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Altro che crisi, aumenta il business delle agromafie

Come ogni holding che si rispetti, una delle parole chiave delle mafie è “diversificazione”. Se da una parte inquinano i territori che sono funzionali allo smaltimento dei rifiuti tossici, dall’altra, le mafie, anzi, le agromafie, traggono enorme profitto dai prodotti della terra. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Eurispes sul fenomeno.

In controtendenza alla fase di recessione dell’economia italiana vola il business dell’agromafia.
Produzione, distribuzione, vendita sono sempre più penetrate e condizionate dal potere criminale, esercitato ormai in forme raffinate attraverso la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi prestigiosi, il condizionamento del mercato, l’imposizione degli stessi modelli di consumo e l’orientamento delle attività di ricerca scientifica. Non vi sono zone “franche” rispetto a tali fenomeni. Dando luogo ad una “vampirizzazione” sistematica delle risorse e dello sfruttamento, non mi stanco mai di ripeterlo, con logiche coloniali.

Un settore, quello delle agromafie, che consente alla criminalità organizzata di coprire tutta quanta la filiera, dalla produzione fino alla somministrazione del prodotto, finendo per coinvolgere prestanome e intermediari  compiacenti, imprese, alberghi, pubblici esercizi, attività commerciali soprattutto nel settore della distribuzione della filiera agroalimentare, completamente “puliti”.

Si può solo immaginare, a questo punto, la strategia per assicurarsi fette importanti del mercato, sbaragliando la concorrenza e macinando utili, muovendo crisi ed emergenze ambientali dei territori e speculando sulle medesime.

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