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30
Ago 15

Edgar Colonnese voleva solo fare il suo lavoro: vendere libri

Edgar Colonnese vende libri. Non in un luogo qualunque, ma all’interno della Reggia di Caserta. Avete presente un “bookshop” da museo? Ecco quello lì. Ma non può fare il suo lavoro perchè, nonostante le denunce, nessuna istituzione lo protegge (anche fisicamente) dagli abusivi.

Ecco l’appello che ha lanciato dal proprio profilo Facebook:

Gestire il bookshop della Reggia di Caserta potrebbe sembrare il mestiere più facile del mondo.
Per contratto, sei l’unico, in tutto quel sito, che possa vendere libri e gadget.
Potrebbe sembrare una cuccagna, ma non in Campania.
In Campania, intorno ai beni culturali, c’è un “sistema” parassitario e illegale.
Ne fanno parte tipografie abusive, venditori abusivi di libri, addetti alla vigilanza che non vigilano o sono “amici” dei primi, superiori gerarchici che non sorvegliano il lavoro dei secondi e in questo modo lasciano indisturbati i primi, sindacati che giustificano l’inazione dei secondi e dei primi, vigili urbani che avrebbero il compito di reprimere il commercio abusivo ma non lo reprimono.
Nella Reggia di Caserta, c’è ancora di più: caso raro perfino in Campania, questo sistema parassitario e illegale non lo trovi appena fuori il sito, lo trovi dentro.
Il venditore abusivo, la cartomante con l’uccellino, ed altre figure da oleografia (altre figure che ricoprono di merda la Campania, in realtà) stanno dentro la Reggia di Caserta.
Il venditore abusivo di libri, parte di un sistema illegale che inizia nella tipografia abusiva, io ce l’ho fuori al bookshop.
Lo sento urlare ai turisti: <<nun iate a ddu chill’, e’ prezz’ mii song’ a mità>>.
E tu, che paghi le tasse, che paghi le utenze, che hai personale e costi, chiami l’addetto alla sorveglianza.
Ma l’addetto alla sorveglianza non ritiene essere suo compito cacciare l’abusivo.
Quando sta di genio, riferisce al superiore.
Ma il superiore non ritiene suo compito cacciare l’abusivo.
E in genere, non fa nulla.
Non chiama i vigili urbani, non chiama la Polizia.
Se ti rivolgi al sindacato, il sindacato dice che i dipendenti pubblici pagati da noi hanno ragione a dire che non è compito loro.
Ma qual è, allora, il compito loro?
Lo ha detto benissimo Philippe Daverio ” ora voglio vedere un direttore da Bologna alle prese con i sindacati dei custodi alla Reggia, non sarà certo una passeggiata”.
Poi ci sono i Vigili Urbani, che hanno competenza in materia di commercio abusivo, ma a Caserta che fanno?
Boh.
Dunque, devi chiamare tu la Polizia o i Carabinieri, dai quali ti senti dire : <<ma ci sono i sorveglianti, perché non li cacciano loro?>>.
Già, e che ne so?
E allora ogni giorno, per cacciare gli abusivi dalla Reggia di Caserta, deve venire una Volante chiamata da me, se può venire, perché la Volante non dovrebbe servire a reprimere il commercio abusivo.
Ma in Campania ci sono addetti alla sorveglianza che dicono che non è compito loro, superiori gerarchici che li appoggiano, sindacati che dicono che è giusto così, vigili urbani che non si sa che cazzo facciano: tutta gente che prende uno stipendio pubblico, cioè vive con i nostri soldi.
Ho denunziato la cosa al Soprintendente, decine di volte.
Ho denunziato la cosa al Ministro, decine di volte.
Ho cominciato a chiamare io i Carabinieri, che qualche volta sono venuti, e li hanno cacciati.
Una di queste volte, l’altro ieri, gli abusivi sono stati cacciati perché io li ho fatti cacciare.
Dopo tre ore, io sono uscito per tornare a casa, e un abusivo, spalleggiato da altri tre, mi ha detto che IO me ne devo andare, che IO devo morire, e che loro si devono mettere coi chioschetti al posto mio.
Mi sono fermato e gli ho chiesto se ce l’avesse con me.
Mi ha risposto di si, e che mi deve uccidere.
Lui è nel giusto.
Perché qualche accattone di politico, qualche accattone di dipendente pubblico, qualche accattone di funzionario, lo avrà blandito, avrà trattato con lui.
Perché nel “sistema” di cui sopra dobbiamo introdurre altri attori: i politici, i funzionari, e i vertici istituzionali, che in Campania interpretano creativamente, diciamo, la distinzione tra legale e illegale, e trattano con gli abusivi, gli fanno promesse, prefigurano scenari futuri.
Ci lamentiamo della trattativa Stato-mafia?
La trattativa Stato-illegalità, da noi, avviene ogni giorno.
Sotto casa vostra, con lo spacciatore di zona.
Nella piazza davanti casa, con il parcheggiatore abusivo.
Sotto il mio negozio, con il venditore abusivo.
Questa trattativa Stato/illegalità serve a prevenire i reati di sangue?
Questa trattativa Stato/illegalità fa risparmiare lavoro alle forze dell’ordine?
Signori cari, la trattativa Stato-illegalità, se serve forse a mantenere l’ordine pubblico, ha delle vittime: l’imprenditore onesto che vuole investire, che vuole creare posti di lavoro, e viene umiliato, calpestato, “ridotto alla sussistenza, per un “accordo” illegale preso altrove da chi la legge dovrebbe farla rispettare e basta.
Ieri, ho messo penna su carta, e ho denunziato tutto questo.
Mi minacceranno ancora?
Mi aggrediranno?
Mi colpiranno nell’incolumità fisica?
Non mi fermerò.
Non posso fermarmi, e lo devo fare per il Sud.
Per tutti quegli imprenditori che vogliono aprire un cantiere e costruire, e va il parassita a chiedere la tangente, e la polizia non fa nulla, magari perché anche lì c’è stata una trattativa Stato/illegalità, sulla pelle di quell’imprenditore, sul suo sangue, sulla sua vita, sulla pelle sangue e vita dei suoi dipendenti.
Il sud deve essere percepito come un territorio dove si può investire senza dover fare i conti con le intimidazioni.
Dove la smettiamo di proteggere l’illegalità.
Dove individuiamo e puniamo tutti i dipendenti pubblici, dovunque essi si trovino, se essi non fanno il loro dovere ma “trattano”.
Io non tratto.

