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Anche la moda tra i driver dell’economia meridionale

Lo studio è della Srm e rientra nella ricerca “un Sud che produce” presentato la scorsa settimana presso il banco di Napoli ed ha analizzato il “peso” del comparto moda nel sistema economico-produttivo del Sud.

Una filiera che affonda, nella tradizione storica dei propri opifici, le sue radici e che costituiscono  un quarto dell’intero comparto nazionale. L’8% della quota nazionale spetta alla Campania col suo network di piccole e medie imprese diffuse da Terra di Lavoro all’area vesuviana (per pudore taccio sullo scempio delle seterie ed opifici di San Leucio lasciati morire).

Secondo quanto riporta il quotidiano economico Il Denaro:

 Le imprese del settore che hanno costituito una rete d’imprese nel Sud sono oggi sono 67 pari al 17 per cento del dato nazionale. I Distretti invece sono 9 su 42. Quello di San Giuseppe Vesuviano si configura come il più grande del Mezzogiorno. E se il totale delle aziende del Sud (circa 20 mila) realizza un fatturato annuo pari a 6,6 miliardi di euro, e un export di 2,2 miliardi che incide per il 5,9 per cento sul totale nazionale delle esportazioni del manifatturiero, le imprese della sola Campania realizzano un valore aggiunto sul totale manifatturiero regionale del 10,1 per cento: un dato superiore a quello nazionale (9,7 per cento) e a quello medio del Mezzogiorno (8,3 per cento). Più in particolare, nel 2014 (dati Banca d’Italia) l’export delle imprese campane della moda corrisponde all’8,8 per cento di quello nazionale nell’abbigliamento, all’8,1 nelle calzature, al 5,5 negli articoli in pelle . Anche su altri indicatori, come fatturato (10,5 per cento), export (12,4 per cento) e occupati (16,2 per cento) i valori della Campania in rapporto al settore manifatturiero nel suo insieme sono superiori a quelli medi nazionali e del Mezzogiorno.

Con le “firme” ed i “grandi marchi” che da un pò di tempo, nel settore calzaturiero ad esempio, hanno deciso di portare parte della propria produzione proprio in Campania, abbandonando alcuni distretti produtti extra UE. Perchè?

Know how, qualità, maestranze qualificate, costi di gestione ridotti (grazie a decine di piccole aziende a conduzione familiare: “la dimensione ridotta in questo caso è un punto di forza perché garantisce una gestione meno dispendiosa e un profitto maggiore, soprattutto se il cliente è una grossa multinazionale”, secondo l’Osservatorio Intesa Sanpaolo) questo il segreto della competitività dei prezzi offerti dall’artigianato calzaturiero campano hanno conquistato anche le grandi griffe

Dior, Fendi, Ferragamo, Gucci, Lvhm, Max Mara, Prada, Saint Laurent, Sergio Rossi. Qualche esempio delle storie che stanno facendo la fortuna del polo? L’azienda Paolo Scarfora di Casandrino, 70 anni di lavoro alle spalle, punta tutto sul Made in Italy di eccellenza. Produce non più di 20 paia di scarpe al giorno, vende il 95 per cento del prodotto in America, dove si posiziona in una nicchia riservata alla clientela più esigente, e si fa pagare bene: tra gli 800 e 1200 euro per ciascun prodotto. Il fatturato medio annuale si attesta sui 2 miliardi di euro. Altro caso è quello del calzaturificio Dei Mille, che dal centro di Napoli si sposta ad Arzano, nel cuore del distretto, per abbattere i costi di gestione e realizzare un prodotto industriale ma di qualità superiore alla media. “Una scelta obbligata – spiegano i proprietari – per vincere la dilagante concorrenza cinese”. Risultato? 60mila scatole di scarpe prodotte ogni anno, 25 mila delle quali finiscono alle grandi Maison del settore. (Fonte il Denaro)

 

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