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19
Mag 17

Io, foggiano e musulmano, patriota delle Due Sicilie

Bazzico il mondo cosiddetto “meridionalista” o, meglio, “neo meridionalista”, da una decina di anni. Più come “osservatore” interessato, che come attore di un palcoscenico piuttosto variegato e trasversale (dall’estrema destra all’estrema sinistra) e in moltissimi casi fortemente post ideologico.

Da qualche anno incrociavo, nei commenti ai vari gruppi, un signore che si firmava (e si firma) come Mustafà e credo di averlo incontrato anche a qualche manifestazione.

Pensavo che quel nome fosse sempre stato un vezzo, un “nome di battaglia”, e mi è sempre sembrato indelicato chiedergliene la ragione.

Finché, ieri, sulla timeline della mia bacheca Facebook mi è apparso un pezzo scritto proprio da Mustafà “Io musulmano e patriota delle Due Sicilie”, che in un mondo attraversato (in alcuni suoi settori) da sentimenti di profonda supremazia cristiana , suscita comunque curiosità e interesse.

Così scopro che Mustafà, nasce italianissimo, anzi duosiciliano (se no si incazza), di Foggia e si chiama Giovanni.

Ho amato la mia terra già da ragazzo, ma anche il Medio Oriente mi affascinava. Federico II fu la prima passione. Visitai tutti i suoi castelli calcando le orme dell’Imperatore che tanto amò il Regno. Accanto alle sue orme, quelle dei fidi saraceni, e l’Islam era pronto ad attivarsi in me. Poi nel 1979 una luce si accese a Teheran, la Rivoluzione Islamica, e la figura dell’Ayatollah Khomeyni catturò la mia ammirazione.

“Cosa muove un intero popolo a sollevarsi contro l’oppressore?” mi chiedevo e ne cercai la risposta nel Corano. Lessi libri e Vangeli. Infine abbracciai l’Islam. Per almeno 20 anni, crebbi in consapevolezza e conoscenza dell’Islam, praticandone i sacri principi.

Questo l’inizio del percorso di Giovanni che diventa Mustafà e che da duosiciliano e musulmano è due volte “straniero” in Italia e (paradossalmente) mi confessa:

Quando ero musulmano e “italiano” mi sentivo un po’ straniero. Una volta, ero in compagnia di altri stranieri, a un controllo sulla strada mi chiesero il permesso di soggiorno…

Già perché Giovanni Mustafà non si sente più italiano e la religione che ha abbracciato lo aiuta sulla via dell’adesione ad una nuova identità che non è solo religiosa e culturale, ma anche politica:

Da musulmani convertiti si ha la tendenza ad estraniarsi dal proprio paese di origine. Un po’ per il profondo cambiamento degli stili di vita e la tendenza a considerare negative tutte le abitudini precedenti (alcol, ballo, feste e divertimento, ricorrenze religiose) un po’ per motivi ideologici (rigetto dei principi politici occidentali), si ha la sensazione di sentirsi estranei alla propria società di origine.

L’Islam è completo. Ti da l’indirizzo per tutto. Dalla fede alla politica alla famiglia all’igiene personale.

Dici che la tua è anche una ribellione all’occidente. Ma essere duosiciliano non è essere, gioco forza, anche occidentale?

Dal punto di vista geopolitico sì, anche se diventare musulmani è una dichiarazione di non accettazione dei valori occidentali. L’Islam è la religione delle regole, dei ruoli, della sottomissione, tanto quanto i valori occidentali sono il libero arbitrio esasperato, la confusione dei ruoli e l’affermazione dell’ego di ciascuno al disopra di tutto e tutti.
Ma le Due Sicilie stanno in mezzo al mare. Sono un hub naturale per tutto il Mediterraneo:  sia dal punto di vista storico che religioso e artistico. Siamo una terra di mezzo. Orientali e occidentali, dal punto di vista geografico.

Essere duosiciliano vuol dire scoprire di appartenere ad una identità storico-culturale ben definita e che invece, incredibilmente, è stata cancallata con l’immersione in un gran calderone chiamato italia.

