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29
Mag 17

Il papà de “I bastardi di Pizzofalcone” contro i tifosi razzisti

Maurizio De Giovanni, lo scrittore papà de “I bastardi di Pizzofalcone”, così si schiera duramente contro i cori razzisti anti napoletani che si sono levati ieri dallo stadio genovese di Marassi, sponda Samp:

Vorrei dire, assumendomene integralmente la responsabilità, a ogni singolo sedicente tifoso della Sampdoria che si è unito a quei cori orribili che è un imbecille, idiota, ottuso, brutale, ignorante vigliacco. Che come tutti i grandi vigliacchi, indegni di un qualsiasi contesto sociale umano, si nasconde nella massa dando il peggio di sé. Che gli auguro di trovarsi in una situazione in cui abbia bisogno di una qualsiasi solidarietà di un napoletano, e che si ricordi in quel momento, perché la solidarietà l’avrà, di quanto sia stato un imbecille, idiota, ottuso, brutale, ignorante vigliacco. E che questa consapevolezza lo spinga a diventare migliore. Molto migliore, perché così com’è ha tanta strada da fare, prima di diventare appena degno di essere chiamato uomo.E infine che quelli come lui, che sono in tutti gli stadi di questo piccolo giovane paese che sembra unito ma che nella sostanza non lo è, hanno perso e perderanno sempre, ben prima di essere sconfitti sul campo.
Perché l’ignoranza è sempre perdente. Sempre.


28
Mag 17

Quando eravamo emigranti e oggetto di razzismo

Un interessante documentario che descrive bene il clima di razzismo che respiravano i nostri emigranti


27
Mag 17

Tutti indignati contro Napoli Autonoma

Da qualche giorno il progetto di autonomia napoletana, punto di forza del mandato demgagistrisiano, è sotto il fuoco incrociato di accademici e testate giornalistiche.

Vi propongo qui il confronto che mi sembra più sensato tra il prof. Barbagallo ed il prof. Pace.

[…]Di fronte alla diffusione di un neo-sudismo antiunitario, che è diventata la scadente ideologia delle più varie forme di rivendicazionismo subalterno, pare opportuno ripristinare una memoria più precisa di eventi lontani, la cui complessa dinamica rischia di sfuggire alla frenetica attualizzazione dei social media.

Allora parliamo dell’unità d’Italia, che un quarto di secolo fa, quando finì la cosiddetta impropriamente Prima Repubblica, fu contestata e rifiutata dalla Lega Nord, divenuta nel frattempo Lega Italia. Oggi l’Italia unita viene radicalmente criticata anche dai Comuni e dalle Regioni del Sud, in nome di un’autonomia meridionale conculcata e repressa da uno Stato unitario soggiogato dal potere nordista.
Visto che siamo ormai alla diffusa esaltazione dei briganti e delle brigantesse meridionali, indicati come patrioti insorti contro invasori stranieri da più parti e da sedicenti rivoluzionari, incapaci peraltro di amministrare le comunità locali loro affidatesi, è utile ricordare alcune cose importanti.
I piemontesi, guidati da quel genio politico di Cavour, si allearono nel 1859 con la Francia di Napoleone III, che intendeva sostituire l’egemonia francese a quella austriaca sul territorio italiano.

L’obiettivo era limitato: ampliare il Regno di Sardegna a Regno dell’Alta Italia. Le cose andarono diversamente, come spesso accade, e in modi del tutto imprevisti.
I patrioti dell’Italia centrale cacciarono i granduchi austriaci e i rappresentanti del Papa e vollero unire Toscana, Emilia e Romagna al nuovo Regno. Il Sud sarebbe rimasto sotto il dominio borbonico se Francesco II, appena salito al trono, avesse accettato l’invito del cugino Vittorio Emanuele II a partecipare nel 1859 alla guerra contro l’Austria. Ma questa potenza era stata la protettrice dei Borbone per la repressione delle rivolte del 1820-21 e del 1848 e lo spergiuro delle relative Costituzioni.

I piemontesi non avevano pensato alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Furono l’iniziativa democratica e rivoluzionaria di Garibaldi (sostenuta da Mazzini e da Cattaneo) e la rivolta antiborbonica di tutta la Sicilia (dai principi ai contadini) a far crollare il più grande ma anche più arretrato regno insediato sul territorio italiano.
Vittorio Emanuele II poté cavalcare fino a Napoli (e annettere all’Italia anche le Marche e l’Umbria) soltanto grazie all’indispensabile consenso di Napoleone III, il quale voleva impedire a tutti costi che Garibaldi e Mazzini conquistassero Roma, in un remake stavolta vittorioso della Repubblica Romana del 1848-49, quando Papa Pio IX era stato costretto all’esilio a Gaeta.

Il cosiddetto brigantaggio meridionale già nel 1861 fu definito “una guerra civile” dal deputato democratico milanese Giuseppe Ferrari. Certamente fu l’effetto più sanguinoso e drammatico di un improvviso e imprevisto processo unitario, che sfuggì largamente dalle mani dei protagonisti.