Noi con lui, non trattiamo perchè ci siamo rotti le scatole di questi parassiti non perseguiti da uno Stato che non ascolta le denunce dei cittadini meridionali, semplicemente perchè ha delegato alle mafie un welfare state parallelo ed il controllo stesso del territorio.


28
Ago 15

Le regioni dove costa di più la politica? Val d’Aosta e Trentino Alto Adige

Certo, tra le regioni più spendaccione ci sono anche Calabria e Basilicata, ma in cima Val d’Aosta e Trentino Alto Adige guadagnano la palma delle regioni in cui si spende di più per “mantenere” il ruolo dei rappresentanti politici locali: con 143,4 euro e 63,5 euro per abitante .

Lo rileva l’Istituto Demoskopika, che ha rielaborato i dati contenuti nel sistema informativo Siope per il 2009, 2014 e 2015. I pagamenti effettuati in Italia nel 2014 per le indennità degli organi istituzionali degli enti territoriali è pari a 1,4 miliardi, poco più di 23 euro a cittadino.

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Immagine La Stampa


27
Ago 15

De Magistris: Caro Saviano, se racconti solo Gomorra, vince la camorra

Caro Roberto ho letto il tuo articolo e sono rammaricato che tu abbia travisato il mio pensiero. Provo un’altra volta a ritornarci, confidando nella tua capacità e sensibilità. Ho sempre pensato che le cose brutte, quelle che non vanno, i problemi, il malaffare, le deviazioni dei poteri, vadano sempre raccontate e denunciate. Anzi dico di più, vanno anche contrastate quotidianamente come ho cercato di fare con tutte le mie forze da magistrato – tanto da essere stato illegalmente fermato proprio da settori istituzionali per avere investigato sui rapporti tra criminalità organizzata e politica ed istituzioni – ed oggi da Sindaco, rimanendo autonomo e lontano dal Sistema, cercando anche di dare voce a chi voce non ha mai avuto. Insomma stando più tempo possibile tra la gente.

