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A Pino Aprile le chiavi di Casalduni

Così Pino Aprile commenta la cittadinanza onoraria ricevuta in quel di Casalduni nella giornata di ieri, un modo per far conoscere a chi ancora non sa:

Sto per ricevere la cittadinanza onoraria di Casalduni, uno dei due paesi-simbolo, con Pontelandolfo, del prezzo di sangue che il Sud fu costretto a pagare, per l’unificazione dell’Italia, fatta con le armi e le stragi, invece che con l’incontro di popoli. Si poteva fare con una festa, si scelse di farlo con un funerale.

La notte fra il 13 e il 14 agosto 1861, quale rappresaglia per l’uccisione di una quarantina di bersaglieri che, contravvenendo agli ordini, invece di limitarsi a una perlustrazione, si infilarono in una zona presidiata da “brigantI” (soldati borbonici datisi alla guerriglia, in gran parte) appoggiatI dalla popolazione, un migliaio di soldati sabaudi circondarono i due paesi e li misero a ferro e fuoco: fucilazioni in massa, stupri, rapine e i superstiti chiusi nelle case, cui fu dato fuoco, per bruciarli vivi. Di due paesi, oltre 9mila abitanti, rimasero in piedi 3 case.

Ma lo scempio non si fermò lì: le vittime furono infangate e una taccia criminale fu stesa su quel che rimaneva della gente e delle cittadine. Chi restò e i loro eredi dovevano tacere, per nascondere la vergogna. Anche se qualche anziano, a mezza bocca, osava dire: «Ma le cose non andarono come dicono». Non un rigo, nei libri di storia, comunque.

Qualche autore del tempo osò raccontare il massacro, ma lo liquidarono come traditore, anti-italiano, filoborbonico (curioso modo di squalificare chi racconta il fatto, non potendo negare il fatto). Poi, in tempi più recenti, da Carlo Alianello ad Antonio Ciano, Gigi di Fiore e tanti altri, il martirio di Pontelandolfo e Casalduni è stato indagato, arricchito di dati inediti. Quando ne parlai in “Terroni”, fui insolentito da alcune “firme”del “Corriere della sera”, su cui, però, pochi mesi dopo, apparvero tre pagine sul massacro.

Oggi, a parte qualche sprovveduto che tenta di negare l’innegabile (c’è persino un messaggio del presidente della Repubblica con cui si chiede scusa), l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni è storia.

Che mi vengano consegnate “le chiavi della città” di un luogo-simbolo come questo ha, per me (e non credo solo per me) un valore aggiunto. Altri Comuni mi hanno reso un tale onore e a tutti sono grato.

Ma credo che nessuno si sentirà diminuito se dico che Casalduni è un’altra cosa; quelle chiavi mi consegnano un impegno: quanto fatto fin qui, perché il recupero della memoria cancellata comporti il dovere nazionale di condividere quel dolore, è solo l’inizio del cammino.

Pontelandolfo e Casalduni devono entrare, con il giusto tono e il giusto peso, nei libri di scuola; il loro martirio deve rappresentare sintesi e simbolo della vastità degli eccidi che furono compiuti a danno dei meridionali; attorno a questi paesi dovrà nascere una Associazione dei paesi eccidiati; qui si dovrà raccogliere tutta la documentazione rinvenuta e sparsa dei massacri e quella che si ritroverà in futuro.

In una parola: qui deve sorgere il tempio della memoria e quella memoria deve diventare pane.

Ci sono due sindaci volenterosi e giovani a Pontelandolfo e Casalduni; la consapevolezza di queste vicende è ormai diffusa. Si può fare, si deve fare. Lo dobbiamo a quelle vittime. Non so dove troverò tempo e (di ‘sto passo…) forze, ma per questo, sono a disposizione per fare la mia parte.

È il mio modo per ringraziare, mentre ricevo “le chiavi della città” di Casalduni.

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1 comment

  1. […] Sto per ricevere la cittadinanza onoraria di Casalduni, uno dei due paesi-simbolo, con Pontelandolfo, del prezzo di sangue che il Sud fu costretto a pagare, per l’unificazione dell’Italia, fatta con le armi e le stragi, invece che con l’incontro di popoli. Si poteva fare con una festa, si scelse di farlo con un funerale.(continua) […]