Del resto il Sud è pieno di contaminazioni islamiche ed ebraiche…

Esattamente. Ti faccio un esempio: noi foggiani, per le feste di Natale facciamo le cosiddette “cartellate”, una pasta dolce fritta e condita con miele o vino cotto. Ora che anche da noi ci sono i negozi islamici, ho scoperto che i marocchini, per le feste di Ramadan, fanno un dolce praticamente identico alle cartellate e fra poco che arriverà Ramadan vi invito a comprarli ed assaggiarli. Provare per credere.

Musulmani ed ebrei del resto, dai tempi di Federico II, hanno convissuto coi cristiani (anche i Borbone avevano, a corte, ebrei convertiti, i cosiddetti marrani)

Qualche tempo fa ho visitato il palazzo reale di Napoli. Ricordo di aver visto diversi grandi dipinti che raffiguravano l’ingresso di alcuni sovrani, dagli Altavilla ai Borbone in diverse città del Regno. Il tratto comune di questi dipinti è la presenza di personaggi in abiti di foggia orientale. Questo attesta che il nostro Regno era multiculturale anche se, lo ripeto, nessuno vuol negare che comunque la componente cattolico-occidentale era ed è quella più rappresentariva sotto tutti gli aspetti.

Poi ti racconto una cosa, in occasione della manifestazione dello scorso anno, contro il provvedimento di Alfano che voleva affidare alla Curia di Napoli il “tesoro di San Gennaro” (che appartiene al popolo napoletano da secoli, ndr) mi incontrai con un duosiciliano ebreo sul sagrato della cattedrale di S.Gennaro, anche lui in difesa della appartenenza popolare del tesoro di un santo cattolico: tutti per una (Patria), una (Patria) per tutti!

Insomma la comune difesa delle pertinenze identitarie napolitane, a prescindere dalla appartenenza religiosa.

Come coniughi il tuo essere musulmano con una certa parte del mondo meridionalista che crede nella supremazia del cristianesimo ed è intollerante verso l’Islam?

Con tanta pazienza. Diciamo che ci sono abituato, dopo 38 anni.
Devo dire che in questi ultimi 10 anni di frequentazioni meridionaliste,  non ho mai avuto cattive esperienze dirette. Tutti mi hanno sempre considerato uno di “loro”, come tra esseri umani, quali siamo. A cominciare dal compianto don Massimo Cuofano ( un sacerdote da anni votato alla causa meridionalista, ndr) con il quale c’era un rapporto di reciproca stima.

Su Facebook, invece, le incomprensioni sono dietro l’angolo ed è più facile “litigare”. Qualcuno mi ha cancellato dalle sue amicizie, qualcuno l’ho cancellato io. Specie quelli che condividono bufale padane e razziste che non dovrebbero far parte del nostro modo di essere.

Grazie Giovanni, Shalom , Salam Aleikum, Statt ‘Bbuon.

 


18
Mag 17

Napoli, 27 maggio: giornata mondiale del gioco

 

GIORNATA MONDIALE DEL GIOCO
Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00 – 14.00
NAPOLI, VILLA COMUNALE – LATO PIAZZA VITTORIA

