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Agroalimentare: ecco perchè il Compra Sud è importante per chi produce

La scorsa settimana avevo provato a dimostrare, dati Istat alla mano, quanto sia importante il settore dell’agroalimentare al Sud. Strategico per lo sviluppo del Mezzogiorno. E, per converso, quanto siano efficaci  tutte le attività speculative volte a screditarne la bontà e la genuinità della produzione.

A discapito del consumatore e a tutto vantaggio delle grandi industrie e multinazionali che del territorio non è che se ne importino tanto (vedi caso Findus ed Orogel).

Nonostante le difficoltà infrastrutturali, logistiche, ambientali, di comunicazione, l’export agroalimentare meridionale (e campano in particolare) ha numeri di tutto rispetto. Attività che insieme al turismo, in un clima di desertificazione industriale, mostra segnali positivi (non è un caso che la Campania è la regione che vanta il maggior numero di certificazioni europee tra denominazioni di origine protetta e indicazione geografica protetta).

A ciò vanno aggiunte tutte le esperienze commerciali di street food che si stanno ponendo come alternative valide e competitive al fast food tradizionale delle note catene della patatina e dell hamburger. Pasti economici, tradizionali, realizzati con prodotti locali, a km 0, emblema, tra le altre cose, dell’ethos di un popolo da sempre abituato a consumare, nella convivalità della piazza, il pasto e la sua condivisione. Elementi unici e caratteristici della identità del popolo meridionale.

 E forse non sono un caso neanche gli attacchi mediatici di talune industrie conserviere o editoriali. Secondo il magistrato Ceglie, frutto di una ben precisa strategia speculativa volta a rosicchiare consistenti fette di mercato.

E allora sapete quale è il problema? L’incapacità di tutte le realtà produttive e commerciali dell’agroalimentare del Sud a consorziarsi e fare fronte comune, con una decisa attività di lobbying, verso ogni forma di discriminazione della propria produzione a tutto vantaggio di realtà non legate al territorio e pronte, anzi, a prenderne, da esso, le distanze quando non gli fa più comodo (ed ecco che la Mozzarella di bufala dop, fiore all’occhiello della ristorazione, diventa demone da cui note catene di ristorazioni prendono le distanze).

Ecco dunque, perchè l’attività nata dai consumatori innanzitutto, di scegliere di acquistare prodotti esclusivamente meridionali e a chilometro 0, può essere un’arma di pressione importante volta, innanzitutto, a costringere i piccoli produttori a fare rete comune, magari con marchi facilmente identificabili e con un’attività di distribuzione che sia più ampia possibile, per emanciparci e dare respiro ad una delle attività più redditizie per il Mezzogiorno. Oltre, ben oltre, l’inutile e dannosa esperienza, calata dall’alto, della industria pesante che ha portato ad un esercito di disoccupati, cassaintegrati e malati di cancro. Distruggendo territori e coste.

La forma di formaggio fuso che rotola dalla scarpata della Salerno-Reggio Calabria, invocata da Zitara, non risolverà completamente il problema se, da quest’altro versante, non ci sono realtà produttive capaci di fronteggiare la speculazione della grande distribuzione e la comunicazione del mercato globale. Fare realmente sistema, al di là dei piccoli campanili e dalla presunzione di avere un prodotto qualitativamente migliore di quello degli altri (e in grado di reggerne la concorrenza), pur essendo reatà non in grado di distribuire il prodotto alla regione confinante.

In fondo “dallo Stato” e dalle associazioni di categoria con sede legale “altrove” non arriverà alcun sostegno per uscire dalla crisi e da soglie di povertà sempre più ampie, mettetevelo e mettiamocelo in testa (hanno fatto qualcosa, concretamente per calmierare le tariffe rc auto o rendere omogenei i tassi di interesse sui crediti erogati in differenti regioni?)

Compra Sud, quindi, che sia non solo un cartello per chi acquista. Ma anche per chi produce e vende. Perchè non vogliamo più essere considerati il castello degli orrori del Luna Park Italia…

 

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