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30
Nov 16

Così Renzi s’è inventato un torneo per distribuire risorse alle Università

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Pensavo fosse una boutade, una sciocchezza. Poi mi sono detto, e no, su ROARS, così attenti all’informazione sulla ricerca universitaria di idiozie solitamente non ne scrivono.

E, infatti, pare proprio che non sia una castroneria.

La redazione di Roars lo chiama Renzi University Trophy e lo presenta così:

In un contesto di cronico sottofinanziamento, aggravato dai tagli dell’ultimo quinquennio, la Legge di Stabilità inaugura un “Torneo VQR” in cui alcuni dipartimenti riceveranno un premio non indifferente (da 1.080.000 a 1.620.000 Euro annui), mentre altri rimarranno a bocca asciutta. Ma chi vince e chi perde in questo Renzi University Trophy (RUT)?

Rovistando nelle pieghe del sito ANVUR, abbiamo rintracciato quanto serviva per condurre una simulazione realistica dell’intero torneo, ottenendo lista e premi dei 180 dipartimenti vincitori. Non mancano le sorprese: nel girone IUS, vengono  premiati i giuristi di Messina, mentre quelli di Padova rimangono al palo. Ma il punto scottante è un altro. Dietro la cortina fumogena della gara meritocratica, il RUT nasconde un piano quinquennale molto chiaro: 1,06 miliardi di Euro agli atenei del Centro-Nord, contro soli 154 milioni di Euro a quelli del Sud. Ma, dopo tutto, sono soldi in più, obietterà qualcuno. Non è nemmeno detto che lo siano, perché sono promessi a partire dal 2018. Se non arriveranno, i premi del RUT verranno presi dall’FFO e l’effetto netto sarà il travaso di 200 milioni dal Sud al Nord. Ma da dove spunta questa brillante idea del torneo dei dipartimenti?

Una classifica internazionale di questo tipo è in voga tra gli economisti che sono arrivati addirittura a sviluppare una sorta di fanta-calcio dipartimentale (IDEAS Fantasy League). Un simpatico onanismo, pseudoscientifico ma innocuo (le dicerie sulla cecità sono altrettanto infondate quanto la bibliometria anvuriana). Il problema è che qualche consigliere di Renzi ha pensato di convertirlo in un metodo di allocazione delle risorse. Creando un mostro talmente sgangherato che …

Vi anticipo alcune delle conclusioni:

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Le prime quattro posizioni sono occupate istituzioni universitarie statali ad ordinamento speciale, che godono pertanto di un trattamento di assoluto favore rispetto agli atenei “normali”. È pure interessante notare che per incontrare un ateneo meridionale bisogna scendere fino alla 17-esima posizione (Sannio) e che gli atenei del Sud si affollano nella coda di chi ha premi pro-capite bassi o nulli. Ma della ripartizione territoriale dei fondi RUT dobbiamo discutere più estesamente nella prossima sezione.

E ancora:

Vediamo ora come si ripartiscono i premi RUT.

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«Tesoro, mi si è ristretto il Sud!» verrebbe da dire. In effetti, i numeri parlano chiaro. Il premio totale annuo, che risulta essere pari 242 M€ (inferiore, pertanto, ai 270 M€ menzionati nell’art. 43), si ripartisce come segue:

  • 133 M€ – Nord (55%)
  • 78 M€ – Centro (32%)
  • 31 M€ – Sud (13%)

Mentre il Centro ottiene un premio grosso modo paragonabile alla sua quota dimensionale (32% del premio contro 34% dei soggetti valutati), il Sud perde 17 punti percentuali (13% del premio contro 30% dei soggetti valutati) a favore del Nord che, infatti, ne guadagna 19 (55% del premio contro 36% dei soggetti valutati).

Se volete leggere in maniera precisa (l’articolo è piuttosto lungo e complesso) come funziona il RUT, una sorta di ludi gladiatorii universitari  (così li definisce Umberto Izzo che ne conia anche il motto «AVE MIUR ET ANVUR, MORITURI VOS SALUTANT!»che distribuirà 1 mld di euro circa al centro Nord e 150mln al Sud, cliccate al link sottostante:

ROARS


30
Nov 16

Genitori tarantini: caro Renzi, Taranto non è un “possedimento” italiano

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Questa la lettera diffusa pochi minuti fa alle agenzie di stampa dalla associazione dei Genitori Tarantini dei bambini malati di tumore.

“Signor Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana,

per la seconda volta, come Genitori tarantini, Le scriviamo certi del fatto che, come successo in precedenza, non otterremo risposta.

Ci preme, tuttavia, rimarcare la Sua posizione nei confronti della città di Taranto, ancora una volta vittima delle Sue irrispettose menzogne.

Intanto, ci stupisce il fatto che Lei abbia voluto dedicare un pensiero al sit in, tra l’altro bollandolo come stravagante e strumentale per il solo fatto di essere stato organizzato nel giorno del silenzio elettorale, e neppure una parola sulla nostra richiesta di incontrarLa.

