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27
Giu 16

BREXIT/ La nostra Europa costava 5000 lire, prima della generazione Erasmus

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di Rosario dello Iacovo

Nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso, il viaggio iniziava a Fuorigrotta, Napoli Ovest, in un’agenzia di viaggio a viale Augusto. Facevi un Bige-Transalpino tratta Como – Lugano che costava 5000 lire, raccontando al tizio che viaggiavi in autostop ma preferivi attraversare il confine senza intoppi. Poi passavi in merceria e compravi il Biospray, uno smacchiante che prometteva effetti prodigiosi sui tessuti. Non saprei dirvi se le promesse si traducessero in realtà, usato sui vestiti, ma posso assicurarvi che sull’inchiostro era portentoso. Funzionava così: staccavi il primo foglio del biglietto che sul retro aveva la carta copiativa, quello che in teoria doveva ritirare il controllore, e immergevi il secondo nella soluzione. Da lì a qualche minuto il miracolo si compiva: il foglio diventava immacolato, così che tu potevi riscriverci qualsiasi destinazione ti aggradasse. Su quello che ti restava in mano poi incidevi un piccolo quadrato, pressapoco corrispondente con quello che faceva la macchinetta obliteratrice delle Ferrovie dello Stato. La stazione di partenza diventava quella precedente, per simulare che il primo foglietto fosse stato effettivamente ritirato. La nostra era sempre Salerno, perché partivamo da Napoli. Lo usavamo regolarmente da quando avevamo quindici anni per andare a Milano, dove si facevano i concerti dei gruppi punk e metal che piacevano a noi. Non si sapeva chi lo avesse inventato. In Inghilterra lo usavano i Liverpool, in Italia lo introducemmo noi napoletani. Forse non era casuale, che il primato fosse conteso fra due città povere con un rapporto conflittuale e irrisolto con i loro rispettivi paesi. Va da sé che comunque ce ne fottessimo della palma da assegnare al vincitore: era patrimonio collettivo per un popolo di piccoli avventurieri che altrimenti sarebbero rimasti a specchiarsi nel grigiore delle loro periferie di Secondigliano e Kirkby. Là, nella terra di nessuno dei palazzoni, dove una volta c’era la campagna.

Purtroppo non esisteva metodo per procurarsi anche il biglietto del traghetto. E sì, perché si viaggiava in treni lenti e in nave, all’epoca mica esistevano i low cost, e il Tunnel della Manica sarebbe arrivato solo dieci anni dopo. Così si optava per Calais, Ostenda, con tratte più brevi a costo inferiore, ma in realtà ci imbarcavamo quasi tutti ad Amsterdam. Perché non potete immaginare lo stupore dei nostri occhi quando, dal Corso Italia di Secondigliano o dal Rione Amicizia, da Ponticelli o da Soccavo, ci ritrovavamo sul piazzale della stazione di ‘Dam, a contatto con lingue e popoli che avevamo visto al massimo sui libri di geografia. Certo, con le categorie di molti sedicenti rivoluzionari dei nostri tempi, noi eravamo dei truffatori, quelli che infrangevano le regole della sacra legalità. Ma a ben guardare avevamo semplicemente anticipato il capitalismo sul piano delle offerte flessibili: quel treno sarebbe partito lo stesso, con o senza di noi. E pure se erano solo 5000 lire, era comunque di più di quello che avrebbero incassato se non fossimo stati a bordo. Poi l’UK ti appariva come un sogno nelle nebbie dell’alba, con la costa e il porto di Harwich ad assumere nitidezza e dettagli, mentre il vento della Manica ti sferzava il viso e tu sorridevi. Sorridevi perché: fra’ te riend cont? Stamm jenn ‘over a Londra! Diceva così uno a caso di noi, dando di gomito all’altro. Infine, estraevi la tua carta d’identità scritta a mano dall’impiegato del comune sotto casa e l’officeralla frontiera, pur prendendola fra due dita con una certa riluttanza, doveva farti passare perché eri cittadino europeo. Una volta a Londra, entrando attraverso l’East End che allora era il vecchio cacatoio di sempre, con la crisi che aveva già spazzato i docks dal decennio precedente, raggiungevi un amico in uno squat. Gli squats erano case popolari occupate in un estate quasi sempre a Brixton o a Elephant & Castle, più tardi anche ad Hackney. Quando diventavamo troppi nello stessa casa, aiutavamo gli ultimi arrivati a squattarne un altro. Se fossimo rimasti nelle nostre periferie del Sud Europa, forse oggi saremmo fra quelli che dicono: tornatevene a casa vostra. Noi invece eravamo e siamo quelli che pensano che casa tua è ovunque tu sia in grado di arrivare. E poi di quelle case sfitte ce n’erano a migliaia, non toglievamo niente a nessuno.