Così scrive Luigi de Magistris allo scrittore Roberto Saviano, interpretando un sentimento diffuso tra i cittadini napoletani. Prosegue la lettera:

E’ quando lotti contro il Sistema che pochi raccontano, perché non ci sono tanti che vogliono parlare contro il potere. Ed il cambiamento da’ fastidio a tanti. Ho scelto di operare sempre al Sud proprio perché lo amo profondamente e ci sono anche tante cose che non vanno e che bisogna impegnarsi giorno per giorno per cambiarle. Mi limito a sostenere, con semplicità e finanche ovvietà, che fare solo letteratura unilaterale, raccontare solo una parte, parlare solo della piazza di spaccio e non anche della piazza recuperata dai cittadini con l’antimafia dei fatti e non solo delle parole, è proprio quello che le mafie vogliono: non raccontare la lotta, il cambiamento, la svolta dal basso, la vittoria possibile. Dire che i politici sono tutti uguali e che non ci sia invece chi cerca di andare in direzione ostinata e contraria al sistema finisce per aiutare proprio i peggiori. Insomma se racconti solo Gomorra e non anche l’AntiGomorra quotidiana rischi che sia proprio Gomorra ad esultare. Questa e’ l’opinione di chi ha denunciato, ha lottato, ha operato in prima linea sul territorio e nelle istituzioni per sconfiggere le mafie e le corruzioni, ha anche perso, ma non si è mai perso. Anche senza l’aiuto di chi poteva raccontare e non lo ha fatto. Raccontare solo una parte, che sia quella brutta o che sia quella bella non e’ operazione intellettualmente corretta. Se non racconti, ad esempio, che nei nostri territori tantissimi abitanti, associazioni, comitati hanno conquistato pezzi di territorio con la lotta sottraendoli al degrado, all’abbandono, ai poteri criminali, non credo si faccia un’operazione giusta e di verità. Perché raccontare storie belle significa far conoscere che ci sono alternative, che possiamo farcela, suscitare risveglio, riscatto, emulazione in positivo. Raccontare solo il male significa non far vedere le alternative, si rafforza il messaggio del tanto non cambia mai niente. So bene che sono in tanti a volere questo, anche tanti insospettabili vivono e a tratti godono del fatto che il bene non possa alla fine prevalere sul male. Ma non bisogna arrendersi mai: alle mafie, alle corruzioni, ai poteri criminali, alle istituzioni corrotte, alla propaganda ed anche a chi potrebbe ogni giorno sporcarsi le mani ma invece rimane indifferente o peggio costruisce con malizia storie che non esistono. Dispiace che non ci sia la voglia di capire che oggi si sta costruendo anche un potere diffuso, una forte partecipazione dal basso, un riscatto culturale forte, un’azione concreta sul territorio. Esattamente quello che in tanti cerchiamo di raccontare. Ci sono fatti belli e fatti brutti. C’è la piazza di spaccio e quella della legalità. Vanno raccontate entrambe. Non fermarsi alla prima, perché la seconda è la conquista del popolo con l’aiuto della parte sana delle Istituzioni. Dispiace che non si vuole raccontare tutto questo, ma comunque grazie sempre Roberto del tuo stimolo che ci fa comprendere che la condotta intrapresa è quella giusta.


27
Ago 15

“Via quegli immigrati”…ma erano solo turisti dell’Expo

Non ho mai smesso di decantare le lodi della Nemesi, dalle pagine di questo blog, e ieri costei, la dea Nemesi, ma mietuto un’altra vittima: il sindaco leghista di Cologno Monzese.

E già, perchè a furia di “dagli all’immigrato” si è giunti al paradosso (evidentemente razzista) di considerare clandestini, immigrati ed extracomunitari  anche un gruppo di studenti britannici in visita all’Expo, che, scaricati presso una struttura alberghiera, grazie al sempre utile (idiota) tam tam di Facebook, ha finito per allertare la cittadinanza tutta contro i poveri studenti ed il sindaco (leghista a capo di una giunta di centro destra) reo di aver acconsentito all’accoglienza.

Per giustificars,i magnifica inversione ad U dello stesso sindaco che ha dovuto chiarire:

“La deformazione della realtà che ho visto in atto è una vergogna e un pericolo, attenzione tutti, di qualunque matrice politica: nero non equivale a clandestino” (sic, cosa avrà pensato Salvini??) ed ancora:

“Tali voci sono totalmente false Verifiche tempestivamente effettuate con la proprietà della struttura ricettiva,i carabinieri e la polizia locale, hanno permesso di appurare senza dubbio che l’albergo ospita, in questi giorni, esclusivamente clienti paganti privati, del tutto regolari”.