Come Lei ben saprà, il sit in è solo un modo per accompagnare la delegazione che dovrebbe incontrare il Presidente del Consiglio, ma è seconda all’incontro stesso.

Non sappiamo quale sia la Sua idea, ma la nostra è che il giorno del silenzio elettorale non è una festa comandata, non è un momento di sospensione delle attività istituzionali; in questo giorno, la Sua carica e le Sue responsabilità istituzionali non vanno in vacanza.

Ci appare chiaro come il sole che Lei non ha alcun interesse verso i problemi della città di Taranto che, vogliamo ricordarLe, è a tutti gli effetti un territorio dello Stato italiano e non un “possedimento” dello Stato italiano.

Al di là dei proclami da Lei enunciati durante la Sua prima visita nella nostra città, nulla ha fatto di quanto promesso. “Se l’Europa vuole impedire di salvare i bambini di Taranto ha perso la strada per tornare a casa. Io sono più fedele agli impegni con quei bambini che a qualche regolamento astruso dell’UE.” Sì, Primo Ministro, sono Sue parole. Aveva dichiarato che ai bambini di Taranto avrebbe pensato Lei. C’è un precedente storico di grande effetto, per questo: Erode. D’altro canto, proprio la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, grazie alla denuncia dei tarantini, ha aperto una procedura di urgenza proprio contro lo Stato italiano.

E Lei si preoccupa del silenzio elettorale? Lei e i suoi ministri fate secretare i risultati degli ultimi rapporti sanitari che riguardano la città di Taranto, ma solo fino a 7 dicembre? Riparlerete dei 50 milioni, ritornati nel cilindro del prestigiatore, solo il 12 dicembre? Farete tutto questo dopo il referendum?

Signor Renzi, il silenzio elettorale non ferma l’insopportabile ed inumana emergenza sanitaria che colpisce in altissime percentuali i tarantini.

Lei ha temuto che si sarebbe parlato di soldi, temendo che Le potessimo ricordare quei capitoli di spesa ben più consistenti che avete pensato di destinare ad un torneo di tennis o quelli già destinati a quel popolarissimo sport che chiamano golf. Tranquillo, seppur importanti, i 50 milioni sono solo una misera considerazione del danno che avete procurato, Lei e i Suoi predecessori, a Taranto, ai suoi figli e al suo futuro; un minimo indennizzo per gli omicidi di Stato.

No, Presidente, saremmo venuti per riportarLe indietro le Sue stesse parole sui bambini di Taranto che tanto hanno offeso la città fondata dagli Spartani.

Siamo in attesa di un Suo invito in altra data, perché i Genitori tarantini non partono per venire a Roma ed essere additati come elemosinanti. In genere, vengono a Roma per fare curare i propri figli.

Taranto, 29/11/2016 Genitori Tarantini”


26
Nov 16

Zero euro per i tarantini? Scontro nel Pd: Boccia s’incazza e De Magistris: “Vergogna” #siamotuttitarantini

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La commissione Bilancio della Camera ha bocciato l’emendamento alla legge di Bilancio che avrebbe consentito di spendere 50 milioni di euro, per affrontare le criticità sanitarie provocate dall’inquinamento dell’ Ilva nella città di Taranto.

L’ emendamento non è stato proprio ammesso, perché ‘non autorizzato da Palazzo Chigi’. E le promesse fatte ai tarantini?

La proposta è stata fermata, secondo quanto ha riferito l’ agenzia Ansa, per un problema sulle coperture, perché le risorse sarebbero state sottratte a quelle per la stabilizzazione dei medici.

Di parere opposto il Governo che se la prende sulla mala gestione della sanità da parte del governatore pugliese Emiliano (sempre PD):

La violenta polemica innestata in queste ore sulla mancata destinazione di risorse alla sanità della città di Taranto risulta infondata e fuorviante: non è vero che il Governo si è opposto a sostenere, anche con la destinazione a questo scopo di ulteriori risorse finanziarie, il rafforzamento delle strutture sanitarie nell’area di Taranto“.

Lo dicono i parlamentari del Pd Salvatore Tomaselli e Federico Massa, i quali precisano che “è vero esattamente il contrario: le risorse ci sono ed il Governo ha confermato l’impegno ad individuare le modalità per spenderle rapidamente“.

Lo stesso sottosegretario De Vincenti – proseguono – ha confermato la convocazione per il prossimo 12 dicembre del Tavolo istituzionale per Taranto in cui verranno verificati, tra gli altri, proprio gli interventi in materia sanitaria. Nello specifico il Governo ha ribadito l’impegno a concordare con la Regione Puglia apposite deroghe al decreto ministeriale 70 sull’organizzazione dei servizi sanitari regionali in modo da rafforzare i presidi sanitari nell’area di Taranto“. Dunque “gli interventi ci saranno e saranno effettivamente destinati e vincolati all’area tarantina“, assicurano Tomaselli e Massa. (fonte: Quotidiano di Taranto)

Il governatore Emiliano intanto replica: “Talmente assurdo che potrebbe sembrare che il Governo ce l’abbia con me”.

E pure il parlamentare pugliese Boccia (che di certo non è un nemico di Renzi) tuona:

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De Magistris intanto accusa:

Dalla manovra finanziaria il Governo cancella i 50 milioni di euro che dovrebbero finanziare le strutture sanitarie per i bambini con problemi respiratori a causa dell’inquinamento provocato dall’acciaieria Ilva a Taranto. Il Governo non solo non pensa alla bonifica dei nostri territori ma non cura nemmeno chi si ammala. Che il popolo prenda coscienza della noncuranza di questo Governo. Ci vuole una sana e costituente ribellione civile popolare e democratica nei confronti di un governo che per la banca del papà della Boschi – madrina della deforma costituzionale – trova i soldi, che per le armi per contribuire alle guerre trova i soldi (64 milioni al giorno), ma che invece per la salute dei più deboli non trova denari, ma mostra solo viltà. Vergognatevi !

 


25
Nov 16

Da Sud, un tranquillo ma convinto “NO” al referendum

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Questo appello è stato pubblicato il 22 novembre su Il Manifesto:

Ad avviso delle firmatarie e dei firmatari di questo documento, il 4 dicembre è opportuno votare NO se si hanno a cuore le prospettive di sviluppo di lungo periodo dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare.

Il progetto di riforma costituzionale è complesso. Già questo ne rende difficile la valutazione da parte dell’elettore. Alcune modifiche sono apprezzabili, come sottolineato nel documento dei 50 costituzionalisti per il No (in cui ci riconosciamo ampiamente), a partire dal superamento del bicameralismo perfetto. Tuttavia, come gli stessi costituzionalisti sottolineano: “questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici”.

Due sono a nostro avviso particolarmente rilevanti. In primo luogo, la forte concentrazione e personalizzazione del potere esecutivo; che, fra l’altro, disporrà di una corsia preferenziale nel nuovo processo legislativo. Un processo affidato in gran parte ad una sola Camera saldamente controllata dal Premier, grazie alla nuova legge elettorale (per la quale gli annunciati propositi di cambiamento, oltre a essere poco credibili in caso di vittoria del Sì, non mutano in maniera sostanziale questo dato). Siamo convinti, invece, che in un sistema democratico ben rappresentativo e ben funzionante debbano esservi più forti meccanismi di “controllo ed equilibrio” e un ruolo più rilevante per il Legislativo. La capacità di governo non è minata oggi da fattori istituzionali, ma dalle debolezze della politica.

In secondo luogo, il forte accentramento nell’esecutivo nazionale dei poteri di governo del paese, a danno delle Regioni. Una forma di accentramento confusa e incoerente. Gli ingiustificati privilegi per le regioni a statuto speciale vengono lasciati intatti; mentre per le regioni più ricche, con i bilanci più sani, vi è la possibilità di tornare ad acquisire rilevanti competenze. Certo, le regioni non hanno dato buona prova (specie al Sud – anche se non sempre e non solo). Ma, di nuovo, questo è un problema più politico che istituzionale. I Ministeri, del resto, non hanno dato miglior prova delle regioni. Una società articolata e multiforme, come la nostra, non si governa per decreti da Roma, ma attraverso un’indispensabile collaborazione fra livelli di governo e rendendo i cittadini partecipi delle scelte.

Il Sud è nel pieno della peggiore crisi della storia unitaria. Presenta tendenze assai preoccupanti. Per il suo futuro, e quindi per il futuro dell’intero paese, è indispensabile tanta buona politica e tante buone politiche: un forte rilancio degli investimenti e un ridisegno dei grandi servizi pubblici che ne accresca qualità, efficienza e sostenibilità economica. Occorre assicurare che i diritti di cittadinanza siano riconosciuti per tutte le italiane e gli italiani, e che i servizi ai cittadini (soprattutto in materia sociale) siano di livello elevato e il più possibile omogeneo in tutto il paese.

Ma la logica di “ricentralizzazione” che ispira la riforma non garantisce in alcun modo questo obiettivo: provvede solo a dare al Governo centrale la possibilità d’imporre ai territori le sue scelte, anche quelle potenzialmente dannose. Ciò è ancora più rilevante perché le scelte politiche già compiute negli ultimi anni – promosse dagli esecutivi senza un sufficiente dibattito parlamentare – stanno rendendo diritti e servizi diseguali, sempre più dipendenti dalla ricchezza dei territori; stanno accrescendo di più la pressione fiscale in quelli più deboli, concentrando i pochi investimenti nelle aree più forti del paese, ridisegnando sanità, scuola, welfare in misura diseguale, a danno del Sud. Specie con l’attuale esecutivo, ha preso forma ad esempio una profonda trasformazione e concentrazione del sistema universitario che avrà effetti gravissimi sul futuro civile ed economico del Sud.