La rivolta dei contadini meridionali, che non ebbero la terra promessa, dei militari rimasti fedeli al Regno borbonico, della Chiesa, nemica del nuovo Regno che le aveva sottratto territori e proprietà, rischiò di mandare subito all’aria l’imprevista costruzione di un solo grande Stato sul territorio italiano.
Perciò, contro le indicazioni date da Cavour sul letto di morte, il neonato Stato italiano usò lo stato d’assedio e la violenta repressione della rivolta meridionale. E si diede un assetto centralizzato, secondo il modello giacobino-napoleonico francese, abbandonando il primitivo progetto di più liberale decentramento amministrativo di stampo britannico.
L’unione del Sud all’Alta Italia fu voluta quindi dai democratici e rivoluzionari, da Mazzini e da Garibaldi. Fu subìta da Cavour, ma fu apprezzata da Vittorio Emanuele II perché ampliava il suo nuovo Regno. L’Italia nacque in questo strano modo, sovvertendo l’ordine internazionale fissato dalla Restaurazione di Metternich, che aveva definito l’Italia “una semplice espressione geografica”.

Questa invece la posizione del Prof. Pace Consigliere Comunale e membro del Coordinamento Nazionale “demA” :

Si parla dei “movimenti di de Magistris” che avrebbero richiesto “una giornata della memoria per i briganti meridionali”. Il movimento di cui de Magistris è presidente (Democrazia e Autonomia – demA) non ha mai richiesto nulla in merito: in sede di Consiglio Comunale, il gruppo demA, insieme agli altri gruppi di maggioranza, non ha approvato le mozioni presentate in tal senso dal Consigliere di “Fratelli d’Italia” Andrea Santoro e dal gruppo M5S, rinviando le richieste all’attenzione della Commissione Cultura.

In Commissione, tanto il Consigliere del gruppo demA, Salvatore Pace, tanto l’Assessore alla Cultura, Gaetano Daniele, hanno chiaramente esposto la necessità di uscire da schemi semplificatori e primitivi di contrapposizione Nord-Sud e di non accedere a narrazioni storiograficamente incerte e troppo spesso populisticamente utilizzate (da destra e da sinistra, da nord a sud) per immediati ed effimeri riscontri politici.

Altra cosa, infatti, è ragionare su quale sia stata la gestione e gli esiti dell’Unità d’Italia, che per noi di demA resta un valore primario ed irreversibile, fondante la nostra Carta Costituzionale e la nostra identità storica.

E’ sicuramente innegabile la subalternità e lo stato di “minorità” in cui il Mezzogiorno è stato tenuto ad opera, in primo luogo, delle stesse élites meridionali e delle loro espressioni politiche, spesso conniventi se non artefici prime della spoliazione di risorse e del mancato sviluppo. Infatti, da subito, le scelte dello Stato unitario costituirono un fattore di ulteriore impoverimento dei territori meridionali: a principiare dall’affermazione del centralismo (che non era certo l’unica delle opzioni in campo ma fu quella che prevalse, grazie anche alla prematura scomparsa di Cavour) e dell’omologazione culturale ed economica. Si continuò poi con la sistematica esclusione del Meridione dalle politiche di sviluppo in tutta l’età liberale, dalle fasi di prima espansione industriale alle successione scelte di politiche industriali ed agrarie in età giolittiana e poi fascista. Non che sia andata meglio in età repubblicana, in cui il ceto politico meridionale (che pure ha avuto in mano il governo del Paese in momenti cruciali del secolo scorso ), ad esito della stagione del boom economico e della Cassa per il Mezzogiorno, ha gestito come sappiamo la definitiva catastrofe umana del Mezzogiorno italiano.

Noi di demA riteniamo che, al di là delle approssimazioni e delle strumentalizzazioni politiche, la Questione Meridionale – lungi dall’essere attribuibile a complottistiche volontà discriminatorie del “Nord” – sia soprattutto una questione di sfruttamento di classe, di modello di sviluppo in cui – come ben sa il prof. Barbagallo – si sono utilizzate le risorse pubbliche a meri fini di calmierazione delle sofferenze sociali e di consolidamento di una classe dominante meridionale incancrenita in meccanismi clientelari e speculativi: gli imprenditori onesti e la borghesia attiva hanno dovuto prima resistere e poi arretrare di fronte all’uso mafiogeno e depressivo delle risorse pubbliche.

E’ in questo senso che noi accettiamo il termine “colonizzazione” come schema di saldatura tra un soggetto che si appropria di un territorio e lo gestisce insieme ai soggetti “indigeni” forti per creare un nuovo ordine fondato su precise coordinate: spoliazione delle risorse, “progresso senza sviluppo” fondato sull’elefantiasi del terziario e sullo smantellamento del settore primario e secondario, con le conseguenti drammatica espansione della forbice tra ricchi e poveri e deindustrializzazione selvaggia, soprattutto tra crisi petrolifera e avvento della globalizzazione. Un Sud che, stante queste premesse, è quello che ha pagato in termini marcati ed assolutamente insostenibili i costi della crisi del 2011 e che, strangolato dal patto di stabilità nella sua versione più socialmente criminale che è la “spending review” , ha ridotto in ginocchio anche le già residue e depresse leve dei servizi sociali e rilanciato alla grande il fenomeno dell’emigrazione intellettuale.

