor Nino Di Matteo non è abbastanza esperto di mafia, per far parte della Procura nazionale antimafia).
Ma se c’è una cosa di cui sono sicuro, a proposito del processo Ilva, è che di tutti i protagonisti (politici compiacenti, corrotti; industriali troppo sbrigativi e avidi, dirigenti pronti ad assecondare, a danno di tutti, meno che il proprio…), gli unici dinanzi ai quali mi toglierei il cappellino sono i magistrati di Taranto. Non so se c’è ancora un giudice a Berlino, ma a Taranto sì; il che dà ancora speranza che le leggi non siano scritte invano.

3 – Giuseppe Sala, commissario dell’Expo (ma dove li trovano quelli così?) ha spiegato, senza arrossire, senza che nessuno fosse ricoverato per sincope da eccesso di risata improvvisa o per crisi di vomito, che i numeri dei visitatori dell’Expo sono taroccati dal caldo, che manderebbe in tilt i contatori automatici (mai che accada con i contatori del gas, della luce, che stabiliscono quanto ci tocca pagare!). La tragedia dell’Expo sta diventando una costosissima barzelletta; Sandro Giacobbo, per Voyager, ha inutilmente cercato di scoprire quanta gente è andata (sia pure con biglietto gratis) all’Expo, poi ha vilmente ripiegato su altri misteri, riuscendo a portare in studio l’uomo delle nevi, lo Yeti dell’Himalaya, per una intervista, resa comprensibile a tutti, grazie alla traduzione istantanea fatta da un marziano rintracciato da Giacobbo su Astra Centauri (ecco un altro a cui piace vincere facile: dicci quanti sono i visitatori a Milano, invece di cavartela con queste sciocchezze e il quarto segreto di Fatima!). L’informativa del fantasioso pallonaro dell’Expo è rimasta parziale, però, perché non ci è stato detto nulla delle conseguenze del caldo sui neuroni dei dirigenti di Expo, né a quale temperatura vadano in tilt, come i contatori. In assenza di altre spiegazioni, per ora, tocca prendere per buona la possibilità che l’assenza di notizie a riguardo sia dovuta all’assenza di neuroni;

4 – …a proposito di Expo e informazione: non sarebbe corretto che i giornali e le reti televisive, persino quelle pubbliche, in apertura dei loro servizi (smettetela di ridere) sulla Fiera, avvisassero: questo giornale, questo editore, questa rete tv hanno preso tot soldi da Expo, a questo titolo? Così, giusto per sapere.


23
Lug 15

Campania seconda per prodotti agroalimentari tradizionali

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rende noto che è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana la quindicesima revisione dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali (PAT), che dal 2008 sono considerati espressione del patrimonio culturale italiano.

L’elenco si arricchisce di 68 nuovi prodotti tradizionali e conta quest’anno 4881 prodotti tradizionali. La Toscana detiene il primato con 461 PAT, mentre al secondo posto si colloca con 457 prodotti la Campania, seguita da Lazio con 393, Emilia Romagna 378 e Veneto 370.

Si definiscono “Prodotti Agroalimentari Tradizionali” quei prodotti le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultano consolidate nel tempo. In particolare, devono risultare praticate sul territorio di riferimento in maniera omogenea secondo regole tradizionali e protratte nel tempo, comunque per un periodo non inferiore ai 25 anni. Sono esclusi i prodotti agroalimentari registrati come Dop e Igp.

Disponibile sul sito del Mipaaf l’elenco aggiornato dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali