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28
Feb 17

Ministero dello Sviluppo Economico leghista, fai una ricerca e ti chiamano terrone

E vi giuro che non si tratta di un titolo di Lercio.

Avete presente i “Captcha”? Ovvero quel sistema di sicurezza che compare per verificare che non siate robot, quando compilate un “form” su internet?

Bene, Francesco Lanza, (che da quanto ho capito non è proprio di Casavatore) dopo aver effettuato una ricerca sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico (evidentemente padano), riceve un bel richiamo dal sito istituzionale che realizza per lui un bel captcha con la scritta “Terroni”. Ecco la foto della schermata:

Un insulto subliminale? Un omaggio al best seller di Pino Aprile? O un tentativo di hackeraggio del fratocugino di Borghezio? Mah…

I lettori più esperti mi segnalano comunque sia un problema imputabile  Google, ne prendo atto ma a questo punto si configurerebbe comunque una ipotesi di “culla in vigilando”, da parte del Ministero.

Continueremo a vivere, nonostante tutto, immaginando tutta una serie di prossimi captcha di questo tenore, quanto meno per par condicio: “a soreta” “mammt” “vafammocc” “lota”, o più italiani “zingaro” “frocio” “negro”, insomma tutta la più classica congerie di stereotipi nazional popolari tanto cari agli italiani in camicia verde e nera. E poi si chiedono pure perché questo Paese è l’unico che non cresce…


23
Feb 17

Caffè, cappuccino e pallottole della camorra

Alcuni quartieri di Napoli sembrano tornati ad essere i fortini inespugnabili degli anni 80.

Nuovi spari questa mattina contro una notissima pasticceria della sanità.

Mi sento di condividere pienamente il presidente della Municipalità, Ivo Poggiani, presidente della III Municipalità:

Di nuovo spari al Rione Sanità, alle 7:30 del mattino, orario di punta per le tante famiglie che portano i figli a scuola.

Ad essere colpito stavolta è la storica Pasticceria Poppella, famosa ormai in tutta Italia per la creazione dei “fiocchi di neve”,
La camorra stamane fa l’ennesimo “salto di qualità”, una follia che colpisce un simbolo del quartiere, un’imprenditore generoso nato e cresciuto alla Sanità.
In questo mese ho incontrato nell’ordine: Ministro De Vincenti, Prefetto, Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Periferie, Commissione Regionale Anticamorra.
A tutti ho esternato la mia rabbia e la mia paura per il ritorno di storiche famiglie di camorra che hanno nella propria subcultura camorristica lo strumento del pizzo.
Ho spiegato loro che fino a metà degli anni ’90 il quartiere tutto si basava su un’economia prodotta dall’artigianato: scarpe, guanti, cinture, pellame in generale. In tutte le famiglie c’era lavoro per la presenza di fabbriche e marchi prestigiosi come Valentino, Melluso, ecc..
Ho sentito tantissime storie di gente del territorio che mi hanno raccontato di come il pizzo nei confronti di queste attività abbia portato alla chiusura delle stesse, gettando il Rione Sanità in un baratro di depressione economica. Mi raccontano che all’epoca a farla da padrone era il clan dei c.d. Vastarella, che hanno distrutto una florida economia di quartiere. Si sa, la disoccupazione e la mancanza di lavoro genera terreno fertile per le camorre.
Per 10 anni quindi c’è stato il BUIO.
Da qualche anno a questa parte però si è invertita la tendenza. Piccoli commerciali, imprenditori, associazioni e cooperative hanno ridato vita al tessuto produttivo del Rione puntando tutto su due filoni: cultura e turismo, piccolo commercio basato soprattutto sulle eccellenze del food.
Lungamente ho chiacchierato con De Vincenti e gli altri apparati dello Stato, gli ho chiesto di non lasciare solo il quartiere che piano piano sta alzando la testa.
Purtroppo sembrerebbe che oggi sta succedendo quello che tutti temevano. Quelle storiche famiglie di camorra hanno ripreso il controllo del territorio ed maniera violenta stanno di nuovo soffocando le economie del quartiere.
Non so se stamattina quello che è successo sia esattamente questo, ossia intimidazioni per il racket. Mi pare però che quelle modalità di quel cancro radicato nel Rione Fontanelle che ha agito per anni in questa direzione stia tornando.
Ribadisco: ognuno faccia la sua parte.
Da stamattina ho ricevuto decine di messaggi e telefonate di gente stanca ed esasperata.
Lo Stato non può girare la testa da un’altra parte, Non può continuare ad essere omertoso…


22
Feb 17

L’agricoltura guida la “ripresina” del Sud

Il settore agricolo, insieme a quello turistico, è strategico per lo sviluppo delle regioni meridionali. Lo scrivo da anni e lo dimostrano anche le statistiche. Ecco perché colpire indiscriminatamente proprio il settore agricolo (vedi crisi “Terra dei Fuochi”) con inutili generalizzazioni, crea danni rilevanti all’intera economia meridionale.