Al riguardo dei temi sollevati dall’intervento del prof. Barbagallo, riconosciamo la necessità di recuperare un senso profondo dell’analisi politica recuperando – con la dovuta attenzione al tempo che passa ed all’ “invecchiamento” delle idee – ciò che di meglio ha prodotto la cultura del nostro Paese e che è ancora vivo culturalmente e politicamente significativo. In primo luogo, gli apporti di metodo e di contenuto forniti non solo dall’analisi gramsciana, tanto nei suoi elementi di lettura marxiana dei conflitti strutturali quanto nella decodifica dell’organizzazione sovrastrutturale del Paese; le riflessioni di Luigi Sturzo, fondamentale non solo per l’analisi della relazione del Mezzogiorno d’Italia con il Mediterraneo, ma anche per il riconoscimento della necessità dell’articolazione di ampie autonomie amministrative con cui liberare le energie dei territori e rendere i cittadini attivi anche sul piano produttivo. Ancora più forte è la coscienza che abbiamo di cosa siano state per l’Italia le lotte del Movimento Operaio e Contadino, cui ancora oggi si deve la residua tenuta sociale e culturale del Paese.

Per restare a tempi più vicini a noi, come non pensare anche alla lucida analisi di “Nord e Sud” ed al prolifico ed attivissimo ambiente culturale che vi ruotava attorno; riteniamo per mlti versi ancora vivo il contributo di Francesco Compagna sulla dimensione regionale dello sviluppo, sui rapporti città/campagna e sul ruolo di una infrastrutturazione dimensionata e razionale (cosa diversa dalle “autostrade a prescindere” intese come bancomat dei politici): una riflessione che resta ancora oggi un lascito tanto ineludibile quanto misconosciuto e rifuggito dalle scelte politiche.

Nel nostro tempo, questo patrimonio così diverso nella genesi ma così convergente ci legittima a concepire un progetto nuovo e di ampio respiro, sganciato da posizionamenti partitici e centrato sulla prospettiva (che già a Napoli con fatica, difficoltà, anche con errori ma con energia, competenza ed entusiasmo stiamo realizzando) di un nuovo assetto del Paese. Bisogna voltare pagina rispetto al ridicolo “federalismo” del 2001 e puntare allo sviluppo delle Autonomie solidali ed a forme di partecipazione a scelte e decisioni politiche operate dal basso e non sia inquinate, condizionate o confuse ma fondate sulla base del concetto cardine, nuovo e dirompente, di “Bene Comune”.

 


27
Mag 17

“La terra dei Fuochi? Solo superstizione, come il sangue di San gennaro”

Da Identità Insorgenti:

“La cultura della superstizione dietro la bufala (tutta napoletana) della Terra dei Fuochi. Dallo “scioglimento” del sangue di San Gennaro a quello della divisa dei forestali”. Si intola così il pezzo di tal Silvestro Gallipoli, su Il Foglio di ieri, che insulta migliaia di persone che si sono ammalate di cancro in questi anni nel triangolo maledetto e non solo. Un pezzo dove si sostiene che la terra dei fuochi è una fake news, una bufala, una bugia. Un pezzo che ha già suscitato reazioni, anche se non sparate, come quella del professor Antonio Giordano che ha già dato mandato ai suoi legali di querelare il tizio in questione. Che tutto è  fuorché un giornalista. Noi abbiamo chiesto invece una replica a qualcuno che ha combattuto la malattia, in questi anni. Lei si chiama Maura Messina e la sua malattia l’ha raccontata in un libro, “Diario di una kemionauta”. Affidare a lei una risposta ci sembrava il modo più vero, sano e giusto di rispondere al disinformato di turno. Che avrebbe certamente fatto miglior figura approfondendo la situazione. O, in caso contrario, tacendo. (L.P.)


 

Tre giorni fa le dichiarazioni del Governatore De Luca hanno fatto tirare un sospiro di sollievo ad alcuni. Per un momento mi sono detta: forse mi sono sbagliata? Ieri arriva la conferma di tale bizzarra teoria, quando ho letto il pezzo de “Il foglio” sulla “bufala della terra dei fuochi”.

A questo punto ogni dubbio è stato spazzato via: qui ci si trova di fronte ad una palese mala fede.

La mala fede di chi mette in dubbio uno stato di fatto. Mi spiace darvi questa triste notizia: per chi non se ne fosse ancora accorto, purtroppo, la terra dei fuochi esiste e miete vittime innocenti.

Invito gli increduli a farsi una passeggiata dalle nostre parti, venite a respirare l’aria avvelenata sprigionata dai roghi tossici, a contare i morti, fate un giro negli ospedali e perderete il conto degli ammalati.