“Per motivi di tutela della privacy, posso aggiungere solo che le voci comparse su Facebook  sono frutto di un clamoroso equivoco che deriva, con tutta probabilità, da semplicistiche ed ottuse associazioni di idee sull’aspetto fisico delle persone”. ..un messaggio al segretario leghista?


26
Ago 15

Geologo Dellisanti: «per i lucani il petrolio è l’ottava calamità del libro dell’apocalisse»

ruggiero-dellisantiIl Prof. Ruggiero Maria Dellisanti, docente universitario di geografia economica, parlando delle trivellazioni nel Mar Adriatico, definisce l’esempio oil & gas per i lucani «l’ottava calamità del libro dell’apocalisse». Riportiamo di seguito l’intervista pubblicata sul “Quotidiano italiano“on line, proprio mentre i riflettori dei grandi media si riaccendono sul dibattito sulle trivellazioni in terra e mare autorizzate dal governo Renzi con la legge “sblocca Italia” e mentre riemergono vecchie e nuove ambiguità della classe istituzionale regionale che ha provocato solo disastri.

“Quale pugliese e docente di geografia economica, desidero dare il mio contributo all’informazione oggettiva e all’analisi riflessiva su di una problematica particolarmente importante, per il futuro di tutti noi qual è la possibile trivellazione del mare Adriatico, antistante le nostre coste, per ricerche petrolifere”.

Ad intervenire con una specifica nota su un tema di estrema attualità è il professor Ruggiero Maria Dellisanti, docente universitario.

“1) Nel nostro ordinamento giuridico tutto quello che si trova nel sottosuolo e nel soprasuolo appartiene allo Stato. Tutti possono richiedere di effettuare una ricerca per l’estrazione di fluidi o sostanze solide dal sottosuolo e una volta accertata la presenza pagare gli oneri concessori. In particolare, in Italia, i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato (articolo 826 c.c.). Quello che accade in Texas o nei paesi arabi appartiene ad altro diritto.

2) Lo Stato, per ragioni d’interesse nazionale, non può vietare la richiesta di ricerca e la successiva estrazione, perché se ciò avvenisse si troverebbe esposto a ritorsioni internazioni ad opera delle cosiddette “ sette sorelle “, cioè delle principali multinazionali del petrolio, tra le quali spiccano l’inglese BP, il gruppo anglo olandese della Shell, le statunitensi Esso, Chevron, Mobil Oil, la Gulf Oil e la Texaco. Se il nostro governo dovesse impedire la ricerca e l’estrazione di petrolio le compagnie petrolifere, alleate in un cartello, potrebbero decidere di non venderci più petrolio, con immaginabili conseguenze in una società occidentale “ drogata “ dal petrolio.

3) Non può esserci un percorso monopolistico che privilegi la nostra compagnia petrolifera, rispetto ad altre ma essa deve sottostare alla concorrenza internazionale;

4) Il tratto interessato dalla ricerca rientra entro il limite delle acque territoriali (dodici miglia), meno profondo rispetto alle acque internazionali del mare Adriatico e quindi più conveniente rispetto alle zone centrali delle acque internazionali. Se proprio si riuscisse a bloccare l’estrazione e tutto dovesse essere vietato, il problema esisterebbe ancora poiché basterebbe spostarsi appena oltre il limite delle acque territoriali e piazzare la piattaforme petrolifera, senza particolari vincoli.

5) La parte centro meridionale del mare Adriatico si trova nelle condizioni geomorfologiche ideali per la formazioni di rocce serbatoio in grado di contenere petrolio anche se i sedimenti sono relativamente giovani. I primi risultati indicano come queste rocce dovrebbero essere ricche di petrolio, anche se di scarsa qualità, questo significa che nel breve periodo le compagnie petrolifere potrebbero non essere interessate all’estrazione a causa degli elevati costi della raffinazione, rinviando ad altri momenti economicamente più favorevoli l’utilizzo del giacimento.

6) Ricercato ed estratto il petrolio, le compagnie pagano al possessore del suolo (lo Stato italiano) i diritti di estrazione chiamate royalties. Sempre per un tacito accordo di cartello sono le compagnie petrolifere a stabilire il valore dei diritti di estrazione e non come ci si potrebbe aspettare il contrario. Nel mercato internazionale offshore le royalties valgono tra il 7 e il 10 percento del prezzo di mercato di un barile di petrolio (168 litri).