Il resto lo faceva la social, l’assegno di disoccupazione. E risolto il problema della casa e di un minimo di reddito, ti mettevi poi in carreggiata, iniziavi a lavorare, provavi a restare. Così centinaia di migliaia di italiani, cittadini comunitari, si sono costruiti un’opportunità nel Regno Unito e vivono lì da dieci, quindici, trent’anni. Ecco, questi eravamo noi, la prima generazione dell’Europa unita, prima dell’Erasmus e dei voli low cost. Quella di giovani proletari, ragazzi poveri figli della classe operaia che avevano ancora accesso all’istruzione universitaria e proprio perché avevano maturato una visione del mondo attraverso i libri, desideravano vederlo di prima mano. Dopo la Brexit invece si assiste all’esultanza per le piccole patrie. Esultano pure quelli per i quali l’Inghilterra è un video di Nigel Farage condiviso. Se proprio volete capire perché una parte più o meno consistente della Britannia bianca e operaia ha scelto il Leave, leggetevi la trilogia di John King – Fedeli alla tribù, Headhunter, Fuori casa -, non fatevi ingannare dal fatto che sembra parlare di hooligans e di pallone. In realtà è la storia di tre generazioni della working class inglese. Oppure guardatevi il servizio della Bbc in cui un vecchio eastender, dice che nel quartiere è rimasto solo un pub e stanno per chiudere anche quello: «perché questi islamici non bevono». E non lo dico con snobismo, perché da vecchio innamorato follemente della vecchia Inghilterra, comprendo anche le loro ragioni. Ma nessuno mi convincerà che io non debba provare fino allo sfinimento a riconnettere queste passioni che sono le stesse, pur parlando una lingua diversa, senza arroccarmi sul piano di quegli stati-nazione che rifiutai da adolescente, scegliendo dove fosse casa mia. Perché in quei pub sono cresciuto, ci ho bevuto, ci ho incontrato l’amore acerbo dei diciott’anni. Quella Inghilterra è perciò anche la mia Inghilterra, molto di più di quanto non sia di Nigel Farage, dell’Ukip, e di quelli che pontificano rivoluzioni nazionali al riparo delle oligarchie di sempre. Facciamo così, se l’Inghilterra della Brexit mi consentirà di entrare senza nemmeno la carta d’identità, allora io vi dirò che mi sbagliavo e che avevate ragione. Ma se, come temo, col tempo mi ci vorrà un passaporto e un visto, allora avrete avuto torto. Come per Karl Marx aveva ragione il contadino che sfuggiva al giogo feudale scappando in città, inurbandosi. Perché le rivoluzioni sono sempre il passo avanti, mai quello indietro. Perché le città sono i luoghi più liberi di questo mondo che invece erige frontiere con il vostro consenso. Le città, multietniche e meticce. Casa nostra.


26
Giu 16

Si uccide sempre meno in Italia. Ancor meno al Sud (nonostante i media)

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Tira più un omicidio raccontato in un talk che un carro di buoi. E tira ancora di più se l’omicidio è stato commesso al Sud.

La realtà è ben diversa e racconta di un calo sempre crescente degli omicidi in Italia, con riduzioni forti soprattutto in quel Sud lombrosianamente inteso e considerato come un inferno pieno di diavoli che si divertono ad uccidersi a vicenda.

La ricerca è stata pubblicata a firma di Marzio Barbagli su LaVoce.info:

[…]La notizia è che, nel 2015, il numero di omicidi commessi nel nostro paese è diminuito ancora, passando dai 475 dell’anno precedente a 468. E d’altra parte è dal 1992, ovvero da ventitré anni, che il tasso di questo reato ha conosciuto una continua e apparentemente inarrestabile flessione, arrivando ora a 0,80 per 100mila abitanti (figura 1).
Il calo ha riguardato tutte le forme di omicidio: di criminalità organizzata, legato a furti e rapine, commesso per liti, risse e futili motivi o per passioni e conflitti fra familiari. Così oggi l’Italia ha il tasso più basso di questo reato della sua storia recente e passata (figura 1). Il più basso dell’ultimo secolo e mezzo, perché, subito dopo l’Unità, era di 6,8 per 100mila abitanti, otto volte e mezzo maggiore di quello attuale. E a ben vedere anche il più basso degli ultimi sei secoli, perché nella prima metà del Quattrocento era di 62 per 100mila abitanti, secondo una stima fatta da storici seri e rigorosi in base a una buona[…]

La terza idea ha a che fare con le differenze e le diseguaglianze territoriali. Il dualismo Nord-Sud, lo sappiamo bene, è una caratteristica strutturale dell’economia e della società italiana. Considerato nell’arco di un lungo periodo di tempo, il divario fra le regioni centro settentrionali e quelle meridionali e insulari è diminuito per certi aspetti (la salute e la speranza di vita, l’istruzione), aumentato per altri (il Pil pro capite). Dal 2008 a oggi, durante gli anni della crisi, le differenze sono ulteriormente cresciute per quanto riguarda il tasso di occupazione delle donne, quello dei giovani diplomati e laureati, la percentuale di famiglie in povertà assoluta. Non altrettanto si può invece dire per l’andamento del tasso di omicidi: nell’ultimo quarto di secolo, è diminuito in tutte le regioni italiane, salvo che nel Molise dove è sempre stato particolarmente basso (tabella 1). La flessione è stata molto forte anche nelle regioni settentrionali più avanzate – in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, nel Veneto, in Emilia Romagna – dove si è ridotto di due terzi. Ma ancora più forte è stata la riduzione in quelle meridionali. In Campania, oggi, il tasso di omicidi è quasi un quarto rispetto al 1991, in Calabria un settimo, in Sicilia addirittura un decimo. Il divario fra il Sud e il Nord è dunque diminuito, in modo considerevole. Se nel 1991 nel Mezzogiorno ci si uccideva 5,4 volte più che nel Settentrione, oggi lo si fa 2,2 volte di più (figura 2).

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La letteratura scientifica internazionale è sostanzialmente d’accordo nell’attribuire diminuzioni così forti della violenza omicida all’affermazione dello Stato, della sua capacità di detenere il monopolio della violenza legale, della sua legittimità e all’interiorizzazione, da parte dei cittadini, dell’imperativo che non ci si può fare giustizia da soli. Questa ipotesi può aiutarci a capire cosa è successo, e sta succedendo, nel nostro paese.[…]


23
Giu 16

Giù al Sud, inizia la stagione estiva e chiudono la Siracusa-Catania

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Potrebbero campare col turismo, ci suggeriscono da lassù, se non fosse che le ex (presunte) Ferrovie dello Stato, hanno soppresso pure la Siracusa Catania.