Qualche settimana fa ho scritto questo pensiero:

“Sto morendo in terra dei fuochi
Ogni giorno apro gli occhi felice di essere viva. Poi mi ricordo che se sono viva devo respirare, una banalità in effetti… Ma cosa sto respirando?
Respiro l’aria inquinata che lenta corrode pezzi del mio futuro.
Sto morendo, consapevole di star costruendo un futuro con la paura di non aver tempo per viverlo.
Sto morendo piano, ogni volta che vedo, leggo e conosco un pezzetto in più della verità sulla devastazione ambientale. Parlo del biocidio costruito a tavolino da tre attori infami: imprenditoria insana, Stato corrotto e malavita.
Mi sono resa conto che quando vedo un fiocco appeso alle porte, spero ardentemente che quella vita nasca e cresca sana.
E lo spero come se quel figlio fosse mio.
Sto morendo mentre vedo che in fondo non importa a nessuno… non importa che gli esseri umani stiano cadendo uno alla volta. Cadono sotto colpi invisibili, ma devastanti.
Muoio lentamente, consapevole.
Lotto per mantenere una parvenza di sanità mentale rinfrancata da un sorriso sincero figlio della certezza di “essere fortunata”, nonostante tutto.
Fortunata di aver ancora la possibilità di vivere… ma se sono viva devo respirare”.

Sono Maura Messina, 31 anni, napoletana e residente a Villaricca (provincia di Napoli) da molti anni.
Nel 2012 mi sono ammalata di linfoma, trattato con chemioterapia e radioterapia.
E anche per questo non tollero assolutamente che si metta in discussione l’esistenza della “terra dei fuochi”.
Esiste un problema gravissimo di inquinamento ambientale e non sono una di quelli che mettono la testa sotto la sabbia.
Per fortuna la sindrome dello “struzzo” ha colpito poche persone, ma sono molto preoccupata per l’informazione distorta che in questi giorni mira a stravolgere la realtà.
Non è possibile che si dimostri così tanta mancanza di umanità, perché solo una cosa del genere può spingere qualcuno a scrivere che la “terra dei fuochi è una bufala”.

Vorrei poter gridare a tutti che in realtà si tratta di una farsa, ma non è così.

Leggete i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità circa la salute infantile:«è emerso un quadro di criticità meritevole di attenzione», in particolare «si sono rilevati eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, e, in entrambe le province, eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni»(volume Mortalità, ospedalizzazione e incidenza tumorale nei Comuni della Terra dei fuochi in Campania-2 gennaio 2016). Il documento fa riferimento alla situazione epidemiologica nei 55 comuni delle province di Napoli e Caserta definiti, appunto, dalla legge del giugno 2014 come “Terra dei fuochi”.

Riporto qui la dichiarazione dei “Medici per l’ambiente” (Isde) a seguito delle ultime affermazioni dal governatore De Luca. Isde dichiara «In questa regione nel decennio 1993-2012 le malattie oncologiche pediatriche sono cresciute a velocità doppia rispetto all’andamento del Paese».

In terra dei fuochi non ci si ammala a causa di errati stili di vita, la dimostrazione è data proprio dall’incidenza dei tumori nei bambini. Per logica è ovvio che ai bambini molto piccoli non si può imputare alcuno “stile di vita” scorretto.

Questi sono dati.
Questa è la realtà.
Qui si muore davvero.
Attenzione alle bufale, quelle vere.

Maura Messina


25
Mag 17

Quella leggenda metropolitana che alimenta pregiudizi

Nell’immaginario collettivo nazional popolare, molto spesso, per addurre ragioni e motivazioni alla presunta indolenza, furbizia e propensione all’illegalità dei napoletani, viene riproposto l’esempio della maglietta con la cintura di sicurezza disegnata sopra, per ingannare chi ne dovrebbe far rispettare la prescrizione.

Una creazione che, all’indomani dell’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza in Italia, secondo la vulgata, sarebbe servita per evitare il “fastidioso” accessorio.

In pochi sanno invece che, quella creazione, successivamente effettivamente realizzata semplicemente come oggetto di culto da vendere online, è nient’altro che una leggenda metropolitana. Mai esistita.

Il frutto di un esperimento di ingegneria sociale. Lo spiegò qualche tempo dopo Claudio Ciravolo, psichiatra ed artefice della bufala:

 

La storia delle magliette con una cintura disegnata sopra, che i napoletani avrebbero inventato per ingannare il vigile, è la prima leggenda metropolitana nata in laboratorio; un esperimento del primo legendmaker della storia della comunicazione che non solo ha permesso di studiare i meccanismi di diffusione e la velocità di propagazione a breve e lungo termine, ma anche di convalidare l’ipotesi di leggende realizzate da abili comunicatori (al sevizio di aziende) a scopi vantaggiosi o per arrecare danno ai concorrenti. E’ stato inoltre molto utile nella comprensione delle dinamiche della smentita. Benché la notizia che si trattasse di una storia falsa abbia occupato grandi spazi su tutti i media del mondo, è ancora oggi, una delle leggende più raccontate.Perfino sulle pagine de L’Espresso in un articolo di un grande giornalista e scrittore come Giorgio Bocca viene (gennaio 2008) considerata un storia vera.