Sabato 27 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale del Gioco. Promossa dall’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli – Servizi Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza in collaborazione con la Ludoteca del Comune di Napoli e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, l’iniziativa trasformerà la Villa Comunale in un grande spazio ludico organizzato nelle nove aree tematiche Spazio Urbano, Scienza, Strada, Sana Alimentazione, Corpo, Arte, Mente, Sentimenti, Musica. L’evento rientra nell’ambito del programma Una Città per Giocare, un progetto di interventi condotti nelle dieci municipalità della città di Napoli, che verrà presentato durante la conferenza stampa di lunedì 22 maggio, alle ore 11.00 presso la Sala Giunta del Comune di Napoli e proseguirà con un fitto calendario di appuntamenti, fino al 30 giugno.
Una Città per Giocare è l’iniziativa portata avanti nelle dieci Municipalità di Napoli dall’Assessorato al Welfare in collaborazione insieme con la Ludoteca Comunale e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, che nel 2013 ha inaugurato Melagioco, il primo centro di cultura ludica in Regione Campania. L’intento è accrescere la diffusione di questa cultura e creare luoghi e momenti di aggregazione, partecipazione e cittadinanza attiva per adulti e bambini, perché per costruire una città amica dei più piccoli, è indispensabile che anche i grandi riscoprano il valore del gioco quale elemento sociale, di dialogo fra le generazioni e di recupero dei territori. Il progetto, che prevede interventi livello locale con la creazione di spazi e aree attrezzate per il gioco, avrà come vetrina un grande evento, organizzato a partire dalle ore 10.00 in Villa Comunale (lato Piazza Vittoria), in occasione della Giornata Mondiale del Gioco di sabato 27 maggio, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 su iniziativa di Freda Kim, presidentessa dell’Intenational Toy Library Association (ITLA), per affermare il Diritti al Gioco sancito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza. Una città per giocare, rappresenta è un progetto per i territori e tutte le realtà che vi operano. L’Obiettivo generale è dare un contributo allo sviluppo sostenibile di Napoli, in linea con le indicazioni dell’Agenda 21. Nelle nostre città, lo spazio ludico è stato circoscritto ad aree recintate, che creano una forte separazione fra le generazioni. La totale negazione ai bambini del contatto con la natura, o della possibilità di costruirsi il proprio spazio-tempo, inibisce la creatività. Gli Obiettivi specifici sono riqualificare un numero consistente di spazi-gioco e luoghi di incontro fra coetanei, promuovendo il concetto di vivibilità della città attraverso il gioco, riscoprire il proprio quartiere, favorire la nascita di reti formali e informali di promozione di percorsi di formazione-informazioni

Programma interventi una città per giocare

Venerdì 19 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Rimettiamo in forma il Parco Anaconda. Via Montagna Spaccata

Giovedì 25 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Caccia ai tesori della Sanità. Piazza Sanità

Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00-14.00 – Giornata Mondiale del Gioco. Villa Comunale (lato Piazza Vittoria)

Martedì 6 giugno 2017, ore 10.00-13.00 – Prendiamo Spazio! Scuola Montale. Via della Resistenza

Venerdì 9 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Sfidiamoci, Festaggiamoci. Parco Troisi, Via Due Giugno

Venerdì 16 giugno 2017, ore 11.00-15.00 – Scopriamo la città. Monte Echia

Sabato 17 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamo nel verde. Parco Totò

Sabato 24 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamoci la strada. Case nuove, quartiere Mercato

Venerdì 30 giugno, ore 11.00-15.00 – Ri-Belliamoci. Vico Censi


18
Mag 17

Roars: i ludi accademici e il de profundis delle università meridionali

Interessantissimo articolo di Baccini e De Nicolao sulla rivista online Roars:

Rettori, direttori di dipartimento e colleghi sono in fibrillazione perché è partita una gara tra i dipartimenti universitari “eccellenti”. In palio, 1,3 miliardi euro, ripartiti in tranche da 271 milioni di Euro annui per cinque anni. I dipartimenti vincitori riceveranno tra 1,1 e 1,6 milioni di euro annui più altri 250mila per le “scienze dure”. Abbiamo provato a simulare i torneo fino alla determinazione dei 180 vincitori (vedi Appendice). I dipartimenti del Centro-Nord si aggiudicheranno l’87% delle risorse pari a quasi 1,2 miliardi in cinque anni; al Sud ed Isole resterà il 13%, cioè complessivamente circa 180 milioni in cinque anni. Per avere una idea della sperequazione, basti pensare che le università del Sud e Isole rappresentano il 31% del corpo docente e che la quota percentuale di finanziamento premiale sarà meno della metà. Il combinato disposto di costo standard (incostituzionale) e premialità FFO ha già drenato risorse dagli atenei del Sud agli atenei del Nord, ma qualcuno dei Renzi’s boys ha pensato che era bene accelerare il drenaggio. Come? Dando un sacco di soldi ad una minoranza di dipartimenti “eccellenti” e sottraendo risorse agli altri. Perché, non è male ricordarlo: a meno di stanziamenti aggiuntivi nella prossima legge di stabilità, i soldi saranno sottratti al Fondo di Finanziamento Ordinario.