 Così Pino Aprile commenta l’infausto evento:

Una volta c’erano “le ferrovie italiane”; poi, per fottere meglio il Sud e concentrare soldi, appalti e, purtroppo, succede…, tangenti, solo al Nord, si sono inventati TrenitaliadelCentroNord, che con i soldi nostri fa l“azienda privata”. La affidarono a un ex sindacalista, Mauro Moretti, che seppe così bene fare gli interessi dei lavoratori, da divenire capo dell’azienda, ovvero sedersi dall’altra parte. Per i trasporti ferroviari e l’economia del Sud ha fatto più danni lui dei bombardamenti alleati e dei sabotaggi tedeschi nell’ultima guerra. Ovviamente, avendo agito “come doveva”, ed essendosi lamentato di guadagnare troppo poco (un sindacalista è per sempre…), invece di avere la risposta che meritava, è stato messo a capo di Finmeccanica, perché possa gestire più soldi.

1 – Renato Mazzoncini, amministratore delegato delle Ferrovie (stanno comprando l’Anas: quindi, dopo le linee ferroviarie, chiuderanno pure le strade?): “In Sicilia abitano 6 milioni di persone, in Puglia 4. Questo è il Sud, Napoli con 1 ora e 7 minuti da Roma è già diventato Centro. O uniamo il Sud al resto del Paese o il problema del Mezzogiorno non lo risolveremo mai”.

Bello! A partire da quando?

2 – “Sono soltanto due i treni diretti che da Roma arrivano in Sicilia, oltrepassando lo stretto di Messina, senza lasciare i passeggeri siciliani a Villa San Giovanni, come avviene per la restante parte dei convogli. Per la Federconsumatori, dunque, il modo penalizzante con cui è stata chiusa, per tre mesi estivi, la linea ferroviaria Catania-Siracusa non è altro che l’ultima vergogna”.

Sergio Mattarella, palermitano, presidente della Repubblica, a Palermo, ci va in aereo. E così gli altri “rappresentanti del popolo”. E se vogliono continuare a rappresentare il popolo, continuino a tacere ed essere complici.

Intanto in esclusiva, un video che mostra le prove per l’alta velocità proprio in Sicilia


21
Giu 16

Da Barcellona gli auguri a De Magistris (che Salvini si sogna)

Ve li ricordate i leghisti, quando corteggiavano il popolo catalano senza mai essere “considerati” neanche di striscio? Anzi, ogni volta che il movimento paTano mostrava solidarietà e vicinanza, quello catalano prendeva le distanze da Bossi, Salvini e compagnia bella, definendoli xenofobi e razzisti.

La stessa sorte non è stata riservata al neosindaco di Napoli. Trattato da demagogo, populista e Masaniello (con accezione negativa), riscuote maggior successo proprio in quella Barcellona a cui si ispira come modello di autonomia e autogoverno.

Ecco il tweet inviato al sindaco partenopeo:

 


21
Giu 16

Il buana bianco italiano ha parlato: a Napoli ha vinto la plebe

fotto tratta da Google Immagini

Il buana bianco radical chic ha iniziato a parlare, anzi a tacere, su Napoli all’indomani del ballottaggio, quando si è reso conto che il proprio editore di riferimento, che fosse stato a Roma o Milano piuttosto che a Genova, aveva fallito e non era rappresentato.

A quel punto la città di Partenope, coi suoi movimenti anticamorra, con i suoi giornalisti con la scorta ma senza fiction di successo alle spalle,  è diventata quanto era e forse diventerá, una enclave in terra straniera.

Il silenzio calato su Napoli è poi divenuto una scrollata di spalle, carica di sdegno: hanno vinto i lazzari, quelli  che si accontentano del populismo, i napoletani ignoranti, incivili, una epifania del popolo bue che si è identificata in Luigi De Magistris. Hai voglia a spaccare , inoltre, il capello sull’astensionismo, orde di giornalisti con la poltrona in redazione offerta dal commendator Zampetti ignorano, tronfi di erudismo da Facebook, che con quella percentuale viene normalmente eletto pure il sindaco di New York o il presidente USA.

Si tratta di analisti del talk show, professionisti del blablabla, residuati bellici 68ini o imbonitori orfani del berluscoleghismo. E già, perché quando intere masse di elettori portavano acqua al mulino di un diplomato per corrispondenza che si era inventato la Padania, parlavano di costoro, di questi elettori, come di grandi faticatori con partita iva e fabbrichetta, vittime dello  stato centrale. Gente che meritava rispetto, da viva e da morta, pure se predicava razzismo e cazzate a volontà. Ma erano funzionali, funzionali al buana bianco che non capisce l’anomalia napoletana. E non può controllarla, se non con le forze di oppressione  del territorio che dai tempi di Tore de Crescenzo , noi persone perbene chiamiamo camorra.

Il buana bianco italiano, infatti, sa bene che tra i consiglieri comunali eletti a Napoli ci sono giovani che da anni combattono sul territorio contro Gomorra.