7) In teoria, i diritti di estrazione incassati dovrebbero essere erogati a titolo di rimborso e sotto forma di servizi aggiuntivi, alle popolazioni esposte alle possibili calamità e danni ambientali cagionati dall’estrazione del fluido nero.

L’esperienza della Basilicata, dove è stimata una presenza di petrolio in grado di soddisfare il 50 % del nostro fabbisogno energetico per i prossimi quindici-venti anni, ha dimostrato comeper i lucani il petrolio sia diventata l’ottava calamità del libro dell’apocalisse, perché non ha portato gli auspicati benefici economici alle popolazioni rurali: l’attività estrattiva richiede personale altamente qualificato.

Proprio come una delle sette piaghe bibliche il petrolio ha devastato il territorio un tempo incontaminato.

Le trivellazioni, gli oleodotti, il passaggio dei mezzi pesanti, la raffineria, hanno stravolto l’unica risorsa del territorio lucano, l’ambiente. Molte abitazioni sono state lesionate per micro sismi, causati all’estrazione; le acque sotterranee sono state contaminate dai fanghi di trivellazione; l’aria è diventata irrespirabile per l’inquinamento; le piogge acide, causate dall’aumento dello zolfo immesso dai processi di raffinazione, sta decimando piante e raccolti, mentre il fenomeno migratorio che doveva arrestarsi dall’improvvisa ricchezza, è ripreso in modo consistente.

8) È innegabile, per quanto io sia un convinto sostenitore dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, che la trasformazione del petrolio in energia elettrica oggi sia la fonte economicamente più conveniente rispetto al nucleare e alle fonti rinnovabili, (solare, eolico, geotermico, idrogeno, biomasse, talassotermico e marino), ancora molto più costose e poco convenienti. In questo bilancio costi/beneficio si omette però di considerare gli effetti devastanti sui cambiamenti climatici, prodotti dall’utilizzo dei combustibili fossili (petrolio, carbone e gas).

9) In una economia asfittica, interessata da continue crisi globali, costruita esclusivamente sulla logica del profitto e della crescita economica sempre e ad ogni costo, il petrolio a buon mercato diventa inevitabilmente uno strumento da utilizzare per poter uscire dallo stagno della crisi e dare competitività attraverso un costo energetico basso, inoltre esso rappresenta una fonte considerevole di entrata per lo Stato, quando rilascia concessioni per l’estrazione e incassa proventi dalle royalties, al quale molto difficilmente si potrà rinunciare .

A questo punto sorge spontanea la domanda: cosa fare ? Rassegnarsi e assistere impassibili alle logiche delle multinazionali del petrolio ?

Convincere i cinque governatori regionali, presenti sulla costa adriatica (anche se il problema è principalmente della Puglia), ad allearsi per indire un referendum contro l’art. 35 del Decreto Sviluppo del 2012 ?

La decisione del Consiglio provinciale della BAT, di esprimere un netto NO politico alle trivellazioni nel nostro mare, credo che sia la strada da percorrere d’intesa con tutte le forze politiche provinciali, regionali, comunali e con i movimenti spontanei, aventi il solo scopo di proteggere e tutelare le nostre coste.

Imporre alle compagnie petrolifere una serie di clausole vincolanti di natura ambientale in grado di tutelare le coste, l’ambiente, l’habitat e la salute dei suoi abitanti, stabilendo vincoli, controlli e sanzioni particolarmente pesanti in caso di inosservanza, costringerebbe le compagnie a intraprendere l’attività estrattiva in piena sicurezza.

Quanto è accaduto sulle coste del Messico, il 20 aprile 2010, con lo sversamento in mare dalla piattaforma petrolifera, Deepwater Horizon affiliata alla British Petroleum, di milioni di barili, deve essere da monito per evitare il ripetersi di disastri ambientali per i quali la BP è stata condannata al pagamento di 18,7 miliardi di dollari, quale risarcimento per il danno causato”.

FONTE: ORGANIZZAZIONE LUCANA AMBIENTALISTA


26
Ago 15

Basta con la retorica del maggior numero di dipendenti pubblici al Sud

di Raffaele Vescera

“È la Lombardia a detenere il primato di regione con il più alto numero di dipendenti pubblici, contando 409 mila impiegati. A seguire il Lazio con 392.186 e la Campania con 303.211. Quanto poi alla distribuzione dei lavoratori pubblici sull’intero territorio nazionale la ricerca mette in evidenza che il 34,8% è presente al Nord, il 33% tra Sud e Isole e il 31,9% al Centro.”