Questa stessa leggenda, a distanza di 10 anni, ha permesso una nuova e importante conquista: la dimostrazione che è possibile utilzzarla in una efficace comunicazione sociale. Il suo inventore, Claudio Ciaravolo insieme con Olympia Pratesi l’ha impiegata come testimonial nella campagna per le cinture di sicurezza che ha realizzato in Italia per il Ministero Lavori Pubblici nel febbraio 99. Dopo anni di campagne in molti paesi del mondo, sulle tecniche più idonee a promuovere l’uso delle cinture di sicurezza esistono ormai moltissimi studi.


19
Mag 17

Io, foggiano e musulmano, patriota delle Due Sicilie

Bazzico il mondo cosiddetto “meridionalista” o, meglio, “neo meridionalista”, da una decina di anni. Più come “osservatore” interessato, che come attore di un palcoscenico piuttosto variegato e trasversale (dall’estrema destra all’estrema sinistra) e in moltissimi casi fortemente post ideologico.

Da qualche anno incrociavo, nei commenti ai vari gruppi, un signore che si firmava (e si firma) come Mustafà e credo di averlo incontrato anche a qualche manifestazione.

Pensavo che quel nome fosse sempre stato un vezzo, un “nome di battaglia”, e mi è sempre sembrato indelicato chiedergliene la ragione.

Finché, ieri, sulla timeline della mia bacheca Facebook mi è apparso un pezzo scritto proprio da Mustafà “Io musulmano e patriota delle Due Sicilie”, che in un mondo attraversato (in alcuni suoi settori) da sentimenti di profonda supremazia cristiana , suscita comunque curiosità e interesse.

Così scopro che Mustafà, nasce italianissimo, anzi duosiciliano (se no si incazza), di Foggia e si chiama Giovanni.

Ho amato la mia terra già da ragazzo, ma anche il Medio Oriente mi affascinava. Federico II fu la prima passione. Visitai tutti i suoi castelli calcando le orme dell’Imperatore che tanto amò il Regno. Accanto alle sue orme, quelle dei fidi saraceni, e l’Islam era pronto ad attivarsi in me. Poi nel 1979 una luce si accese a Teheran, la Rivoluzione Islamica, e la figura dell’Ayatollah Khomeyni catturò la mia ammirazione.

“Cosa muove un intero popolo a sollevarsi contro l’oppressore?” mi chiedevo e ne cercai la risposta nel Corano. Lessi libri e Vangeli. Infine abbracciai l’Islam. Per almeno 20 anni, crebbi in consapevolezza e conoscenza dell’Islam, praticandone i sacri principi.

Questo l’inizio del percorso di Giovanni che diventa Mustafà e che da duosiciliano e musulmano è due volte “straniero” in Italia e (paradossalmente) mi confessa:

Quando ero musulmano e “italiano” mi sentivo un po’ straniero. Una volta, ero in compagnia di altri stranieri, a un controllo sulla strada mi chiesero il permesso di soggiorno…

Già perché Giovanni Mustafà non si sente più italiano e la religione che ha abbracciato lo aiuta sulla via dell’adesione ad una nuova identità che non è solo religiosa e culturale, ma anche politica:

Da musulmani convertiti si ha la tendenza ad estraniarsi dal proprio paese di origine. Un po’ per il profondo cambiamento degli stili di vita e la tendenza a considerare negative tutte le abitudini precedenti (alcol, ballo, feste e divertimento, ricorrenze religiose) un po’ per motivi ideologici (rigetto dei principi politici occidentali), si ha la sensazione di sentirsi estranei alla propria società di origine.

L’Islam è completo. Ti da l’indirizzo per tutto. Dalla fede alla politica alla famiglia all’igiene personale.

Dici che la tua è anche una ribellione all’occidente. Ma essere duosiciliano non è essere, gioco forza, anche occidentale?

Dal punto di vista geopolitico sì, anche se diventare musulmani è una dichiarazione di non accettazione dei valori occidentali. L’Islam è la religione delle regole, dei ruoli, della sottomissione, tanto quanto i valori occidentali sono il libero arbitrio esasperato, la confusione dei ruoli e l’affermazione dell’ego di ciascuno al disopra di tutto e tutti.
Ma le Due Sicilie stanno in mezzo al mare. Sono un hub naturale per tutto il Mediterraneo:  sia dal punto di vista storico che religioso e artistico. Siamo una terra di mezzo. Orientali e occidentali, dal punto di vista geografico.

Essere duosiciliano vuol dire scoprire di appartenere ad una identità storico-culturale ben definita e che invece, incredibilmente, è stata cancallata con l’immersione in un gran calderone chiamato italia.

Del resto il Sud è pieno di contaminazioni islamiche ed ebraiche…

Esattamente. Ti faccio un esempio: noi foggiani, per le feste di Natale facciamo le cosiddette “cartellate”, una pasta dolce fritta e condita con miele o vino cotto. Ora che anche da noi ci sono i negozi islamici, ho scoperto che i marocchini, per le feste di Ramadan, fanno un dolce praticamente identico alle cartellate e fra poco che arriverà Ramadan vi invito a comprarli ed assaggiarli. Provare per credere.