E non gli va bene, storcono il naso e si arruffano le barbe col tipico atteggiamento della sinistra radical chic, quella sinistra che è fascista e classista nell’animo, quella sinistra snob che firma petizioni per salvare il villaggio di pescatori in Patagonia ma non ha mai visitato le periferie di Scampia, Pianura o Secondigliano. Non gli va giù che quella plebe per cui fomentava rivoluzioni ed otteneva poltrone nei consigli di amministrazione (per sè o per i suoi) abbia preso coscienza di sè, della propria storia fatta di sangue e sfruttamento, ora che non serve più come carne da macello per il commenda padano che finanzia i partiti e si fotte i fondi pubblici.

Fatevene una ragione, questa Napoli senza padrini a Roma o Milano ha deciso di fare da sola, fottendosene dei vostri giudizi razzisti e livorosi, fottendosene del vostro anticamorrismo di professione che  ingrassa conti in banca e cela relazioni pericolose sacrificate alla ragion di Stato, fottendosene dei vostri commissari  alle emergenze che arricchiscono capi famiglia, aziende d’oltre Garigliano e ascari locali. Fottendosene della marginalità a cui avete voluto condannarla da un secolo e mezzo, sotterrando verità e soffocandone l’orgoglio. Il capro espiatorio dei peccati e dei vizi italici, ha deciso di farsi artefice del proprio destino.

JATEVENNE.

PS: ovviamente da Barcellona arrivano le congratulazioni, a dimostrazione del razzismo latente, tutto indigeno, verso la città di Napoli


14
Giu 16

Aprile: la partita dell’Italia che sarà si gioca al Sud

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Un interessante spunto di riflessione dell’autore di Carnefici e Terroni, il giornalista Pino Aprile:

Non ci credevano che si gioca al Sud la partita dell’Italia che sarà (se ancora sarà…), quei quattro cialtroncelli che pensavano di sistemarsi al governo e al potere, garantendo a qualsiasi costo flussi di denaro (sottratti al Sud) al Nord parassitario dei gestori di autostrade avute in regalo attraverso la politica gregaria; colossali appalti pubblici scandalosamente inutili (vedi la Brebemi: l’autostrada più deserta dell’emisfero); alte velocità da fare a costi al chilometro più alti da sei a dodici volte, rispetto ad altri Paesi; Expo fallimentari spacciate per successi; Mose persino dannosi per una delle città più belle del mondo; faraonici centri di ricerca il cui unico scopo è fare arrivare a Milano più soldi che in tutto il resto d’Italia messo insieme (e la ricerca? Va be’, una cosa alla volta…, come si è già visto per l’analogo centro di Genova).

Alla fine, tira e tira, la coperta si strappa (con i Graziano Delrio che si divertono a prenderci per il culo, parlando di ricerche geologiche per capire se si possono posare i binari sul suolo terronico. E quel Renzi che con la faccia di… Renzi, che a Confindustria denuncia l’irraggiungibilità di Matera in treno, come non sapesse e non sapessimo chi ha destinato 4500 milioni su 4560, per le ferrovie, al solo Nord).

Parlamentari e dirigenti del Pd (al Nord, opportunisti che “acchiappano”; al Sud, servi cui la complicità nel furto ai danni della loro gente porta personale arricchimento) hanno pensato di poter continuare senza fine così, avendo in mano tutte le leve del potere (Rai tappetino; giornali a pagine unificate; sindacati, banche e Confindustria di complemento; Parlamento reso inutile). Contro chi non si adegua, in ogni campo, dal giornalismo, alla magistratura, alla politica e all’interno degli stessi partiti, si è agito e si agisce con il fastidio e la prepotenza di chi non sa, non vuole (e forse non può) ascoltare altri che chi consente, illudendosi di forzare la realtà ad aderire alle loro pretese e ambizioni.

Ed eccolo il risultato: il Pd è un partito in estinzione, ma al Sud è già marcito ed estinto un po’ ovunque, a partire dalla sua roccaforte, Napoli; mentre esiste ancora solo dove resiste alla politica razzista del governo, come in Puglia. È lo stesso per i partituzzi d’appoggio provenienti dalla destra estrema o berlusconiana, come quello di Alfano, o da ambienti massonico-affaristi, con aderenze piduiste e “punti di riferimento” mafiosi (Dell’Utri), come rivendica, con orgoglio e deferenza, Denis Verdini, l’uomo che consente al governo (da cotali maestri ispirato), di avere ancora una maggioranza. Il loro isolamento dal paese è ormai totale: hanno numeri in Parlamento, non esistono più nelle urne.

In nome di chi governano e addirittura vorrebbero fare a pezzi la Costituzione, sottoponendola a “riforme” di bassa macelleria (vista la professione del “padre costituente” Verdini)? E quando mai si è visto, se non in regimi totalitari (lì che si vuole arrivare, con queste prove tecniche?), che una minoranza ormai poco più che risicata, adatti la legge fondamentale alle sue voglie? È Verdini che lo vuole? E chi glielo ha detto, Dell’Utri? O è un altro consiglio (dopo quello sulla banca Etruria) che il papà della ministra Boschi ha chiesto al pregiudicato piduista Flavio Carboni, in rapporti con la cosca dei Corleonesi e la banda della Magliana?

La cosa è molto evidente con il Pd, ma riguarda tutti: vedi lo sfarinamento del centrodestra. A Napoli, il Pd gregario che lascia amputare la città dai commissari di Renzi, è stato ridicolizzato alle elezioni, nonostante l’aiuto fraterno (aggettivo non casuale) delle impresentabili truppe raccattate in loco da Verdini. All’assemblea dei delegati del partito, su 468, se ne sono presentati 58 (avevano litigato in casa e, pur di uscirsene…). Non hanno deciso niente. E Bassolino (che a paragone sembra un gigante: e ho detto tutto), ha spiegato che la gran parte di quei delegati ha già abbandonato il partito.