Anche per il 2016 l’agricoltura resta uno dei driver dell’economia meridionale. Più che al Centro Nord, diventando occasione di impiego e micro imprenditorialità soprattutto per i giovani.

Il Rapporto ISMEA-SVIMEZ sull’agricoltura del Mezzogiorno evidenzia l’ottima performance che il settore primario ha avuto nel 2015 e nel 2016. L’agricoltura diventa protagonista della ripresa economica: crescono valore aggiunto, esportazioni, investimenti e occupazione, al Sud ancor più che al Nord.

In occasione della presentazione del Rapporto ISMEA-SVIMEZ il Direttore Generale dell’Ismea, Raffaele Borriello, ha dichiarato: “Il Rapporto ci racconta di un Mezzogiorno che dà segnali positivi e sembra essere al centro della ripartenza dell’economia italiana, specialmente grazie all’ottima performance dell’agricoltura: la crescita delle esportazioni, degli investimenti e dell’occupazione agricola nel Mezzogiorno, più che al Centro-nord, sono i segni di rinnovato protagonismo. Il dato più significativo si registra sul versante dell’occupazione, in particolare quella giovanile (+13%). C’è una ritrovata consapevolezza del valore della terra che porta con sé una rinnovata attenzione al settore agricolo, anche in termini di progetti di vita e di attività imprenditoriali da parte dei giovani. Ne sono dimostrazione l’incremento del 20% delle iscrizioni alle facoltà di agraria e la crescita, nei primi nove mesi del 2016, di circa 90 mila nuove imprese agricole ad opera di giovani under 35, di cui ben 20 mila nel Mezzogiorno”. (fonte: Ismea)

 


18
Feb 17

Pino Aprile: vi racconto il mio Squitieri

Dal proprio profilo Facebook, Pino Aprile racconta il “proprio” Pasquale Squitieri, con una serie di aneddoti interessanti a proposito del regista de “Li Chiamarono Briganti”, rivelando che avrebbe voluto realizzare un nuovo film proprio sul proprio Sud.

Un brigante in meno; e nessuno ha raccontato i briganti come lui. Pasquale Squitieri è andato a litigare da qualche altra parte. Resterà nella storia del cinema. Ma io ne parlo per un film che fece, e che tutti abbiamo visto di contrabbando, e per uno che non fece.
Mi chiamò: «Dobbiamo fare un film per “Terroni”, perché non ne parliamo?». Ci vedemmo al bar Rosati a Roma, in piazza del Popolo, che era una specie di suo ufficio. «Ma hai già fatto “E li chiamarono briganti”», obiettai. «Non rischi di fare un doppione?». Mi mise subito a posto: quello che faceva i film era lui, io scrivevo libri. Ci vedemmo altre volte; spesso, all’ultimo momento mi avvisava che non poteva. Stava male, aveva dolori forti.