Musulmani ed ebrei del resto, dai tempi di Federico II, hanno convissuto coi cristiani (anche i Borbone avevano, a corte, ebrei convertiti, i cosiddetti marrani)

Qualche tempo fa ho visitato il palazzo reale di Napoli. Ricordo di aver visto diversi grandi dipinti che raffiguravano l’ingresso di alcuni sovrani, dagli Altavilla ai Borbone in diverse città del Regno. Il tratto comune di questi dipinti è la presenza di personaggi in abiti di foggia orientale. Questo attesta che il nostro Regno era multiculturale anche se, lo ripeto, nessuno vuol negare che comunque la componente cattolico-occidentale era ed è quella più rappresentariva sotto tutti gli aspetti.

Poi ti racconto una cosa, in occasione della manifestazione dello scorso anno, contro il provvedimento di Alfano che voleva affidare alla Curia di Napoli il “tesoro di San Gennaro” (che appartiene al popolo napoletano da secoli, ndr) mi incontrai con un duosiciliano ebreo sul sagrato della cattedrale di S.Gennaro, anche lui in difesa della appartenenza popolare del tesoro di un santo cattolico: tutti per una (Patria), una (Patria) per tutti!

Insomma la comune difesa delle pertinenze identitarie napolitane, a prescindere dalla appartenenza religiosa.

Come coniughi il tuo essere musulmano con una certa parte del mondo meridionalista che crede nella supremazia del cristianesimo ed è intollerante verso l’Islam?

Con tanta pazienza. Diciamo che ci sono abituato, dopo 38 anni.
Devo dire che in questi ultimi 10 anni di frequentazioni meridionaliste,  non ho mai avuto cattive esperienze dirette. Tutti mi hanno sempre considerato uno di “loro”, come tra esseri umani, quali siamo. A cominciare dal compianto don Massimo Cuofano ( un sacerdote da anni votato alla causa meridionalista, ndr) con il quale c’era un rapporto di reciproca stima.

Su Facebook, invece, le incomprensioni sono dietro l’angolo ed è più facile “litigare”. Qualcuno mi ha cancellato dalle sue amicizie, qualcuno l’ho cancellato io. Specie quelli che condividono bufale padane e razziste che non dovrebbero far parte del nostro modo di essere.

Grazie Giovanni, Shalom , Salam Aleikum, Statt ‘Bbuon.

 


18
Mag 17

Napoli, 27 maggio: giornata mondiale del gioco

 

GIORNATA MONDIALE DEL GIOCO
Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00 – 14.00
NAPOLI, VILLA COMUNALE – LATO PIAZZA VITTORIA

Sabato 27 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale del Gioco. Promossa dall’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli – Servizi Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza in collaborazione con la Ludoteca del Comune di Napoli e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, l’iniziativa trasformerà la Villa Comunale in un grande spazio ludico organizzato nelle nove aree tematiche Spazio Urbano, Scienza, Strada, Sana Alimentazione, Corpo, Arte, Mente, Sentimenti, Musica. L’evento rientra nell’ambito del programma Una Città per Giocare, un progetto di interventi condotti nelle dieci municipalità della città di Napoli, che verrà presentato durante la conferenza stampa di lunedì 22 maggio, alle ore 11.00 presso la Sala Giunta del Comune di Napoli e proseguirà con un fitto calendario di appuntamenti, fino al 30 giugno.
Una Città per Giocare è l’iniziativa portata avanti nelle dieci Municipalità di Napoli dall’Assessorato al Welfare in collaborazione insieme con la Ludoteca Comunale e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, che nel 2013 ha inaugurato Melagioco, il primo centro di cultura ludica in Regione Campania. L’intento è accrescere la diffusione di questa cultura e creare luoghi e momenti di aggregazione, partecipazione e cittadinanza attiva per adulti e bambini, perché per costruire una città amica dei più piccoli, è indispensabile che anche i grandi riscoprano il valore del gioco quale elemento sociale, di dialogo fra le generazioni e di recupero dei territori. Il progetto, che prevede interventi livello locale con la creazione di spazi e aree attrezzate per il gioco, avrà come vetrina un grande evento, organizzato a partire dalle ore 10.00 in Villa Comunale (lato Piazza Vittoria), in occasione della Giornata Mondiale del Gioco di sabato 27 maggio, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 su iniziativa di Freda Kim, presidentessa dell’Intenational Toy Library Association (ITLA), per affermare il Diritti al Gioco sancito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza. Una città per giocare, rappresenta è un progetto per i territori e tutte le realtà che vi operano. L’Obiettivo generale è dare un contributo allo sviluppo sostenibile di Napoli, in linea con le indicazioni dell’Agenda 21. Nelle nostre città, lo spazio ludico è stato circoscritto ad aree recintate, che creano una forte separazione fra le generazioni. La totale negazione ai bambini del contatto con la natura, o della possibilità di costruirsi il proprio spazio-tempo, inibisce la creatività. Gli Obiettivi specifici sono riqualificare un numero consistente di spazi-gioco e luoghi di incontro fra coetanei, promuovendo il concetto di vivibilità della città attraverso il gioco, riscoprire il proprio quartiere, favorire la nascita di reti formali e informali di promozione di percorsi di formazione-informazioni