A Napoli, come in tutto il Sud vince chi è contro la politica antimeridionale di Renzi e complici: vince de Magistris. E la cosa è ormai così evidente, che pure Leoluca Orlando, a Palermo, vuol fare il de Magistris, anche se per ora si limita a volerlo sembrare.

E vince in Puglia Michele Emiliano, che deve buona parte dei suoi consensi (tanto indigesti a Renzi) a una politica che, pur fra qualche contraddizione e qualche cautela di troppo, risponde al territorio non al partito. Tanto che molti pensano, forse a ragione, che la sua permanenza nel partito, forse per il disegno di conquistarlo e raddrizzarlo, gli faccia perdere più adesioni di quante gliene garantisca restarci. Il futuro dirà chi ha ragione. Nel frattempo, lui si espone con i no-triv contro il governo, annuncia il ricorso alla Consulta contro l’ennesimo privilegio dato da Renzi all’Ilva (poter inquinare impunemente), cerca di tutelare gli ulivi-padri di Puglia.

In tutto il resto del Sud, il Pd appecoronato alla politica antimeridionale dei Renzi e Delrio, ha visto sprofondare le sue percentuali di voti, nonostante cinesi di complemento e pacchi di pasta in regalo, salvo rare eccezioni (vedi Vincenzo De Luca e… famiglia), spesso iper-clientelari. A Taranto è un partito che fra un po’ si coniugherà al passato. Su 11 comuni della provincia che erano chiamati al voto, il Pd è stato capace di perdere ovunque, restando fuori anche dai cinque ballottaggi.

Ora de Magistris progetta una entità politica non nazionale, che unisca le forze di città europee con gli stessi problemi. Idea non si sa se prematura, che ha già qualche precedente dalla Grecia (ci lavora Varoufakis, dopo la misera fine del primo tentativo). L’idea è giusta, comunque, perché i partiti nazionali sono figli degli Stati nazionali, espressione della civiltà industriale; la nuova civiltà informatica (per convenzione nata nel 1989, con la caduta del muro di Berlino), si caratterizza per mercati e comportamenti globali, in cui ci si offre con il valore delle proprie identità locali: non Italia e Spagna, ma Napoli e Barcellona; non Europa e Africa, ma Paesi mediterranei… eccetera.

La domanda è se a guidare il nuovo corso che parte da Sud sarà de Magistris da Napoli, con il vantaggio di rappresentare la vecchia capitale; o Emiliano, da dentro il Pd (naaaa!) o da fuori. O una politica che unisca le loro forze su progetti comuni. Senza escludere sorprese dal basso, sempre possibili.

Il Sud, in questo, per necessità, per salvarsi, è più avanti; mentre il Nord peggiore tenta di prolungare il vecchio che muore, alleandosi con il peggio del Sud (mafia, attraverso massoneria ormai maffioneria). Non si sa quanto possano resistere, ma l’annuncio della loro sconfitta potrebbe arrivare sulle macerie…

A che serve candidare gli impresentabili Giuseppe Sala dello scempio Expo, dei bilanci in rosso, dei numeri taroccati sull’afflusso dei visitatori, dei cinesi intruppati con fogliettino in mano e nome segnato, a votare per lui? (chi li ha intruppati? Chi gli ha imposto o gentilmente suggerito di votare Sala? In cambio di cosa?). Il successo dei 5stelle ovunque, per completare il quadro, è la conferma della fuga dai poteri marci e autoreferenziali.

Il Pd, diventa residuale: (ha perso la sua storia, l’identità, ora anche i voti). In questo discorso, però, non vale come partito, ma (esattamente come il centrodestra, dunque indistinguibile) come strumento ed espressione del potere nord-centrico impostosi a mano armata un secolo e mezzo fa. I guasti di quella unione malfatta vengono al pettine.

Il Sud, chiamato a pagare la crisi ultima di quella civiltà industriale, in funzione della quale nacque il Paese-nazione (con la soppressione violenta e malriuscita delle diverse nazioni-identità, dalla napoletana alla veneta, alla siciliana, alla sarda…), non ci sta più.

Quel tempo è alla fine; il gioco è ormai un altro. La partita si vince e si perde a Sud. Loro sono ancora forti, ma lo sanno. E adesso hanno paura.


09
Giu 16

Così il banco di Napoli salverà (di nuovo) le banche del Nord

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La storia del Banco di Napoli (oltre 500 anni di vita) è caratterizzata dall’essere stata, da 155 anni a questa parte, una scialuppa di salvataggio (non per i napoletani ovviamente).

Svenduta ad istituti di credito settentrionali ai tempi del tandem Prodi/Ciampi, fu scorporata da una bad company (che ne assunse il passivo). La bizzarrìa della sorte ha voluto che dopo 20 anni, proprio la bad company, abbia iniziato a macinare utili.

Indovinate un po’ a cosa dovrebbero servire, oggi questi utili, questi utili…

La bad bank dei miracoli, il caso Sga, ebook della giornalista economica Maria Rosaria Marchesano, in uscita con l’Editrice digitale goWare, del quale sono stati anticipati alcuni brani (Corriere del Mezzogiorno, 7.5.2016), conferma ed integra con dati recenti quanto scritto da LETTERA NAPOLETANASud: nuovi dati, così si impadronirono del Banco di Napoli “ (LN 17, giugno 2009), citando l’ex responsabile della sezione credito della Federazione Ds (poi Pd) di Napoli, Mario Bartiromo, esponente del partito che, con il sindaco Antonio Bassolino ed i propri parlamentari, aveva sostenuto più degli altri la svendita del Banco prima alla cordata INA-BNL e poi al gruppo bancario piemontese Sanpaolo Imi (poi Intesa Sanpaolo), che 18 mesi dopo lo acquistò per 3 miliardi di euro.