L’articolo completo


17
Mag 17

A Genova e Trieste la “via della seta”, a noi la “via della zappa”

Se pure il capo della Confindustria campana ha espresso disappunto vuol dire che quella di Gentiloni è proprio stata una iniziativa senza senso. O meglio il senso è ben chiaro, favorire la solita stereotipata solfa della “locomotiva del Paese”, che non porta vantaggio a nessuno (come pure sosteneva Paolo Savona).

Ma andiamo con ordine nel leggere la vicenda. Secondo quanto riporta Marco Esposito dalle pagine de Il Mattino:

In un mondo che torna ad alzare mura, è toccato alla Cina dare un segno di apertura. Rilanciando, con un vertice mondiale a Pechino tra 68 Paesi, la storica Via della Seta. L’Italia – meta tradizionale delle merci cinesi al tempo di Roma imperiale prima e della Repubblica di Venezia poi – anche nel Ventunesimo secolo ha l’obiettivo di diventare la porta d’accesso all’Europa. I cinesi, in realtà, si sono già insediati in forze nel Pireo con la Cosco, contribuendo con 368 milioni a risanare i conti della Grecia di Alexis Tsipras, anch’egli in questi giorni a Pechino. Il premier Paolo Gentiloni, per offrire un’alternativa ad Atene, ha giocato tre carte: Trieste, Venezia e Genova. «Le ragioni storiche e geopolitiche, le relazioni che abbiamo con la Cina – ha osservato il premier a Pechino – possono aiutare a cogliere questa occasione con ricadute importanti per l’Italia che con i suoi porti – da Genova e Trieste (e i loro corridoi ferroviari con l’Europa) ma anche Venezia – offre una capacità portuale come credo nessuno».
Quanto a capacità portuale, il primo porto italiano per traffico container, non è tra quelli citati da Gentiloni. È Gioia Tauro, che con 2,8 milioni di container movimentati nel 2016 è primo in Italia e sesto nel Mediterraneo dopo gli scali spagnoli di Algesiras, Valencia e Malaga, quello di Tangeri in Marocco e il Pireo in Grecia. Per merci provenienti da Oriente e in arrivo nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, Gioia Tauro è molto più vicina dei porti spagnoli e del Marocco ed è anche meno decentrata di Atene rispetto al cuore dell’Europa. Da Gioia Tauro si raggiunge Berlino via Brennero in 2.100 chilometri mentre da Atene, aggirando la Serbia come prevedono i corridoi ferroviari, occorrono 500 chilometri in più.
Tuttavia l’Italia ha scelto, in modo autolesionistico, di non utilizzare la sua presenza naturale e infrastrutturale nel cuore del Mediterraneo per scommettere sui porti del Nord. Una scelta non casuale. Nel Def del 2017 – nell’allegato Infrastrutture – si cita «il progetto cinese One-Belt-One-Road» e in particolare «lo sviluppo delle tratte marittime chiamate da Pechino la Via della Seta marittima del 21° secolo» ma per dire che le grandi navi portacontainer punteranno sul Pireo. Nel Def si sostiene che in Italia c’è una «chiara ripartizione funzionale» tra il Nord che ha porti di tipo «gateway», dove cioè i container vengono spostati sui treni e raggiungono i mercati di destinazione. E il Sud Italia che ha soprattutto porti di puro «trans-shipment», cioè dove i container si trasferiscono su navi più piccole, un’attività con «prospettive modeste».

Tagliata fuori Gioia Tauro per questioni dimensionali, si sarebbe potuto investire su altri porti calabresi, siciliani o su Napoli e Salerno.