Alcune volte, mentre parlavamo, si interrompeva per qualche fitta e se la prendeva con se stesso: quasi facendosi colpa del suo male. Non accettava di considerarsi a scartamento ridotto. Subito, però, ricominciavamo a progettare. «Quanto tempo hai?». «Poco, Pasquale. Ma per un film con te, su questi temi, butto tutto a mare per sei mesi». «Ci vogliono due anni per farlo come si deve». Ahi!
E, un giorno, cominciammo a immaginare la trama. Io vedevo la storia legata alla vita di una sola persona, un sopravvissuto di Pontelandolfo, figlio di una delle donne stuprate dai bersaglieri. Lui non ne era convinto. Mi disse: «E quale sarebbe la prima scena?». Qualche giorno dopo gli esposi un’idea. Non la bocciò, ma inziò a chiedere: «E dopo che succede?». Suggerivo qualcosa, e lui: «No, no, che cazzata. E se…?». «Sì, ma…». Alla fine, la storia prese forma.
Ma lui ebbe qualche problema in più e le assenze erano sempre più lunghe; io ero sempre più in giro e quando poteva lui non potevo io. Ci sentivamo per telefono. Ci vedemmo a Catania, per una serata con il suo film e il mio libro, in una piazza piena. Poi io mi dedicai agli altri libri.
Mi raccontava del suo film sui meridionali a Torino; la sua rabbia perché ne avevano voluto le braccia, ma non ne sopportavano la vista, infatti i quartieri per i terroni erano a parte, fuori città; mi disse come aveva filmato nella Fiat, anche se non volevano. Era disgustato, perché gli intellettuali del tempo lo avevano lasciato solo (lui spirito anarchico eletto con la destra), pure quando riuscirono a mandarlo in galera.
Mi disse come aveva fatto “E li chiamarono briganti”, con quattro soldi, incluso i suoi. «Hai visto tutte quelle scene a cavallo? Hai notato che i cavalli, nel film, sono sempre diversi? Sai cosa costa, al giorno, nel cinema, una cavalcatura? Così, io li noleggiavo al macello, a 50mila lire. Ma il giorno dopo, erano già sui banchi del macellaio. Insomma: cambiavano sempre…».
«Ma perché hai venduto i diritti del film alla Rai?», chiesi. Mi spiegò che si era messo nei guai, economicamente, per portare a termine l’opera. Che vide boicottata, perché trasmessa in pochissime sale, per un paio di giorni, se ricordo bene. Quindi, escludendo la possibilità di recupero delle spese. E, a quel punto, non ebbe scelta. La Rai acquistò il film per nasconderlo, di fatto.
Chi si occupa di questi temi sa che ci scambiavamo le copie pirata; lo vedevamo al computer, da soli, o in salette carbonare… È stato fatto un gran torto a tutti noi, agli italiani, a un grande autore dal carattere duro, difficile, controverso, che spiazzava per le scelte a volte estreme, ma sempre passionali, forti. Capace, me lo ricordo, di intervenire in una trasmissione radio, telefonando non atteso e non invitato, e ribaltare il conduttore che su come fu unificata l’Italia non la stava dicendo giusta. Non ricordo se era lo stesso con il quale avevo discusso, su Terroni, con uso di spigoli, diciamo. Neanche il tempo di riattaccare il telefono e mi arrivò la chiamata di approvazione di Pasquale.
Era un combattente. Qualche volta mi pareva esagerasse. Combinai un incontro con lui e Nicola Bove, presidente della proloco di Casalduni: voleva invitarlo per la commemorazione dell’eccidio, con proiezione del film. E gli disse che ci sarebbe stato, fra i tanti relatori, anche un piemontese (no, non Del Boca), ottima persona, onesto intellettuale. Appena sentì “piemontese”, Pasquale cominciò a trattare il buon Nicola e il suo accompagnatore a pezza da piedi. Era (al solito) al bar Rosati.
«Ah, Pi’», mi chiamò mortificatissimo Nicola, «ci ha fatto fare ‘na figura… Una mortificazione!». «Pasquale, ma che ti ha fatto Nicola? È la persona più mite del mondo!». «I piemontesi, Pino. Ti rendi conto? Mi voleva mettere con i miei nemici!». Tentai, stupidamente, di obiettare che non ha senso generalizzare. Alzò subito la voce: «Ooohh! Non ti permettere: sono i miei nemici. I nostri nemici!». Capii che non era il caso di dire: e Lorenzo Del Boca, allora? E Piero Gobetti? E… lasciai perdere, perché non è vigliaccheria, è capire quando la battaglia è inutile.
Pasquale era così. Prendere o lasciare. Un lupo solitario che vinceva e perdeva le sue battaglie contro tutto e tutti, fottendosene delle forme, delle mode, delle convenienze. Ma capace di mettersi nei guai, per raggiungere il risultato, per via diretta o scorciatoia. Uno tosto. Uno vero. Uno difficile con cui aver a che fare. Ma meno male; perché solo uno così poteva fare “E li chiamarono briganti”, l’equivalente, nel cinema, di “Brigante se more”, di Eugenio Bennato, nella musica.
Quando si progetterà il nostro Olimpo, accanto ai Giacinto De Sivo, i Francesco Proto, i Carlo Alianello, gli Antonio Gramsci, i Nicola Zitara, gli Angelo Manna, i Silvio Vitale, i Michele Topa, i Pietro Golia, i Tommaso Pedio e i tanti, tanti altri, Pasquale Squitieri ci sarà. Magari in disparte e di cattivo umore, perché non gli piaceva intrupparsi. Ma ci sarà, mentre Lina Sastri urla e piange il monologo “briganti o emigranti” che chiude il suo film e racconta la nostra storia taciuta da questo secolo e mezzo.