Programma interventi una città per giocare

Venerdì 19 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Rimettiamo in forma il Parco Anaconda. Via Montagna Spaccata

Giovedì 25 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Caccia ai tesori della Sanità. Piazza Sanità

Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00-14.00 – Giornata Mondiale del Gioco. Villa Comunale (lato Piazza Vittoria)

Martedì 6 giugno 2017, ore 10.00-13.00 – Prendiamo Spazio! Scuola Montale. Via della Resistenza

Venerdì 9 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Sfidiamoci, Festaggiamoci. Parco Troisi, Via Due Giugno

Venerdì 16 giugno 2017, ore 11.00-15.00 – Scopriamo la città. Monte Echia

Sabato 17 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamo nel verde. Parco Totò

Sabato 24 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamoci la strada. Case nuove, quartiere Mercato

Venerdì 30 giugno, ore 11.00-15.00 – Ri-Belliamoci. Vico Censi


18
Mag 17

Roars: i ludi accademici e il de profundis delle università meridionali

Interessantissimo articolo di Baccini e De Nicolao sulla rivista online Roars:

Rettori, direttori di dipartimento e colleghi sono in fibrillazione perché è partita una gara tra i dipartimenti universitari “eccellenti”. In palio, 1,3 miliardi euro, ripartiti in tranche da 271 milioni di Euro annui per cinque anni. I dipartimenti vincitori riceveranno tra 1,1 e 1,6 milioni di euro annui più altri 250mila per le “scienze dure”. Abbiamo provato a simulare i torneo fino alla determinazione dei 180 vincitori (vedi Appendice). I dipartimenti del Centro-Nord si aggiudicheranno l’87% delle risorse pari a quasi 1,2 miliardi in cinque anni; al Sud ed Isole resterà il 13%, cioè complessivamente circa 180 milioni in cinque anni. Per avere una idea della sperequazione, basti pensare che le università del Sud e Isole rappresentano il 31% del corpo docente e che la quota percentuale di finanziamento premiale sarà meno della metà. Il combinato disposto di costo standard (incostituzionale) e premialità FFO ha già drenato risorse dagli atenei del Sud agli atenei del Nord, ma qualcuno dei Renzi’s boys ha pensato che era bene accelerare il drenaggio. Come? Dando un sacco di soldi ad una minoranza di dipartimenti “eccellenti” e sottraendo risorse agli altri. Perché, non è male ricordarlo: a meno di stanziamenti aggiuntivi nella prossima legge di stabilità, i soldi saranno sottratti al Fondo di Finanziamento Ordinario.

L’articolo completo


17
Mag 17

A Genova e Trieste la “via della seta”, a noi la “via della zappa”

Se pure il capo della Confindustria campana ha espresso disappunto vuol dire che quella di Gentiloni è proprio stata una iniziativa senza senso. O meglio il senso è ben chiaro, favorire la solita stereotipata solfa della “locomotiva del Paese”, che non porta vantaggio a nessuno (come pure sosteneva Paolo Savona).

Ma andiamo con ordine nel leggere la vicenda. Secondo quanto riporta Marco Esposito dalle pagine de Il Mattino:

In un mondo che torna ad alzare mura, è toccato alla Cina dare un segno di apertura. Rilanciando, con un vertice mondiale a Pechino tra 68 Paesi, la storica Via della Seta. L’Italia – meta tradizionale delle merci cinesi al tempo di Roma imperiale prima e della Repubblica di Venezia poi – anche nel Ventunesimo secolo ha l’obiettivo di diventare la porta d’accesso all’Europa. I cinesi, in realtà, si sono già insediati in forze nel Pireo con la Cosco, contribuendo con 368 milioni a risanare i conti della Grecia di Alexis Tsipras, anch’egli in questi giorni a Pechino. Il premier Paolo Gentiloni, per offrire un’alternativa ad Atene, ha giocato tre carte: Trieste, Venezia e Genova. «Le ragioni storiche e geopolitiche, le relazioni che abbiamo con la Cina – ha osservato il premier a Pechino – possono aiutare a cogliere questa occasione con ricadute importanti per l’Italia che con i suoi porti – da Genova e Trieste (e i loro corridoi ferroviari con l’Europa) ma anche Venezia – offre una capacità portuale come credo nessuno».
Quanto a capacità portuale, il primo porto italiano per traffico container, non è tra quelli citati da Gentiloni. È Gioia Tauro, che con 2,8 milioni di container movimentati nel 2016 è primo in Italia e sesto nel Mediterraneo dopo gli scali spagnoli di Algesiras, Valencia e Malaga, quello di Tangeri in Marocco e il Pireo in Grecia. Per merci provenienti da Oriente e in arrivo nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, Gioia Tauro è molto più vicina dei porti spagnoli e del Marocco ed è anche meno decentrata di Atene rispetto al cuore dell’Europa. Da Gioia Tauro si raggiunge Berlino via Brennero in 2.100 chilometri mentre da Atene, aggirando la Serbia come prevedono i corridoi ferroviari, occorrono 500 chilometri in più.
Tuttavia l’Italia ha scelto, in modo autolesionistico, di non utilizzare la sua presenza naturale e infrastrutturale nel cuore del Mediterraneo per scommettere sui porti del Nord. Una scelta non casuale. Nel Def del 2017 – nell’allegato Infrastrutture – si cita «il progetto cinese One-Belt-One-Road» e in particolare «lo sviluppo delle tratte marittime chiamate da Pechino la Via della Seta marittima del 21° secolo» ma per dire che le grandi navi portacontainer punteranno sul Pireo. Nel Def si sostiene che in Italia c’è una «chiara ripartizione funzionale» tra il Nord che ha porti di tipo «gateway», dove cioè i container vengono spostati sui treni e raggiungono i mercati di destinazione. E il Sud Italia che ha soprattutto porti di puro «trans-shipment», cioè dove i container si trasferiscono su navi più piccole, un’attività con «prospettive modeste».