Le sofferenze (crediti di difficile recupero) del Banco di Napoli furono supervalutate e diventarono la leva per lanciare un allarme dilatato ad arte sul suo stato patrimoniale. Nel 1993 il Banco di Napoli aveva chiuso il bilancio con un utile di 174 miliardi di vecchie lire. Un anno dopo il bilancio registrava un passivo di 1174 miliardi di lire. La Banca d’Italiasottopose l’Istituto di credito meridionale ad un’ispezione alla quale nessuna altra banca fu sottoposta ed alla quale non avrebbe retto neanche la BNL (Banca Nazionale del Lavoro) che costituì una cordata con l’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) ed acquistò nel 1997 il maggiore patrimonio finanziario del Sud, con una storia di 500 anni, per 61,4 miliardi di vecchie lire, meno di 30 milioni di euro. La BNL, peraltro, chiuse nel 1997 il proprio bilancio con un passivo di 2.803 miliardi di lire.

I crediti problematici del Banco di Napoli furono valutati in 6.4 miliardi di euro – scrive nel suo libro Maria Rosaria Marchesano – “pari a 12.440 miliardi di vecchie lire, alle quali si aggiunsero dopo qualche anno altri 260 miliardi di vecchie lire dell’Isveimer” (Istituto che svolgeva attività di credito a medio termine per le piccole e medie imprese meridionali, ndr). “Un totale di 36mila posizioni: imprese, famiglie, partiti politici, enti pubblici. C’era di tutto: Ligresti, Ferlaino, Ambrosio sono solo alcuni dei nomi più famosi (…..) Il portafoglio, però non era costituito solo da crediti deteriorati, figuravano anche crediti già ristrutturati, titoli verso Stati esteri e partecipazioni come quella nel Banco di Napoli International S.A.. Attivi la cui vendita si rivelò poi proficua…

Il Tesoro, guidato da Ciampi, costituì una Sga (Società per la gestione delle attività), bad bank in linguaggio bancario, che acquistò il 31 dicembre 1996 il portafoglio dei crediti inesigibili o “incagliati” del Banco di Napoliche rappresentavano – scrive Maria Rosaria Marchesano – il buco, il motivo stesso del fallimento di una delle più antiche istituzioni creditizie d’Italia” per circa 6.4 miliardi di euro.

 Il prezzo fu pari al valore a cui il Banco aveva iscritto i crediti in bilancio, dopo una svalutazione del 30% circa del loro valore nominale”.

Il 31 dicembre 2016 la Sga compie 20 anni e, come risulta dai bilanci, è riuscita a recuperare oltre il 90% di quei crediti, che forse, tanto inesigibili non erano. In altre parole, il crack del Banco ha restituito fino ad oggi, quasi 6 miliardi di euro. Una cifra destinata ad aumentare visto che all’appello mancano ancora 4-5 mila pratiche che si annunciano redditizie (…) La Sga ha anche accumulato “un tesoro di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni proprio grazie all’attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall’esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni è la liquidità attualmente investita in titoli di Stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014.

Lo sa bene il Governo Renzi – aggiunge Maria Rosaria Marchesano – che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà. Dunque, con la ricchezza accumulata grazie alla gestione dei crediti problematici della prima banca del Mezzogiorno, si andranno a sostenere le banche in crisi del Paese”. (LN100/16) (fonti: Edizioni il Giglio, Noi consumatori)


08
Giu 16

Gaetano Di Vaio (ex Gomorra) contro Saviano: Lettieri possiamo batterlo da soli

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Gaetano Di Vaio è un produttore cinematografico indipendente, oltre ad essere regista ed attore. Il grande pubblico televisivo ricorderà la sua partecipazione alla prima serie di Gomorra (‘o baroncino).

Di Vaio, oggi, a Napoli per la sua storia, raccontata anche da una puntata de “I dieci comandamenti”, andata in onda su Rai 3, è un punto di riferimento per tanti giovani della periferia partenopea.

Dal proprio profilo Facebook, Di Vaio risponde ad un editoriale di Roberto Saviano che ha definito De Magistris un “incantapopolo”:

Caro Roberto Saviano, la tua lunga lettera sul sito di repubblica di ieri ci lascia davvero esterrefatti. Tu sei lontanissimo dalla realtà napoletana. Non hai minimamente la cognizione di quello che è accaduto negli ultimi anni qui a Napoli. De Magistris ha aperto varchi enormi a tanta gente che era stata letteralmente soffocata dagli ultimi 10 anni di Bassolinismo, ha finalmente potuto respirare. Il primo sono io che faccio produzioni dal basso senza dover più chiedere a nessuno se questo o quel film può dar fastidio o meno all’amministrazione di turno. Abbiamo vissuto gli ultimi cinque anni respirando una nuova aria e questa nuova aria ha un nome. Si chiama libertà. Libertà’ di esprimersi, libertà di agire, libertà di poter fare le cose che più ci piacciono fare. Dal tuo scritto hai dipinto tutti noi come dei miserabili (associazioni che chiedono elemosina a De Magistris o area antagoniste che inducono il Sindaco ad occuparsi della causa palestinese/israeliana anziché dei problemi dei Napoletani. La realtà è diversa. I ragazzi dei centri sociali stanno aiutando i ragazzi dei quartieri popolari e periferici a recuperare gli spazi abbandonati di questa città. Le associazioni hanno portato avanti eroicamente le loro attività sui quartieri senza prendere un centesimo da questa amministrazione. Accusi De Magistris di essere “incantapopolo”, ma non ti accorgi, o fai finta di non accorgerti, di quanto tu sia diventato oramai solo un “incantacoscienze”. Hai avuto grandi meriti con il tuo romanzo, tutti ti abbiamo appoggiato e osannato. Ma oggi, mi sento di dirti che sei diventato una delusione grande per tanti come me che ti hanno amato, stimato e lodato. L’appello a Renzi che tu fai e che qui sotto riporto integralmente, a noi non ci serve. Lettieri lo battiamo non grazie a te e a Renzi, ma nonostante te e Renzi.