05
Feb 17

Eugenio Bennato ad AvaNposto Numero Zero

Entra nel vivo la stagione dell’AvaNposto Numero Zero, il nuovo spazio culturale nel centro storico di Napoli, fondato e diretto da Egidio Carbone. In scena Versi proibiti, tratto dall’antologia L’inferno della poesia napoletana con Fabio Balsamo (The Jackal), Nevrotika vol. 1-2-3 di e con Fabiana Fazio, Eugenio Bennato e Amleto De Silva. Lunedì 27 febbraio, proiezione del documentario Sulla Via dei Mille con Mio Padre del regista e sociologo visuale Marco Rossano, che inaugura le proiezione della terza edizione del premio cinematografico Fausto Rossano Per il Pieno Diritto alla Salute.

 

È un cartellone caratterizzato da grandi collaborazioni e anteprime quello proposto dall’AvaNposto Numero Zero, che nelle sue prime settimane di programmazione, propone lavori di approfondimento sul tema del rapporto fra individuo e società che vanno a toccare alcuni dei nervi più sensibili e scoperti di questa relazione.

 

Si comincia venerdì 10 febbraio (repliche l’11 e il 12) con Versi proibiti, interpretato da Fabio Balsamo (The Jackal), con Francesco Saverio Esposito, Carlo LiccardoSerena PisaLuigi Castiello e Antonio Zuozo. Una pièce che porta in scena con prosa, poesia e canzoni una collezione di capolavori nascosti, scritti dal ‘500 ad oggi, fra i cui autori spiccano i nomi di Eduardo De Filippo, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, ma che comprende anche brani realizzati da religiosi rimasti anonimi, raccolti da Angelo Manna nell’antologia L’Inferno della poesia napoletana, con intermezzi dialogati di Maurizio Capuano. La regia è di Giovanni Merano. Una rappresentazione che tocca nel vivo l’ipocrisia e il falso perbenismo, attraverso la carnalità più estrema, la sessualità, l’esaltazione del corpo e delle sue necessità. Un modo per sovvertire la scala dei valori e portare all’attezione del pubblico i veri scandali che non sono gli atti naturali, ma i tagli alla Cultura, alla Sanità, i piani di sviluppo meramente economici che ci abituano a desiderare solo cose spendibili. Lo spettacolo procede per quadri, animati da personaggi con la duplice funzione di rappresentare delle condizioni umane, il contadino rozzo, l’aristocratico, la prostituta interpretando, come se le avessero vissute, storie che non appartengono alla loro biografia. Una lotta tra ipocrisia e autentico naturalismo, per riscoprire il senso delle parole lirismo e oscenità esaltando con tante risate, anche amare, l’eros e gli eccessi della gola. Divertimento e riflessione per opere scritte per protesta. Nel tempo le tematiche non sono cambiate; sesso, società, corruzione, religione, i dubbi della vita clericale, perché la vera oscenità, è cancellare una vita fatta di rispetto e ricca di contenuti, o la cittadinanza attenta e scrupolosa, per la quale non sembra valga mai la pena impegnarsi. Come sosteneva il comico statunitense Lenny Bruce: «È la repressione di una parola quella che le dà la violenza, forza, malvagità. Di conseguenza tutto potrebbe essere osceno nella misura in cui lo reprimiamo, più reprimiamo e più è osceno».