Così il servizio del Sole 24 ore, che oltretutto ci dice che L’Italia in Europa ha il più basso numero di dipendenti pubblici: “In Italia 58 impiegati ogni mille abitanti… È significativo il dato della Svezia, dove la Pubblica amministrazione conta circa 135 impiegati ogni mille abitanti, in Germania invece si contano 54 impiegati ogni mille abitanti. Gli altri Paesi posti nelle posizioni intermedie sono la Spagna con 65 impiegati ogni mille abitanti, la Francia con 94 dipendenti ogni mille abitanti e il Regno Unito con 92 dipendenti ogni mille abitanti.”

Tra i tanti pregiudizi che girano contro il Sud, c’è quello dell’eccessivo numero di dipendenti pubblici, accompagnato dalla solita cantilena che i meridionali non hanno voglia di rischiare (sarà mica che nascono “vigliacchi” e sono “indolenti per natura”?)
Ebbene, i numeri ci dicono tutt’altro, i dipendenti pubblici al Sud sono in linea con quelli nazionali, già bassi di per sé, anzi c’è di più, se confrontiamo il dato del 33,3% dei pubblici dipendenti al sud in rapporto alla popolazione che vi abita, che è di 20 milioni circa, scopriamo che è perfettamente in linea con la percentuale del 33,3% della popolazione italiana, che è di 60 milioni, mentre il centro, che di abitanti ne ha meno del 25% ha un numero di dipendenti pubblici del 31,9%. Ma questo si spiega con la presenza dei ministeri a Roma.

In quanto poi alla cosiddetta vocazione dei meridionali “fannulloni” che preferiscono lavorare con lo stato anziché fare impresa, vi riportiamo le illuminanti parole del grande scrittore Corrado Alvaro: “…Coloro i quali pensano all’Italia meridionale come a una contrada che ha per ideale di vivere a spese dello Stato, riflettano a come è nata tale disposizione. Non è qui il luogo per tracciare quella storia dolorosa, né per dire come la nostra parte di meridionali nel miliardo annuo che fruttava l’emigrazione, assorbita dalle grandi banche attraverso il sistema delle piccole banche locali, adoperato per fondare la grande industria, e non precisamente da noi, fu alla fine distrutto attraverso le piccole banche che fallirono puntualmente travolgendo tanta economia meridionale faticosamente conquistata. Priva d’industrie, rovinata, divenuta un terreno di sfruttamento dell’industria non locale, al livello di poco più che una colonia, si capisce che la sola speranza fu il pane dello Stato.”


24
Ago 15

Quel dossier tenuto nel cassetto sulle iniquità del federalismo fiscale

Giacerebbe in un cassetto un fitto dossier sulle iniquità territoriali generate dal federalismo fiscale. La denuncia è della Lista Civica “Mo”:

Il passo che segue è tratto da un dossier che giace dal novembre 2014 tra le scartoffie parlamentari. Il linguaggio non è dei più semplici, ma il senso è chiaro: la riforma federalista è monca, guarda caso, della parte che consente di garantire i servizi pubblici anche al Sud.

“L’impiego dello strumento del fabbisogno standard nel sistema della finanza locale è ancora in una fase iniziale, risultando al momento prevalentemente utilizzato come uno degli indicatori ( in aggiunta a quello della capacità fiscale) per la ripartizione del Fondo di solidarietà comunale. Tale circostanza, unitamente alla ancora non intervenuta definizione con legge dei livelli essenziali delle prestazioni (nei settori diversi dalla sanità, ove peraltro la vigente disciplina è risalente al 2001) ai sensi dell’articolo 117, lettera m) della Costituzione, rende ancora parziale il nuovo assetto federalista. Va infatti rammentato come la determinazione dei fabbisogni standard costituisca l’architrave della fiscalità federalista come delineata dalla legge n. 42/2009, in quanto è alla base (sia per il complesso delle autonomie territoriali che per ogni singolo ente) della sequenza: costi standard, differenza tra fabbisogno/costo standard e risorse fiscali dell’ente, perequazione integrale, con il concorso dello Stato, del fabbisogno “scoperto” per quanto concerne i livelli essenziali delle prestazioni e perequazione “parziale” (riferita alla capacità fiscale) per le altre funzioni”.


24
Ago 15

La borghesia radical chic del Nord che sostiene Matteo

  Si mettano l’anima in pace i complottisti che fantasticano sui “poteri forti” alle spalle di Renzi, i nomi sono li, poco più di duecento “illuminati” sostenitori del premier e del suo Governo.