Roberto Saviano: “….Il segretario del Pd dica ai napoletani che adesso non si può votare per Lettieri. Dica che è stato un errore allearsi con Ala. Prenda posizione. Sappia indicare pochi e decisivi punti su cui cambiare il territorio. A cominciare dai criteri per la selezione di una vera classe dirigente e lasciando perdere le mogli, i figli e i fratelli di chi ha fallito. Lo faccia – e lo faccia presto. Sì, fate presto: se potete”.


08
Giu 16

Luca Delgado: il #riscetamento napoletano non ha niente a che vedere con la lega


Trovo molto interessante quanto Luca Delgado, scrittore e drammaturgo napoletano, scrive a proposito del vento di rinascita (Luca da tempo ha coniato il termine riscetamento, dal verbo “scetarsi” che in lingua napoletana vuol dire svegliarsi) che ha condotto Luigi de Magistris al ballottaggio. Chi mi segue da tempo sa che si tratta di chiarimenti e spiegazioni che abbiamo sempre manifestato a proposito di quando qualcuno ci accusava di leghismo meridionale:

Qualcuno di poco attento paragona questa esperienza, questa rinascita identitaria, questo #Riscetamento napoletano a quanto fece e quanto fa la Lega Nord con Bossi prima e Salvini poi. 

Idee come autonomia, frasi come “ci governiamo da soli” spaventano, conducono con una semplificazione degna di Giorgio Mastrota alla fine dello spot, a quell’idea di secessione veneto-lombarda di qualche anno fa. 

Bisogna partire da una premessa; qui nessuno vuole costruire muri, vi sembra possibile in una città storicamente aperta, anzi, spalancata sul mediterraneo, che ci si voglia chiudere verso il resto del mondo? Qui nessuno odia la gente del Nord Italia per partito preso, avete mai letto frasi del tipo “non si fitta ai settentrionali?”. O che so io, “Tanaro lavali col fango”? 

Quello che facciamo è dire finalmente chi siamo, a testa alta, non in antagonismo con qualcuno ma in pace e in armonia con noi stessi. E sapete perché non siamo neanche lontanamente assimilabili all’esperienza della Lega? Perché la Lega è storicamente omofoba: a Napoli si trascrivono i matrimoni delle coppie gay e la nostra città si batte da anni per i diritti della comunità LGBT. Perché la Lega ha fatto della parola “ruspa” la sua battaglia: a Napoli esiste un programma di inclusione delle comunità Rom e Sinti (come il programma Acceder in Spagna), altro che ruspa. 

Perché la Lega è notoriamente xenofoba: a Napoli si conferisce la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati che nascono sul nostro territorio. Alle nostre feste di piazza, per rendere fruibile il ragionamento anche ai fan di Giorgio Mastrota, non mangiamo solo la polenta e cantiamo “va’ Pensiero” (anche su questo inno ci sarebbe da ridire): alle nostre feste cantiamo canzoni di mezzo mondo, mangiamo la pizza lo ammettiamo, ma pure il cous-cous! 

La Lega voleva la separazione dal resto d’Italia perché per scarsa conoscenza della storia, o per meglio dire ignoranza, e in taluni casi malafede, ha creduto e fatto credere per lungo tempo che le colpe dei propri mali provenissero dal Sud povero, salvo poi cambiare rotta e cominciare a prendersela con i migranti. Allora visto che noi sappiamo come sono andate le cose, sappiamo come vanno ora, proviamo legittimamente ad arrestare e contrastare una politica nazionale che invece (dati alla mano) per 150 anni ci ha affossati. Proviamo a fare le cose per bene e in autonomia, come abbiamo sempre fatto in passato, tornando ad essere quello che siamo sempre stati: una grande capitale europea e del mediterraneo. 

Cioè sapete che ce ne fotte a noi di quei 4 paeselli roccaforti della Lega Nord? 

A Napoli è #Riscetamento! 


05
Giu 16

Mentre a Milano si candidano ben due manager, a Napoli il solito cafone, zapatista sudista

Sul quotidiano Il Foglio, quest’oggi si discute di un presunto neoborbonismo zapatista demagistrisiano.

Per quelli che si stanno retoricamente rivolgendosi la domanda, si proprio sul Foglio, quel quotidiano che, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano :

“Certo, qualcosa al bilancio dello Stato è costato”: ha detto un rilassato Giuliano Ferrara parlando del suo giornale “Il Foglio” davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati nell’ambito dell’esame della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Qualcosa? 50 milioni 899 mila 407 euro, ecco per l’esattezza quello che “Il Foglio” di Ferrara è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno, 250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni. Una bella somma.