Pensiamo che in Italia, specie al Sud, ci sia tanto da cambiare, da innovare. E in fretta. E, specie al Sud, facendo tesoro anche dei propri errori. Ma siamo fermamente convinti che nella nostra società le vere riforme – quelle che servono e poi funzionano davvero – possano nascere solo da un profondo confronto democratico, anche con un’attenta rappresentazione e composizione delle diverse esigenze territoriali; e dall’interazione tra più saperi, conoscenze, culture politiche. Il Principe illuminato – come frutto della riforma costituzionale – che guarisce un paese indebolito con le sue infinite conoscenze e le sue rapide azioni è, a nostro avviso, solo una pericolosa illusione.

Gianfranco Viesti e Onofrio Romano (Università di Bari). Aderiscono: Pino Aprile (saggista), Franco Arminio (paesologo), Piero Bevilacqua (storico), Nando Blasi (Popu) (musicista), Nicola Costantino (ex rettore Politecnico Bari), Maurizio De Giovanni (scrittore), Carmine Di Pietrangelo (Left, Brindisi), Marco Esposito (giornalista), Dino Falconio (Paradox, Napoli), Andrea Gargiulo (direttore orchestra), Enzo Lavarra (ex europarlamentare), Piero Lacorazza (Consigliere Regionale Basilicata), Oronzo Martucci (giornalista), Luigi Masella (Fond Gramsci Puglia), Eugenio Mazzarella (ex parlamentare) Leonardo Palmisano (saggista), Ferdinando Pappalardo (ANPI Puglia), Corrado Petrocelli (ex rettore Univ Bari), Isaia Sales (saggista, ex sottosegretario), Antonio Stornaiolo (attore), Alessio Viola (scrittore), Alberto Baccini (Università di Siena), Ugo Ascoli (Università Politecnica delle Marche), Anna Simone (Università di Roma Tre), Giovanni Cerchia, Michele Della Morte, Alberto Tarozzi (Università del Molise), Melina Cappelli, Davide De Caro, Paola De Vivo, Pompea Del Vecchio, Nicola Durante, Giuliano Laccetti, Alberto Lucarelli, Enrica Morlicchio, Fabio Murena (Università Federico II di Napoli), Maurizio Migliaccio (Università di Napoli-Parthenope), Giso Amendola, Davide Bubbico, Mimmo Maddaloni, Raffaele Rauty, Maria Antonietta Selvaggio (Università di Salerno), Paolo Fanti, Fara Favia (Università della Basilicata), Marco Barbieri, Aldo Ligustro, Irene Strazzeri (Università di Foggia), Giuseppe Campesi, Michele Capriati, Franco Chiarello, Nicola Colonna, Tiziana Drago, Lea Durante, Fabrizio Fiume, Lidia Greco, Raffaele Licinio, Isidoro Mortellaro, Luigi Pannarale, Ivan Pupolizio, Francesco Prota, Francesca Recchia Luciani, Stefania Santelia, Mario Spagnoletti, Carlo Spagnolo, Roberto Voza (Università di Bari), Giampaolo Arachi, Mario Castellana, Valentina Cremonesini, Stefano Cristante, Fabio De Nardis, Antonio Donno, Guglielmo Forges Davanzati, Nicola Grasso, Angelo Salento, Luigi Spedicato, Ferdinando Spina (Università del Salento), Domenico Cersosimo, Piero Fantozzi, Sonia Fiorani, Guido Liguori, (Università della Calabria), Ignazia Maria Bartholini (Università di Palermo), Fabio Mostaccio, Tonino Perna (Università di Messina), Maurizio Caserta (Università di Catania), Marco Pitzalis, Giuseppe Puggioni, Marco Zurru (Università di Cagliari), Antonio Moretti (CNR Bari), Angelo Gallo (dirigente scolastico, Napoli), Patrizia Perrone (insegnante, Napoli), Gioia Costa (Esplor/azioni Roma)


23
Nov 16

Voti favoriscono studenti meridionali? La bufala smascherata da una ricerca ROARS

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Il magazine indipendente ROARS (un ottimo sito di approfondimento sul mondo della ricerca universitaria) pubblica quest’oggi a firma di Giorgio Tassinari e Fabrizio Alboni, un’interessante analisi che sbugiarda clamorosamente mesi di notizie idiote e connotate da un profondo pregiudizio antimeridionale secondo cui al Sud gli studenti sarebbero favoriti da una media voti molto più alta rispetto al resto d’Italia.

