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Carmine Crocco: così divenni Brigante

“Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, questo non accadrà più. Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli e i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero, se cadessi. Del resto io non sono stato che caporale, lo che vuol dire che di cose militari non me ne intendo! Dal che ne segue che non avrò più preponderanza il giorno in cui si agirà militarmente.”

Queste parole di Carmine Crocco furono annotate sul suo diario da José Borjès, che evidentemente doveva esserne rimasto particolarmente impressionato.

Il brano fa parte della prefazione di Marcello Donativi ad un libro pubblicato da Edizioni Trabant, dal titolo “Come Divenni Brigante – Carmine Crocco”.

Un racconto di miseria, ingiustizia e violenza ambientato in un mondo in cui “la patria e la legge, la prima è una puttana, la seconda peggio ancora”.

Così prosegue Donativi nella prefazione :

Carmine Crocco è una di quelle personalità storiche in cui ognuno, a seconda delle necessità, travasa ciò che vuole. Se lo si vuole presentare come un fedele suddito neoborbonico, si sottolinea il suo passato di soldato di Ferdinando II, tacendo il fatto che fosse stato arruolato contro la sua volontà e che quella vicenda sia terminata con una condanna per aver ucciso un commilitone. Se si preferisce usarlo come esempio delle deluse speranze garibaldine, si pone l’accento sulla sua esperienza in camicia rossa, senza enfatizzare troppo la promessa di amnistia che poteva averlo spinto a combattere quella guerra. Si desidera un Crocco paladino del legittimismo? Sotto con gli aneddoti sulla conquista di Venosa a suon di bandiere gigliate. Lo si preferisce criminale comune? Via a sottolineare l’attività di rapina ed estorsione praticata per anni. Si cerca di farne un prodotto dell’ingiustiza sociale? Esistono allo scopo diversi racconti sulla sua infanzia infelice: basta evitare di accorgersi che possono essere stati gonfiati a scopo di giustificazione.
Ma non si rende giustizia a una figura come Crocco né dipingendolo come un Innominato, né come un Robin Hood.

Le memorie sono del Brigante lucano, secondo la prefazione, sono state raccolte da un capitano dell’esercito di nome Eugenio Massa, che aveva spesso visitato il brigante in carcere, ne aveva raccolto la testimonianza e infine curato quello che noi oggi chiameremmo editing; un po’ come accade al giorno d’oggi con certe autobiografie di personaggi celebri.

Anche se, sempre secondo Donativi, le memorie sono state revisionate per motivi idiologici.

Si prenda ad esempio il modo in cui viene sminuita la fase politica della banda di Crocco. Chi parla sembra ansioso di minimizzare il periodo a sostegno della “riconquista borbonica”, attribuendolo soltanto a motivi di convenienza, e liquidandolo in un capitoletto. Sparse un po’ ovunque ci sono affermazioni varie contro il governo borbonico, come a volersi giustificare a posteriori. Di contro, poca è la critica al nuovo governo unitario, e c’è una strana reticenza sull’esperienza della guerra garibaldina, cui Crocco partecipò combattendo nella battaglia del Volturno.
Amplificati sono invece gli episodi di ingiustizia sociale, soprattutto relativi all’infanzia, come a voler corrispondere a un cliché a quei tempi consolidato nella letteratura d’appendice: il povero che diventa bandito per i torti subiti, o delinque per difendere l’onore della propria donna, della sorella, della madre.

Carmine Crocco (1830 – 1905) della famiglia soprannominata dei Donatelli, fu a capo di una delle più valide bande di briganti del Mezzogiorno post-unitario, con base nel bosco di Lagopesole nei pressi di Rionero in Vulture. Fuggito a Roma, nel 1872 fu condannato ai lavori forzati a vita. Morì nel carcere di Portoferraio.

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