 

Si prosegue, sabato 18 febbraio (replica domenica, 19 febbraio) con Nevrotika vol. 1-2-3 scritto, diretto e intepretato da Fabiana Fazio che si esibisce sul palcoscenico con Valeria Frallicciardi e Giulia Musciacco. Aiutante alla regia Angela Carrano. Liberamente ispirato agli scritti dello psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato statunitense Paul Watzlawick (Istruzioni per rendersi infelici), il quale propone una serie di esercizi che rendono impossibile ogni gesto della nostra vita e dello psicologo e antropologo cileno Claudio Naranjo (Carattere e Nevrosi), lo spettacolo riflette sulle conseguenze che una società sempre più malata può avere sugli individui e scava in profondità, focalizzandosi su singole problematiche, come ipocondria, paura, insicurezza, amore in maniera dissacratoria, divertente e autoironica per dimostrare l’assuto che, siamo noi stessi a costruirci le nostre prigioni. Un progetto nato dalla voglia di lavorare insieme che, partendo da uno studio personale e da letture di approfondimento, ha dato vita a dei testi, in particolare i monologhi, pensati per le attrici in scena. Pur procedendo all’analisi di singoli casi, l’opera sviluppa il rapporto fra soggetto e società. La nevrosi è, infatti, un sintomo dell’inconciliabilità dell’individuo con il mondo esterno. La pressione e i messaggi esterni, possono renderci ancora più insicuri, alimentando il processo di allontanamento dai nostri reali bisogni. Lo spettacolo lancia una provocazione che fino ad ora ha suscitato nel pubblico una forte senso di identificazione: andare fino in fondo e renderci totalmente infelici, per dimostrare quanto siamo noi stessi a costruire i mostri della nostra mente.

 

Venerdì 24 febbraio, sotto le volte a botte del locale, Eugenio Bennato si esibirà in concerto con i musicisti del suo gruppo, in una coinvolgete interpretazione del proprio repertorio in versione totalmente acustica. Un ulteriore tassello delle sua ricerca musicale che ha dato vita al movimento Taranta Power, che ripropone la riscoperta, la rivisitazione e il rinnovamento, proiettandoloa verso il futuro,  della tradizione per resistere all’appiattimento della globalizzazione e della comunicazione massificata.

 

L’AvaNposto Numero Zero ospiterà quest’anno la terza edizione del Premio Cinematografico Fausto Rossano per il Pieno Diritto alla Salute, dedicato alla memoria dell’ultimo Direttore dell’Ospedale Leonardo Bianchi di Napoli, prematuramente scomparso nel 2012. Lunedì 27 febbraio, proiezione di Sulla via dei Mille con mio padre del documentarista e sociologo visuale Marco Rossano, nei giorni a seguire, presentazione in anteprima delle opere in concorso. Il Premio è promosso e organizzato da Associazione Premio Fausto Rossano, Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), Associazione Italiana Residenze per la Salute Mentale (AIRSaM), GESCO, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e l’Assessorato alla Scuola e all’Istruzione del Comune di Napoli. Partner del concorso sono il Festival S/paesati di Trieste, la Rete del Caffè Sospeso, il Festival Lo Spiraglio di Roma, il Premio Solé Tura di Barcellona, la Fondazione Pascual Maragall di Barcellona, l’Associazione Centro Studi Antonio D’Errico, l’Università di Barcellona, la rassegna su cinema e migrazione S-cambiamo il Mondo.

 

Venerdì 3 marzo sarà di scena Amleto da Silva con il suo Amlo legge i dieci peggio, spettacolo promosso dall’Associazione GUAPANAPOLI.

 

Infine, ogni martedì a partire dal 14 marzo, fino a giugno, si inauguerà il laboratorio di formazione teatrale, a cura di Egidio Carbone, fautore e promotore della teoria dell’Attore Costitutivo.

 

PROGRAMMA FEBBRAIO-MARZO – AvaNposto Numero Zero

VERSI PROIBITI. UNA LOTTA. TRA IPOCRISIA E AUTENTICO NATURALISMO. Adattamento teatrale de L’inferno della poesia napoletana e intermezzi dialogati di Maurizio Capuano. Con Fabio Balsamo, Francesco Saverio Esposito, Carlo Liccardo e Serena Pisa. Musiche, Luigi Castiello, Antonio Zuozo. Regia Giovanni Merano.

Venerdì 10 e sabato 11 febbraio 2017, ore 21.00

Domenica 12 febbraio 2017, ore 18.00

 

NEVROTIKA. Scritto e diretto da Fabiana Fazio, con Fabiana Fazio, Valeria Frallicciardi, Giulia Musciacco. Aiuto regia, Angela Carrano

Sabato 18 febbraio 2017, ore 21.00

Domenica 19 febbraio 2017, ore 18.00

 

EUGENIO BENNATO in concerto acustico con il suo gruppo

Venerdì 24 febbraio 2017, ore 21.00

 

PREMIO FAUSTO ROSSANO PER IL PIENO DIRITTO ALLA SALUTE. Premio dedicato alla memoria dell’ultimo Direttore dell’Ospedale Leonardo Bianchi di Napoli.