Falso. L’articolo è molto complesso, corredato di una accurata bibliografia e di tabelle,e le conclusioni cui giunge sono:

  1. La scuola italiana è una scuola severa. Infatti su 4500 istituti superiori, nel 2013-2014 ben 3500 non hanno avuto nemmeno un diplomato con 100 e Lode;

  2. vi è una tendenza uniforme degli istituti superiori del Nord-Ovest ad avere percentuali di studenti con 100 e Lode inferiori al resto d’Italia; la sovrarappresentazione di 100 e Lode caratterizza maggiormente le scuole del Centro che non quelle del Sud-Isole. Vi sono anche differenze significative tra Nord-Ovest e Nord-Est;

  3. la polemica anti scuole meridionali è frutto di un’analisi superficiale dei dati e rivela un intento fazioso ed ideologico, intendendo ideologia come “falsa coscienza” nel senso dell’”Ideologia tedesca” di Marx-Engels;

Come giungono gli autori a queste conclusioni?

A supporto della tesi del lassismo meridionale, diversi commentatori portano i risultati dei test PISA (OCSE) e INVALSI (MIUR), che evidenzierebbero risultati di gran lunga peggiori degli studenti del Sud rispetto a quelli del Nord. In premessa, vale la pena soffermarsi su questa comparazione, a nostro giudizio completamente spuria e viziata da un profondo e assai grave errore di metodo.

Si tratta di un confronto a dir poco ingenuo, poiché le coorti di studenti sono diverse. Inoltre il voto dell’esame di Stato riguarda studenti di circa 18 anni, i test PISA e Invalsi studenti di 15-16. Ancora, PISA e INVALSI si concentrano su solo due discipline (lingua italiana e matematica), mentre l’esame di Stato considera tutte le discipline, e tiene conto della carriera dello studente negli ultimi tre anni. PISA e Invalsi sono invece prove one-shot. Insomma, è come paragonare il Giro d’Italia con le Tre Valli Varesine, gara nobilissima e di tradizione, ma non sufficiente a costruire sui suoi risultati un ranking nazionale.

Ci siamo già soffermati sul significato, sotto il profilo politico-filosofico, degli esercizi di valutazione nella scuola, e rimandiamo a quei contributi[1] per una disamina più approfondita. Va tuttavia sottolineata l’estrema fragilità tecnico-statistica dei risultati INVALSI, che si basano su una metodologia (il modello di Rasch (Falocci et al., 2010) assai suggestiva, ma che richiede assunzioni assai stringenti per la sua applicazione. Per questi motivi utilizzeremo come riferimento soltanto i risultati dei test PISA-OCSE. Come già detto, un approccio intellettualmente onesto al problema, e non banalmente ideologico, ovvero informato dal duplice pregiudizio anti-meridionale e anti-statale, richiede un’analisi il più possibile razionale dei dati a nostra disposizione. Inoltre è a nostro giudizio importante cercare di quantificare, pur con tutti i limiti della metodologia statistica, il peso del carattere “scuola secondaria del Sud” nel determinare il risultato dell’esame di Stato. E’ quanto cercheremo di fare nel proseguo.

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Nella Tabella 1 è riportata la distribuzione per regione degli studenti che hanno superato l’esame di Stato nell’A.S. 2014-2016 secondo la classe di voto ottenuto. Dall’esame dell’ultima colonna è evidente la grande variabilità della percentuale di studenti che hanno riportato il massimo dei voti. Tuttavia, considerando il valore medio nazionale come punto di riferimento (ovvero una percentuale di 0,9), ci accorgiamo che la percentuale è più alta non solo in alcune regioni meridionali (come la Calabria e la Puglia), ma anche nelle Marche ed in Umbria. Se, anziché la media aritmetica assumiamo come valore di riferimento la mediana della distribuzione per regione della percentuale di 100 e lode, otteniamo sempre lo stesso valore di 0,9. E’ comunque significativo che tutte le regioni del Nord abbiano valori sotto la mediana, e le regioni del Sud abbiano valori intorno alla mediana o superiori (in alcuni casi di molto superiori, come in Puglia o in Calabria).

Tuttavia, dobbiamo tener presente che vi sono altre cause di variazione sistematica del voto conseguito all’esame di Stato, cause che lo stesso MIUR, nella pubblicazione citata, mette in evidenza (Tabella 2):

  • il tipo di percorso di studio influenza il risultato in modo assai incisivo (gli studenti dei licei hanno una percentuale di 100 e lode circa doppia di quelli che frequentano gli istituti tecnici);
  • la nazionalità dello studente influenza in modo assai forte il risultato (gli studenti con cittadinanza italiana figli di cittadini italiani hanno i risultati migliori).

Oltre a questi elementi occorre tener presente l’importanza del fattore sesso degli studenti. Le femmine infatti rappresentano circa il 50% di tutti i diplomati, ma la loro presenza sale al 61,1% per quanto riguarda i licei e scende al 34,8% negli istituti tecnici. Che le ragazze siano più brave dei ragazzi lo dimostra in modo chiarissimo il fatto che, a parità di indirizzo scolastico, le ragazze riportano sistematicamente risultati più brillanti.

