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Ad Aldo Grasso e al Corsera il premio “Giornalisti da Camera”

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Funziona così: esiste la rappresentazione televisiva, cinematografica e letteraria. Funziona che da quando sono diventati pervasivi i social, la pay tv, il digitale terrestre, l’orgia di all news e i video amatoriali, tanti giornalisti osservano e raccontano il mondo, con la pretesa di un’analisi su quella che considerano LA REALTÀ (e non il frutto di una sua parziale ed accidentale rappresentazione), dalla cameretta di casa loro, col plaid sulle gambe, il the sulla scrivania e il Mac da 3000 euro acceso e vigile sul flusso della timeline di Facebook o Twitter.

Succede che spesso la rappresentazione a cui assistono partorisce gigantesche figure di merda e Trump vince a sorpresa le elezioni, mentre Michael Moore, giornalista sul campo lo aveva vaticinato qualche mese fa.

Accade anche in Italia, lo scrivo da tempo, e lo rimproverò ai fini sedicenti analisti della realtà napoletana. E me la prendo soprattutto con chi osserva Napoli dall’oblò della epifania mediatica , senza calpestare il terreno col taccuino in mano. Non si documenta traendo conclusioni da quanto mostra la tv o “dice fessbuc”.

Per non farvela lunga leggo questo pezzo di Aldo Grasso su un programma “il boss delle Cerimonie”, su cui qualche anno fa avevo già espresso il mio parere:

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Il profilo social del Corsera ( si avete ragione , ormai racconta solo gossip ed è un campo minato di culi e tette) riesce a fare perfino peggio

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La trasmissione racconta benissimo Napoli?!?!?!? Mai affermazione apodittica fu più idiota e dispiace che appaia sul quotidiano di punta (sic) della carta stampata italiana.

Al pari di coloro che minacciarono di morte l’attore che interpretava il gomorroico “Malammore” perché nella finzione aveva ucciso un bambino, in alcune aree d’Italia la narrazione , stereotipata e talvolta razzista, carica di luoghi comuni,  fornita dalla sceneggiatura televisiva o cinematografica, finisce che  “quella realtà” (creata per finalità ed usi meramente lucrativi e commerciali) diventi “la realtà”.

Affanculo i sarti ed i designer napoletani famosi nel mondo, al diavolo la preziosa Napoli culla di ricchezze architettoniche, affanculo pure il mio spartanissimo et raffinatissimo matrimonio (mia moglie, che non è napoletana, scioccata dal programma, temeva l’arrivo dello scugnizzo pescatore con una paranza di purpi e purpesse accompagnato dalla puteolanissima e suadente voce di Franco Calone, da un momento all’altro), per gli esegeti del giornalismo da cameretta la rappresentazione mediatica diventa fattispecie generale ed astratta (tutti i napoletani sono così). Tutti, accomunati dalla triste sorte del kitsch o del gomorrismo, al punto che se ad un ristorante, il turista Veneto, fan di Gomorra, non ascolta almeno da un cliente la richiesta di “ddoje frittiur”, è capace pure di chiedere il rimborso dal ristoratore.

Volete un racconto su Napoli? Andateci. Il matrimonio del boss delle cerimonie racconta una parte di Napoli e non tutta, pare fin troppo ovvio dirlo. Il matrimonio tipico è carico di eccessi? Probabile, ma più vicino alla rappresentazione di un matrimonio di religione ortodossa o di tradizione mediterranea che al circo Barnum in onda in televisione.

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