Lunedì 27 febbraio 2017, ore 20.00 proiezione del documentario ‘Sulla via dei Milla con mio padre’ di Marco Rossano. Ingresso libero.

Nei giorni a seguire, proiezione delle opere in concorso. Ingresso libero

 

AMLO legge I DIECI PEGGIO. Uno spettacolo di e con Amleto De Silva. Evento promosso dall’Associazione GUAPANAPOLI.

Venerdì 3 marzo 2017, ore 21.00. Contributo associativo 10€. Contributo soci GUAPANAPOLI 5€

 

LABORATORIO DI FORMAZIONE TEATRALE A CURA DI EGIDIO CARBONE

Periodo marzo-giugno, per un totale di 48 ore di attività

Ogni martedì, ore 19.00-22.00. Quota di iscrizione 50€

 

Contributo associativo AvaNposto Numero Zero 10€. Ingresso riservato ai soci. Il botteghino è aperto tutti i giorni dalle 18.00 alle 20.00, prima dello spettacolo o, previo contatto, in altri giorni e orari.

 

Botteghino: cell. 3661149276; e-mail. [email protected], web. www.facebook.com/APNumeroZero;

VIA SEDILE DI PORTO, 55 – 80134 NAPOLI (Via Mezzocannone)


02
Feb 17

I libri non si vietano per pregiudizio, si leggono. Così ricordo “Controcorrente”…

Io ancora me la ricordo la prima volta che ho letto quel nome. Si, ancora me lo ricordo, quel pomeriggio d’autunno assolato di oltre venti anni fa. Faceva capolino da una vetrina, semioscura, in una via nascosta, più nascosta di quella principale, di quella grande che porta a Piazza del Plebiscito.

Io me la ricordo ancora, come se fosse ieri, quella copertina, non patinata, coi disegni fatti a mano di uomini barbuti e donne col cappello. Così diverse dalle copertine della Mondadori o di Feltrinelli. Graficamente discutibili, ma tanto colorate, che l’adolescente come me, che veniva dalla provincia, sentiva più vicine perché “meno importanti”.

Me lo ricordo ancora, quel luogo e tutti i quei libri con la scritta sopra : “Controcorrente”, che per l’adolescente “di campagna” che inizia a scoprire la città è un supporto alla naturale contestazione, all’uscita dalla famiglia, alla oleografica (e se volete) abusata e retorica fuga dagli idòla domestici, dal focolare sacro con le leggi imposte, con i numi tutelari già scelti, messi lì, da rispettare.

Così, a 14 anni, il sabato pomeriggio, quando potevo rientrare più tardi a casa, nei Campi Flegrei, quando i compiti potevo farli alla domenica, su, da Montesanto, con la scusa di voler raggiungere il belvedere del Plebiscito (ancora non liberato dalle auto, ancora mezzo parcheggio dal sapore tardo sovietico), poi giù, lungo via Toledo, ed ancora più giù verso un luogo che per me aveva il senso del proibito (molto più del cinema Roxy che trasmetteva film per adulti), verso un posto che era l’antitesi del luogo comune, verso quelle copertine e quegli slogan senza una via di mezzo, senza alcuna diplomazia, scorretti, controcorrente.

La prima volta che avevo sentito parlare di Sud e boicottaggio era stato durante gli anni di Maradona, quando il Milan vinse lo scudetto all’ultima giornata o quando al Napoli (che pure vinceva tanto) le squadre del Nord (“con l’aiuto del Palazzo”) glielo mettevano a quel posto. E allora mio nonno mi diceva “dobbiamo boicottare la Fiàt”(con l’accento sulla “a”) oppure “non dobbiamo guardare più Canale 5”. Però a pranzo era sempre lì tra Mike Bongiorno e Corrado.

E allora non riuscivo ancora a comprendere quella che più tardi sarebbe stata la metafora zitariana del Galbanino che ruota sulla scarpata al di sotto della Salerno-Reggio Calabria.

Il Sud, per me, era solo l’inferno di Bocca, era solo l’assistenzialismo della Cassa del Mezzogiorno, la disoccupazione, gli scioperi, la camorra pervasiva. Fino a quando non ho aperto la porta di quel luogo silenzioso. Senza salutare.