Soldi anche dei contribuenti napoletani che, oggi, su quelle pagine, possono consolarsi leggendo della “mediocritá” della propria contesa elettorale rispetto a città come Milano dove si sfidano nientepopodimeno che due manager (sic).

L’occasione è una intervista al consueto professor Macry. Un accademico di grande valore che, ignoro per quale motivo, talvolta indugia ad una certa superficialità che , ex cathedra,gli è aliena.

Si legge:

Prima ancora, lo scorso 6 aprile, quando Renzi si è presentato nel capoluogo campano per parlare di Bagnoli, sventolava tra i militanti dei centri sociali partenopei (ostili al premier quanto in sintonia con il primo cittadino) una bandiera che rappresenta il Sud Italia entro i confini del Regno delle Due Sicilie. Certo, una stella rossa indica la preferenza per il format politico della repubblica popolare, ma il riferimento geografico è alla monarchia disciolta nel 1861.

insuMacry, che pure è docente di Storia contemporanea, dovrebbe tuttavia sapere che la bandiera a cui fa riferimento (quella della foto) riporta confini ben più antichi di quelli dei Borbone. Essendo quelli di una nazione che, più o meno con quei limiti politco geografici, esiste dal 1300, dagli angioini. Altro che Borbone. Quindi se accuse si devono opporre agli alfieri di quel vessillo con la stella rossa, sarebbero di “neoagioinismo” più che neoborbonismo (per la cronaca quella bandiera la si può vedere anche a libere manifestazioni di contestazioni alle camorre ).

cialdini

busto del generale Cialdini

Il professore ignora anche che la bandiera rappresenta l’identificazione di lotte e di istanze territoriali, caratteristica questa che è intimamente legata a tutti i movimenti della sinistra (cosiddetta) radicale degli ultimi dieci anni. Dai No Tav ai No Triv fino ai No Muos e ai No Grandi Navi. Nell’era della globalizzazione, non esiste battaglia o istanza politica in grado di prescindere dal territorio (e da una identità nella fattispecie fortemente meticcia. A Napoli esiste una squadra di calcio, formata da “immigrati” che scala le classifiche dei campionati minori, senza che nessuno mai gli abbia intimato di andare a giocare a calcio a casa loro)

Se per Macry la stella rossa è un format politico, per qualcun altro rappresenta una aspirazione legata al territorio, un po’ come avviene per i baschi e i catalani. La stella rossa sulla bandiera curda, ad esempio, è l’unico “format” in grado di opporsi sul terreno alle nefandezze dell’Isis in medioriente.

 

Sorrido a pensare che in Italia è (ed è stata) data cittadinanza amministrativa e politica alla bizzarra idea di Padania (con tanto di bandiera annessa ed esposta su sedi istituzionali del Nord), realtà priva anche delle caratteristiche di identità nazionale (a differenza  di quella napoletana).

Il senso dell’articolo del Foglio è, in fondo, quello di sollevare critiche a un De Magistis fuori dagli schemi della politica nazionale, accusato di localismo e sciovinismo:

tanto sciovinismo rimane l’immagine plastica di una città che fino a non molto tempo fa ha espresso leader e pensatori di respiro nazionale, ma che ora è chiusa su sé stessa. “A Milano, piaccia o no, si candidano due manager – conclude Macry –. A Napoli, dove manca progettualità, i gruppi imprenditoriali hanno fatto cilecca e l’emigrazione giovanile è forte, il livello della contesa è mediocre”.

A parte che mi interesserebbe capire quali siano i criteri determinanti per assegnare la patente di “pensatore di respiro nazionale” (categoria questa che nell’era della liquidità della comunicazione e della trasmissione del pensiero a livello globale, si fa fatica a definire. Mi viene in mente, ad esempio, a tale proposito, l’opera di Franco Arminio, irpino, inventore della paesologia, disciplina che fa della speculazione dei confini del proprio piccolo paese, un’arte riconosciuta a livello internazionale) piuttosto che no, e stupisce che il giudizio di valore sulla contesa amministrativa derivi dal’albo professionale del candidato (a Milano si candidano ben due manager !!!).

Allora proviamo ad entrare nel merito del lavoro di uno dei manager candidati che si è trovato a gestire non fondi privati, ma quelli della collettività con questo risultato. Secondo quanto scrive Il Fatto Quotidiano:

 Il comunicato stampa di Expo si limita infatti a dire che in giornata “ha avuto luogo la consegna da parte del dott. Giuseppe Sala, a termini di legge, del rendiconto sulla gestione, del conto economico e dello stato patrimoniale della società al 31 dicembre 2015 e relativa integrazione fino al 18 febbraio 2016, data di effettivo insediamento dei liquidatori. Da detta documentazione risulta un patrimonio netto a fine 2015 di 30,7 milioni di euro, rettificato alla data di messa in liquidazione della Società in 23 milioni di euro”. Numeri che, come detto, non cancellano le perdite del 2015,valutate in 30,6-32,6 milioni nella relazione del cda discussa dai soci nell’assemblea dello scorso 9 febbraio.

Niente di nuovo insomma, snobismo accademico, radicalscicchismo che , questo si, a Napoli ha radici antichissime e che vede da una parte una certa dotta borghesia ergersi a censore di quella massa informe del “popolo vascio”. Lazzarume incapace di esprimere candidati in grado di porre in essere una certa progettualità. Tipo due manager “di respiro nazionale” (e poco importa se poi l’azione di certi manager generi fattispecie penalmente rilevanti. Per la stampa nazionale puzzano meno dell’aria dei bassi napoletani e del loro esasperato localismo).