Questi fattori di eterogeneità si intersecano ed interagiscono tra loro. Ad esempio è ben noto che la percentuale di studenti stranieri che frequentano i licei è assai bassa. In generale, la quota di studenti non italiani che arrivano a sostenere l’esame di Stato è assai esigua e di conseguenza la loro performance assai più modesta di quella che riguarda gli italiani non influenza in modo palese la distribuzione media dei voti all’esame di Stato.

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Ci sembra palese, quindi, che il risultato “regionale” degli esami di Stato sia influenzato dalla composizione della popolazione studentesca. Il corretto confronto tra i risultati delle diverse regioni dovrebbe quindi basarsi sull’eliminazione di tali differenze. Dovrebbe essere chiaro a questo punto che confrontare i risultati della Lombardia con quelli della Sicilia, sic et simpliciter, non ha nessun senso. E’ la classica somma di mele e di pere. Avrebbe invece senso confrontare i risultati agli esami di Stato degli studenti lombardi che frequentano il liceo classico con quelli degli studenti siciliani che  frequentano lo stesso tipo di scuola. Sarebbe inoltre necessario, “dentro” ciascun indirizzo di scuola media superiore, standardizzare la composizione degli studenti tenendo conto del sesso degli studenti e della loro cittadinanza.

Un ulteriore elemento di segmentazione del sistema scolastico italiano è quello tra scuole statali e scuole private (paritarie e non). Purtroppo il MIUR non elabora i risultati degli esami di Stato secondo questo carattere, sebbene i risultati dei test PISA mettano in evidenza differenze drammatiche tra i due sistemi[2].

La situazione si chiarisce notevolmente se consideriamo congiuntamente i due caratteri di stratificazione,  tipo di istituto e regione. Nella tabella seguente (tabella 3) viene riportata la percentuale di 100 e lode secondo i due caratteri menzionati (i dati si riferiscono all’anno scolastico 2013-2014).

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Si conferma  che, anche a livello territorialmente disaggregato, vi è un effetto sistematico dovuto al tipo di istituto e che a parità di tipo di istituto, emerge un effetto sistematico che tende a far sì che nelle regioni meridionali la percentuale di studenti che conseguono 100 e lode è più elevata, a parità di tipo di percorso di istruzione.


23
Nov 16

#Ionondimentico quel 23 novembre in Irpinia e quel suono (video)

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Lo scrivevo qualche settimana fa, avendo vissuto la scossa di magnitudo 6.5 nelle Marche: se c’è una cosa che in terremoti così violenti atterrisce è il suono del boato che precede di qualche attimo prima che la scossa inizi a spigionare la sua potenza.

Anche in Irpinia, esattamente 36 anni fa, una stazione radio riuscì a registrare quel suono che evoca incubi che restano tatuati nelle esperienze di ciascuno, e non vanno via. E questo documento è terribile proprio per la dicotomia tra la musica che richiama l’idea della festa e della quotidianità, e il boato che distrugge ogni cosa. Vita e morte.

Per non dimenticare una ferita ancora aperta:


19
Nov 16

De Magistris: basta discriminazioni ai danni del Sud

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Dal proprio profilo Facebook, il sindaco di Napoli si scaglia contro le discriminazioni sulla spesa pubblica in Italia che si fanno beffa dei principi sanciti dall’articolo 3 della Costituzione:

Ogni giorno, in ogni settore della spesa pubblica, il Sud viene discriminato e penalizzato rispetto al Nord. E’ ora di cancellare definitivamente questa falsa credenza secondo la quale il Mezzogiorno è la patria dell’assistenzialismo e della spesa pubblica. Se mai lo è stato, non è più così da molti anni.

I criteri, ad esempio, con i quali in questi anni sono stati applicati il federalismo fiscale e sanitario sono stati pensati per penalizzare sistematicamente le regioni del Sud. Ma non solo. Dai trasporti, agli asili, all’Università, il governo nasconde nei criteri di ripartizione dei fondi dei veri e propri trucchi per favorire il Nord. Stiamo parlando di una ripartizione annuale di 123 miliardi di euro di spesa pubblica. Una cosa enorme.

Nella sanità, ad esempio, che assorbe la fetta più grossa, i fondi vengono ripartiti in modo proporzionale all’età media degli abitanti delle Regione ed essendo molto più alta al Nord, questo criterio danneggia fortemente il Sud colpendo in particolare la Campania, col paradosso che i cittadini che hanno una speranza di vita media più bassa e che quindi avrebbero bisogno maggiore di assistenza, vengono penalizzati.

Per i contributi alle Università pubbliche sono stati introdotti criteri come il numero di frequentatori di progetti Erasmus o la capacità di raccolta di fondi privati che, inevitabilmente, favoriscono le Università del Nord.