Io il titolo non me lo ricordo, c’erano uomini barbuti e donne con cappelli stravaganti. Fu il punto di non ritorno. Se a uno che tra pellirossa e cowboy ha scelto sempre i primi, se a un adolescente che inizia a mettere in discussione “il padre, la famiglia, gli amici, la buona educazione”, gli andate a dire che poco meno di un secolo prima, giù al Sud, un esercito di poveri Cristi fronteggiava truppe regolari, per difendere l’aspirazione alla propria libertà, iniziate a seminare i primi germogli di contestazione, pronti a mettere in discussione, (si se volete anche in maniera poco saggia, ma non esistono adolescenti saggi, per fortuna) quanto viene imposto senza alcuna critica o discussione.

Io quei libri non li ho mai comprati, perché mia madre mi “mandava a Napoli” solo con 2 o 3 mila lire. Ché sennò avrei rischiato di perderli o farmeli rubare. Ma li leggevo a dieci pagine alla volta, di nascosto, ogni sabato pomeriggio. E poi li risistemavo sull’espositore, per non sembrare maleducato col signore che stava lì dentro.

Finchè, un giorno, un amico, che veniva con me dal natìo borgo selvaggio e che volevo introdurre a quel “mistero”, dopo essere entrato mi disse “uagliò ma c’amma fa ccà?! Ma questi sono libri fascisti!”. “Embè?” – risposi io – “Sono libri, mica olio di ricino!”.

Io avevo il terrore dell’olio di ricino perché mia nonna mi raccontava sempre (raccomandandomi di non dirlo a nessuno) che pure a mio nonno, il padre di mia madre, una volta gliel’avevano dato ed era stato tanto male. E mio padre mi diceva sempre che per colpa del fascismo mio nonno aveva perso il lavoro di operaio ai cantieri navali di Castellammare. Perché “non si era voluto fare la tessera”.

Ecco a me il fatto che potessi “violare” quel cazzo di fascismo, leggendolo, mi faceva sentire sicuro e libero. Perché in fondo i miei nonni, per quel fottuto olio di ricino, quei libri, anzi, qualsiasi libro avessero voluto, non avrebbero avuto possibilità di leggerlo alla mia età, in totale libertà.

Quei libri li ho continuati a leggere, di nascosto, fino a quando la mia prima fidanzata non ha preteso più attenzioni delle pagine bianco sporco.

E a 15 anni, proprio perché gli ormoni e la fiducia incrollabile verso una esistenza proiettata all’eternità, annebbiano le idee, la coscienza e la saggezza, finisci per accettare il compromesso dei primi baci rubati nella penombra dell’ultima fila di un cinema del centro.

Io non lo so se quei libri che raccontavano di briganti e brigantesse, di re codardi e uomini pronti a morire per la libertà. fossero fascisti oppure no. So che insieme a tanti, tantissimi altri libri di cui mi sono nutrito insieme alle istruzioni del primo videoregistratore VHS, mi hanno insegnato ad essere libero e a non appiccicare etichette addosso ad alcun individuo. Perché ogni uomo è emancipato proprio quando è scevro da qualsiasi condizionamento e riesce a rendere liberi gli altri non imponendo sovrastrutture. Se Prometeo si fosse preoccupato di poter morire carbonizzato, non avrebbe portato il fuoco al genere umano.

Ieri ho scoperto che quel signore, coi capelli molto più grigi, che ogni tanto era lì, in quella libreria così diversa da Feltrinelli e Mondadori, è morto. Era il fondatore di “Controcorrente”.

E mi è venuto in mente, John Donne:

“Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Se non avessi letto Hemingway, non avrei conosciuto John Donne. Se non avessi letto i libri di Pietro Golia, sarei stato meno libero di oggi (per la cronaca non ho mai votato alcun partito di destra). Perché oltre le etichette, ogni pagina parla del genere umano. Proibirli o bruciarli, diminuisce, come la morte, l’umanità. E il pregiudizio distrugge ogni memoria.

01
Feb 17

Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018: i video che celebrano l’evento

Il Mediterraneo nuovamente al centro, e Palermo capitale italiana della cultura 2018. Capitale meticcia, punto di incontro tra Oriente e Occidente.

Ecco due video del MIBACT che celebrano l’evento.