Hanno comprato una pagina sul Corsera (lo stesso che, con i suoi editorialisti, scrive le veline al governo su Università ed investimenti al Sud) e ci hanno fatto sapere che loro stanno con Matteo. È cosa loro in pratica.

Toglietevi dalla testa di trovare il precario di Potenza, il cassaintegrato di Taranto o l’operaio di Melfi, si tratta di una lista di imprenditori, pubblicitari e consulenti di azienda, quell’alta borghesia del Centro Nord che non ha il tank secessionista nel cortile e che pure storce il naso pensando a quei terronacci che si meriterebbero l’esercito, altro che.

Una divisione che ormai oltre che geografica diventa sempre più sociale e di classe.

Niente tav, niente università, niente cofinanziamento per i fondi europei. Loro sostengono Matteo.


23
Ago 15

Gramellini di fine luglio: mandiamo l’esercito al Sud

A quasi un mese di distanza (la data è del 30 luglio) questo editoriale di Gramellini mi era sfuggito.

Il giornalista piemontese nel suggerire cure per il Sud, si comporta come qualche suo corregionale di 154 anni fa e prescrive:

trasferire il controllo del territorio dalle mafie allo Stato (non alle mafie di Stato), se è il caso con l’impiego dell’Esercito

Che originalità, chissà dove è stato Gramellini negli ultimi 20 e passa anni quando gli eserciti per le strade (“Vespri Siciliani” ve la ricordate?) non hanno fermato nè debellato le mafie nè, cosa recente, hanno impedito i roghi tossici nella Terra dei Fuochi, ove l’esercito invocato dal nostro giornalista era stato all’uopo inviato.

Ma tant’è è giusto che quei terronacci si sentano come la colonia di un Paese di gente civile che ti manda i bei ragazzotti, sovente autoctoni, con i fucili in bella vista che fanno solo ridere i boss che con lo Stato parlano, trattano e fanno affari. Olte a celebrare sontuosi funerali.

Poi, a proposito dell’Università scriveva:

E poi: investimenti pubblici mirati su agricoltura e turismo, e una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.

Anche qui Gramellini pare cadere al pero e non aver in alcun modo letto i dati Istat sul rapporto tra disoccupati meridionali e il livello di istruzione. E allora uso quanto scritto da Marco Viola su UniNews 24:

A voler essere maliziosi, si potrebbe pensare che tanto rancore verso il mondo accademico derivi da qualche frustrazione personale di Gramellini: mai laureatosi, una volta definì gli anni di iscrizione a Giurisprudenza “i più stupidi e inconcludenti della [sua] vita”. Ma, evitando di indulgere nella psicanalisi da bar, limitiamoci a un rapido fact-checking sull’affermazione per la quale gli atenei del Sud sarebbero una “fabbrica di disoccupati”.


Sarebbe bastato fare una decina di minuti di ricerca sui database di ISTAT per scoprire che la disoccupazione, nel Mezzogiorno, colpisce molto più duramente chi non ha conseguito una laurea. Per citare un solo dato, consideriamo il tasso di disoccupazione per tutta la popolazione sopra i 15 anni, nel primo triennio del 2015: il 20,5% in media, che scende a 12,2% per i laureati. Certo che per essere fabbriche di disoccupati, questi atenei del Sud sono proprio inefficienti; ma d’altronde, si sa, nel Sud Italia non funziona niente.

istat mezzogiorno


Per quanto riguarda l’idea di concentrare le risorse in 4-5 poli di eccellenza (che poi è la riedizione di un’idea di Renzi): ammesso e non concesso che si decida di rottamare alcune di queste ‘fabbriche difettose di disoccupati’, prendendo alla lettera l’idea di salvarne “una per regione” ci si ritroverebbe al paradosso di lasciare intatti i piccoli atenei come quello della Basilicata e del Molise, unici nella loro regione, e di dover invece scegliere se decapitare (o accorpare?) atenei voluminosi e prestigiosi come la Federico II o l’Orientale di Napoli.


Ora, le proposte un tanto al chilo come quelle di Gramellini non sarebbero un problema se fossero scritte su qualche comunicato di secessionisti nordisti col tank nel cortile. Ciò che rattrista è che campeggiano sulla prima pagina di un quotidiano nazionale.

