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Carpi e Pianura, metafora calcistica di un’Italia a due velocità

Ci sono storie emblematiche, la cui narrazione ed il cui significato valgono più di mille parole, ricerche scientifiche e macroeconomiche. Più di mille grafici. Sono emblematiche nella crudezza della realtà cui riconducono indiscutibilmente.

Sono storie che diventano favole o delusioni colossali, a seconda delle coordinate geografiche di dove sei nato.

Storie che hanno punti di partenza comuni, ma che se ti chiami Carpi ti conducono in Paradiso, se ti chiami Pianura Calcio, ti lasciano nel limbo dei racconti di periferia, buoni ad edificare il mito proletario di chi vince ed ha bisogno di un passato epico da esibire. E, per converso, adatte ad alimentare fiction di successo, le arene dei pomeriggi della domenica e le campagne elettorali dei guappi di cartone di turno.

Partiamo dall’oggi: alla faccia di Lotito che proprio non ce lo voleva in serie A, il Carpi, una squadra operaia, di quelle che ispirano registi e sceneggiatori, conquista in 4 anni, partendo dai campetti di periferia e dagli spogliatoi che sanno di umido e sudore, che conservano per anni le urla di allenatori catenacciari e quelle di Nino che ha paura di tirare un calcio di rigore, l’agognata serie A. L’Elisio dei calciatori.

Eppure, nel più classico degli sliding doors, delle porte girevoli della storia, di quel che avrebbe potuto essere e non è stato, il finale, tra quegli inestricabili percorsi della storia minima, avrebbe potuto consegnare alla città di Napoli due squadre nella massima serie del campionato di calcio.

Con i se non s’è mai fatto nulla, ne sono consapevole, e se mio nonno avesse corso sulle rotaie sarebbe stato un tram, eppure questa storia non ha il valore aleatorio di ipotesi campate in aria, ma quello reale di un Sud in cui la mancanza di infrastrutture e di un tessuto imprenditoriale solido, impedisce anche alle favole più belle di aver luogo.

E già, perchè solo 4 anni fa, in una calda giornata di giugno quel Carpi che l’anno prossimo giocherà col Napoli a due passi dal campetto di Pianura, periferia del capoluogo campano, fu eliminato dalla finale per giocarsi il primo posto nella graduatoria dei ripescaggi per la Lega Pro Seconda Divisione (la vecchia serie C2) proprio dal Pianura Calcio. Otto a due. Cappotto, con l’adagio obamiano “Yes we can” che spinse i calciatori campani all’impresa (vana).

Il Pianura perde, poi, la finale a Matera ma avrebbe comunque avuto la possibilità di fare il cosiddetto “salto di categoria” presentando domanda di ripescaggio. Ciò non avviene perché, a quanto si apprende dalle roventi e rudi cronache di periferia sportiva, il Comune di Napoli non può garantirgli uno stadio dove disputare le partite interne tra i professionisti. Così, i fratelli Cafasso, proprietari del piccolo club, non iscrivono la squadra neppure in serie D.

Fu il Carpi, a quel punto, a presentare domanda, regolarmente accolta, per accedere alla serie C2. Il club, che pure veniva da una serie di fallimenti, era stato nel frattempo acquistato da una solida cordata imprenditoriale che lo ha condotto, oggi, in serie A.

E così hai voglia a fare indagini antropologiche e sociologiche, hai voglia a spaccare il capello con la retorica dei discorsi fumosi sullo sviluppo, il Sud che non cresce, e tutte le chiacchiere sul recupero delle periferie meridionali, le ragioni delle sconfitte fuori dal campo, quelle che non ammettono ripescaggio, sono semplici come il vecchio adagio: senza soldi non si cantano messe. E non si va in serie A.

Auguri Carpi.

Ecco il video dell’8 a 2 tra Carpi e Pianura…Yes, we can. Anzi, we could.

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