Tagliata fuori Gioia Tauro per questioni dimensionali, si sarebbe potuto investire su altri porti calabresi, siciliani o su Napoli e Salerno.

Ed invece no perché nel documento di programmazione economica e finanziaria la priorità che si individua è il «completamento delle direttrici di valico orientate verso l’Europa centrosettentrionale».

Secondo Esposito significa che:

 i porti di Venezia, Trieste, Ravenna e, con tempi più lunghi, Genova, avranno il loro scalo collegato a un treno intermodale di ultima generazione. Napoli e Salerno – che pure vantano numeri interessanti – sono del tutto tagliati fuori, con la previsione esplicita del limite alla lunghezza dei treni fissato a 600 metri e la sagoma dei vagoni di standard PC45. Per Gioia Tauro, spulciando il contratto tra governo e Rete ferroviaria italiana, si scopre che il collegamento ferroviario a standard di qualità (750 metri e sagoma PC80) è previsto, sia pure con un progetto definito in ritardo e con un percorso a zig-zag che passa per Ancona, Bari e Taranto. Un tragitto che non solo è più lungo di cento chilometri rispetto alla direttrice naturale, ma salta l’area demograficamente più interessante di Roma e di Napoli, nonché gli interporti di Nola e di Marcianise. In pratica si allontana dal percorso naturale approvato in Europa e denominato Corridoio Scandinavo, passando per Taranto dove però il traffico di container si è letteralmente azzerato.

Fugate quindi le ombre e le paure che avevano avvolto la politica vicina agli interessi delle regioni settentrionali: l’apertura del Canale di Suez avrebbe potuto favorire lo sviluppo dei porti di Napoli e Gioia Tauro, tagliando fuori proprio quelle regioni “recuperate” ieri dalle dichiarazioni di Gentiloni.

Dura la replica della Confindustria campana, per bocca del presidente Costanzo Jannotti Pecci :

“Ci hanno molto sorpreso le dichiarazioni del nostro Premier in occasione del recente vertice mondiale tenutosi a Pechino sul progetto della “nuova via della seta” lanciato dal leader cinese Xi. La scelta di escludere deliberatamente tutto il Mezzogiorno del Paese ci appare incomprensibile attesa la posizione strategica rispetto alle rotte commerciali in questione e attesi i valori relativi alla movimentazione dei container che, in particolare, per il porto di Napoli risultano pressoché uguali a quelli di Trieste e di poco inferiori a quelli di Genova, i porti che, insieme a Venezia, sono stati citati dal Premier come l’unica offerta di portualità italiana da mettere a disposizione per il piano. E’ inaccettabile ed incomprensibile la decisione del Governo di non puntare sulle regioni del sud come Hub per la portualità commerciale di oltreoceano”.

Insomma, come al solito, a loro la “via della seta” a noi “la via della zappa”.


12
Mag 17

Bari: per sparagnare al G7 si usa Google Translate?

Premessa a Bari dall’ 11 al 13 Maggio avrà luogo il G7 dei ministri delle finanze.

La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica la foto di un cartello di ingresso a Bari che nelle intenzioni dell’anonimo estensore dovrebbe dare il benvenuto in città.

Sempre nelle intenzioni dell’autore dell’ardito testo, la traduzione dovrebbe più o meno suonare come: “Benvenuti a Bari, città delle opportunità dove nessuno è straniero”.

L’anonimo traduttore si è evidentemente servito di Google Translate, interrogando il motore di ricerca sulla reale trasposizione inglese del termine “opportunità” ignorando che quanto Big G restituisce è paradossale, ovvero Benvenuti a Bari città del “caso, destino, probabilità”.

Eh già, perché l’esatta traduzione di opportunità, in inglese, secondo il significato italiano, sarebbe stata : opportunity. A meno che non si vuole conferire un alone di azzardo su tutto il capoluogo pugliese.

Per essere sicuro, e non confidare solo sulle mie conoscenze linguistiche, chiedo all’amico Tony Quattrone, che è italoamericano e mi conferma la sensazione aggiungendo un particolare che conferisce alla semantica una punta di grottesco:

city of chance può voler (perfino, ndr) dire che c’è la possibilità di essere rapinati”

Va bene, continuiamo così, facciamoci del male…