Continua a parlare di Sud e a pianificare per il Sud, chi il Sud non solo non lo conosce ma lo guarda ancora col cappellone del civilizzatore occidentale. E non mi riferisco solo a Gramellini.


23
Ago 15

Pino Aprile: Roma, la situazione è grave non seria

Alcuni interessanti spunti di riflessione di pino Aprile sulle vicende di Roma:

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, ha inviato la sua relazione al ministro dell’Interno sulla vicenda del funerale del capo della comunità rom della Capitale, Vittorio Casamonica. Ora sì che abbiamo la certezza che niente di serio, ma molto di grave succederà. Anche perché il peggio è già presente:

1 – Solitamente, quando accadono cose del genere, salta il prefetto; qui, invece, è il prefetto che fa le pagelle. E apprendiamo che “la Prefettura non sapeva niente”. E chi glielo doveva dire, Totti? E se la Prefettura del Prefetto riesce a non sapere niente di una famiglia che forse dovrebbe essere una delle più controllate della città, cos’altro gli resta: partecipare alle cene ufficiali?

2 – Gabrielli è il prefetto che a L’Aquila e si distinse per l’epica vittoria contro il popolo delle carriole che voleva riaprire il centro storico; mentre i terremotati era trattati da reclusi, nei campi, non potendo organizzarsi, incontrare giornalisti, modello “Qui non si fa politica”, e quando gli aquilani andarono a manifestare a Roma vennero massacrati a colpi di randello?

3 – È lo stesso che era vice di Bertolaso, capo della Protezione civile, poi finito nei noti guai giudiziari; mentre a L’Aquila non ci si accorgeva di nulla circa appalti, case costate come il Grand Hotel e che cadono a pezzi?

4 – È lo stesso che, da capo della Protezione civile, disse che i terremotati emiliani erano bravi («Hanno reagito meglio») e quelli abruzzesi no, sorvolando pure sul fatto che per aiutare i primi (7 morti, 5mila sfollati) furono poste sul prezzo dei carburanti accise quattro volte maggiori che per i secondi (309 morti, 80mila sfollati)?

5 – E il ministro che riceve il rapporto di Gabrielli è il vice ambasciatore del Kazakistan, Angelino Alfano, facente funzione in assenza del titolare, l’ambasciatore del Kazakistan, che dal suo ufficio al Viminale dette ordini alle norme forze di polizia, per far prelevare e portare nel suo Paese una donna e sua figlia? Per molto meno, nei Paesi decenti, un ministro non si dimette, si chiude in convento di clausura per il resto della sua imbarazzante (per la comunità) vita. Da noi esaminerà il rapporto del prefetto Gabrielli. Siamo in ottime mani.

6 – E il capo del governo è quello che non può chiedere ad Alfano di andarsene, perché se no, un minuto dopo se ne devono andare lui e, al seguito, la sua fatua comitiva e l’ultimo spegne la luce?

7 – Le autorità competenti sono quelle che si accorgono dopo un giorno, leggendo i giornali, che un elicottero ha violato a bassa quota lo spazio aereo della Capitale, spargendo (per fortuna, solo) petali di rosa sulle pattuglie di polizia, carabinieri e vigili urbani che erano al corteo funebre, si spera per monitorarne i partecipanti, così come si fa, nei Paesi seri, a certi funerali?

8 – E il prete è quello che si è giustificato dicendo che la Curia non gli aveva detto niente? E glielo deve dire la Curia chi sono i Casamonica? E gli ha detto la Curia di far addobbare il tempio con gigan-foto dell’estinto e pannello volante dello stesso appeso sull’ingresso? Va bene che questa è la città in cui il boss del più potente clan criminale di sempre (per ora) è stato sepolto in chiesa con i santi, però…

9 – A occhio, finisce che dopo la licenza “temporaneamente” sospesa al pilota dell’elicottero, il cocchiere sarà denunciato alla protezione animali, perché aveva la frusta, i cavalli per inquinamento dovuto alle deiezioni incontrollate… Ops, scusate, ultim’ora: il cocchiere si è dato latitante con i suoi destrieri e galoppa forsennatamente per passare la frontiera, diretto verso un Paese qualsiasi, ma serio. Il suo nome è stato inserito nella lista dei 30 più pericolosi latitanti, dei quali già con il ministro Maroni se ne erano catturati 326 e altri 483 con Alfano.

10 – Dice: ma che fai la butti in vacca? E perché ti sembra una cosa seria?