Per la manutenzione stradale invece della misurazione dei KM di strada, come sarebbe ovvio, il fondo viene ripartito in base al numero degli occupati della Regione! Anche in questo caso le regioni del sud, dove la disoccupazione è molto più forte, vengono fortemente penalizzate.

Insomma, ci si fa beffa del principio costituzionale per cui “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza giuridica e sociale…”

Noi, nel nostro piccolo, stiamo provando a rimuovere questi gli ostacoli con una grande lotta sociale, popolare e democratica. In questi anni le oligarchie di tecnocrati, affaristi e mafiosi di Stato, stanno opprimendo la democrazia del nostro paese e stanno provando ad affossare il Sud.


19
Nov 16

Più magalliano di Magalli, Fulvio Abbate: i calabresi chiedano scusa

Ho ascoltato ieri sera Giancarlo Magalli discolparsi per le frasi contro i calabresi e minacciare querele.

Allora questo è il video, un documento in cui ognuno può verificare quanto dichiara il conduttore:

Ma come in ogni polemica che si rispetti e che riguardi meridionali e terroni, spunta sempre l’esponente radical chic meridionale che diventa più realista del re. Signori, ecco a voi Fulvio Abbate, giornalista e scrittore siciliano secondo cui a scusarsi dovrebbero essere i calabresi, permalosi e, come tutti i meridionali, in fondo un po’ mafiosi.

Io vi riporto lo screenshot di Intelligonews con l’intervista, così poi se l’autore si sente turbato o diffamato per quello che non avrebbe dichiarato puo’ far riferimento direttamente alla testata di cui sopra:

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Abbate evidentemente appartiene a quella sinistra per cui il garantismo, l’antirazzismo e la lotta contro i pregiudizi valgono erga omnes tranne che per i “terroni” (chissà cosa avrebbe detto Abbate se anzichè telefonare ad un abitante di Rosignana, Magalli avesse espresso medesima “ironia” verso un cittadino di Tunisi, o Tel Aviv e lo dico avendo i geni di chi nel corso dei secoli ha conosciuto le persecuzioni e l’antisemitismo).

Non si spiegherebbero altrimenti frasi come: “Il Sud con tutta la sua cultura mafiosa e paramafiosa (lo sosteneva anche Gianfranco Miglio ideologo leghista, ndr)”, che generano, manifestate proprio da un comunicatore, quelle rappresentazioni generali ed astratte, lesive della dignità di un popolo, che identificano, poi, verso l’universalità dei meridionali quei sentimenti di sospetto e gomorrismo per i quali, ad esempio,  “Gomorra e il boss delle cerimonie rappresentano Napoli”.

Verrebbe poi da chiedersi come mai certa “ironia” sia sempre a senso unico. Voglio dire, visti gli sviluppi di cronaca, le classifiche sui reati, l’omertà diffusa anche a Settentrione (prego leggere queste intervista al commissario Antiracket) se avessimo sostituito Milano con Rosignana, chi avrebbe avuto da ridire? Parlare di mafiosità come caratteristica prettamente meridionale è ormai assolutamente anacronistico e fuori luogo; formare nuove generazioni su questo assunto vuol dire abbassare l’attenzione e diminuire gli anticorpi nei confronti di qualsiasi attività illecita che venga compiuta oltre i confini del Garigliano.

 


16
Nov 16

Ad Aldo Grasso e al Corsera il premio “Giornalisti da Camera”

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Funziona così: esiste la rappresentazione televisiva, cinematografica e letteraria. Funziona che da quando sono diventati pervasivi i social, la pay tv, il digitale terrestre, l’orgia di all news e i video amatoriali, tanti giornalisti osservano e raccontano il mondo, con la pretesa di un’analisi su quella che considerano LA REALTÀ (e non il frutto di una sua parziale ed accidentale rappresentazione), dalla cameretta di casa loro, col plaid sulle gambe, il the sulla scrivania e il Mac da 3000 euro acceso e vigile sul flusso della timeline di Facebook o Twitter.

Succede che spesso la rappresentazione a cui assistono partorisce gigantesche figure di merda e Trump vince a sorpresa le elezioni, mentre Michael Moore, giornalista sul campo lo aveva vaticinato qualche mese fa.

Accade anche in Italia, lo scrivo da tempo, e lo rimproverò ai fini sedicenti analisti della realtà napoletana. E me la prendo soprattutto con chi osserva Napoli dall’oblò della epifania mediatica , senza calpestare il terreno col taccuino in mano. Non si documenta traendo conclusioni da quanto mostra la tv o “dice fessbuc”.

Per non farvela lunga leggo questo pezzo di Aldo Grasso su un programma “il boss delle Cerimonie”, su cui qualche anno fa avevo già espresso il mio parere:

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Il profilo social del Corsera ( si avete ragione , ormai racconta solo gossip ed è un campo minato di culi e tette) riesce a fare perfino peggio

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La trasmissione racconta benissimo Napoli?!?!?!? Mai affermazione apodittica fu più idiota e dispiace che appaia sul quotidiano di punta (sic) della carta stampata italiana.

Al pari di coloro che minacciarono di morte l’attore che interpretava il gomorroico “Malammore” perché nella finzione aveva ucciso un bambino, in alcune aree d’Italia la narrazione , stereotipata e talvolta razzista, carica di luoghi comuni,  fornita dalla sceneggiatura televisiva o cinematografica, finisce che  “quella realtà” (creata per finalità ed usi meramente lucrativi e commerciali) diventi “la realtà”.

Affanculo i sarti ed i designer napoletani famosi nel mondo, al diavolo la preziosa Napoli culla di ricchezze architettoniche, affanculo pure il mio spartanissimo et raffinatissimo matrimonio (mia moglie, che non è napoletana, scioccata dal programma, temeva l’arrivo dello scugnizzo pescatore con una paranza di purpi e purpesse accompagnato dalla puteolanissima e suadente voce di Franco Calone, da un momento all’altro), per gli esegeti del giornalismo da cameretta la rappresentazione mediatica diventa fattispecie generale ed astratta (tutti i napoletani sono così). Tutti, accomunati dalla triste sorte del kitsch o del gomorrismo, al punto che se ad un ristorante, il turista Veneto, fan di Gomorra, non ascolta almeno da un cliente la richiesta di “ddoje frittiur”, è capace pure di chiedere il rimborso dal ristoratore.

Volete un racconto su Napoli? Andateci. Il matrimonio del boss delle cerimonie racconta una parte di Napoli e non tutta, pare fin troppo ovvio dirlo. Il matrimonio tipico è carico di eccessi? Probabile, ma più vicino alla rappresentazione di un matrimonio di religione ortodossa o di tradizione mediterranea che al circo Barnum in onda in televisione.


15
Nov 16

Fondi per la manutenzione delle strade: le città con meno disoccupati beccano più soldi

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Sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito torna a parlare di fabbisogni e servizi essenziali, smascherando le evidenti disparità nel riparto di risorse per la manutenzione di 130 mila chilometri di strade provinciali. Il servizio pubblico preso a campione mette a confronto i criteri di assegnazione dei fondi per la Città metropolitana di Milano e la Città metropolitana di Napoli, la prima con meno strade da manutenere e più soldi da spendere, la seconda con più strade da mettere a posto e la metà di fondi da gestire. <<La Determinazione dei fabbisogni standard per le Province e le Città metropolitane>> nasconde in 88 pagine-spiega Esposito-delle vere e proprie trappole per il Mezzogiorno. Le strade gestite dalla Città metropolitana di Milano ammontano a circa 800 chilometri;  quella di Napoli gestisce 1.629 chilometri, il doppio. Eppure a Milano vengono assegnati 27 milioni per la manutenzione mentre alla Città metropolitana di Napoli appena 15 milioni. Come si spiega una tale disparità?

La formula per la ripartizione di risorse  viene calcolata dalla Sose (società del Ministero del Tesoro) e approvata dalla Commissione tecnica sui fabbisogni standard (Ctfs). Il parametro per l’assegnazione dei fondi è stabilito in base al numero di chilometri da manutenere, e pertanto, a Napoli come <<fabbisogno base>>  viene destinato almeno il doppio del finanziamento necessario per Milano. Ma è qui che scatta lo stratagemma per fregare il Sud. I tecnici della Sose hanno applicato due bonus aggiuntivi di finanziamento: il primo  proporzionale ai chilometri di strada in montagna, l’altro legato al numero di occupati sul territorio, che da solo vale più di tutte le somme destinate per la riparazione dei tratti stradali.  Come chiarisce l’inchiesta, per ogni chilometro di strada in montagna scatta un bonus di 2.744 euro. Nonostante la presenza del Vesuvio e del Faito, per la Città metropolitana di Napoli non è previsto nessun incentivo, garantito per le Province meno montane di Pavia, Rimini e Cesena. E’ calcolato invece in 17,87 euro il gettone aggiuntivo per ogni occupato: per riparare le buche, Milano riceve 34mila euro per chilometro, la città campana solo 9mila euro.

“Cosa c’entri il tasso di occupazione con la riparazione delle buche non si capisce. Ma gli occupati guarda caso, hanno il non trascurabile merito di essere presenti più al Nord che al Sud e così tornando al confronto Milano-Napoli con quasi 1,4 milioni di occupati la città lombarda riceve un bonus di 25 milioni, ossia 10 volte il fabbisogno di base, mentre Napoli deve accontentarsi di 10 milioni”, conclude Esposito. (fonti: Il Mattino, Marco Esposito, Unione Mediterranea)