Ed invece no perché nel documento di programmazione economica e finanziaria la priorità che si individua è il «completamento delle direttrici di valico orientate verso l’Europa centrosettentrionale».

Secondo Esposito significa che:

 i porti di Venezia, Trieste, Ravenna e, con tempi più lunghi, Genova, avranno il loro scalo collegato a un treno intermodale di ultima generazione. Napoli e Salerno – che pure vantano numeri interessanti – sono del tutto tagliati fuori, con la previsione esplicita del limite alla lunghezza dei treni fissato a 600 metri e la sagoma dei vagoni di standard PC45. Per Gioia Tauro, spulciando il contratto tra governo e Rete ferroviaria italiana, si scopre che il collegamento ferroviario a standard di qualità (750 metri e sagoma PC80) è previsto, sia pure con un progetto definito in ritardo e con un percorso a zig-zag che passa per Ancona, Bari e Taranto. Un tragitto che non solo è più lungo di cento chilometri rispetto alla direttrice naturale, ma salta l’area demograficamente più interessante di Roma e di Napoli, nonché gli interporti di Nola e di Marcianise. In pratica si allontana dal percorso naturale approvato in Europa e denominato Corridoio Scandinavo, passando per Taranto dove però il traffico di container si è letteralmente azzerato.

Fugate quindi le ombre e le paure che avevano avvolto la politica vicina agli interessi delle regioni settentrionali: l’apertura del Canale di Suez avrebbe potuto favorire lo sviluppo dei porti di Napoli e Gioia Tauro, tagliando fuori proprio quelle regioni “recuperate” ieri dalle dichiarazioni di Gentiloni.

Dura la replica della Confindustria campana, per bocca del presidente Costanzo Jannotti Pecci :

“Ci hanno molto sorpreso le dichiarazioni del nostro Premier in occasione del recente vertice mondiale tenutosi a Pechino sul progetto della “nuova via della seta” lanciato dal leader cinese Xi. La scelta di escludere deliberatamente tutto il Mezzogiorno del Paese ci appare incomprensibile attesa la posizione strategica rispetto alle rotte commerciali in questione e attesi i valori relativi alla movimentazione dei container che, in particolare, per il porto di Napoli risultano pressoché uguali a quelli di Trieste e di poco inferiori a quelli di Genova, i porti che, insieme a Venezia, sono stati citati dal Premier come l’unica offerta di portualità italiana da mettere a disposizione per il piano. E’ inaccettabile ed incomprensibile la decisione del Governo di non puntare sulle regioni del sud come Hub per la portualità commerciale di oltreoceano”.

Insomma, come al solito, a loro la “via della seta” a noi “la via della zappa”.


12
Mag 17

Bari: per sparagnare al G7 si usa Google Translate?

Premessa a Bari dall’ 11 al 13 Maggio avrà luogo il G7 dei ministri delle finanze.

La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica la foto di un cartello di ingresso a Bari che nelle intenzioni dell’anonimo estensore dovrebbe dare il benvenuto in città.

Sempre nelle intenzioni dell’autore dell’ardito testo, la traduzione dovrebbe più o meno suonare come: “Benvenuti a Bari, città delle opportunità dove nessuno è straniero”.

L’anonimo traduttore si è evidentemente servito di Google Translate, interrogando il motore di ricerca sulla reale trasposizione inglese del termine “opportunità” ignorando che quanto Big G restituisce è paradossale, ovvero Benvenuti a Bari città del “caso, destino, probabilità”.

Eh già, perché l’esatta traduzione di opportunità, in inglese, secondo il significato italiano, sarebbe stata : opportunity. A meno che non si vuole conferire un alone di azzardo su tutto il capoluogo pugliese.

Per essere sicuro, e non confidare solo sulle mie conoscenze linguistiche, chiedo all’amico Tony Quattrone, che è italoamericano e mi conferma la sensazione aggiungendo un particolare che conferisce alla semantica una punta di grottesco:

city of chance può voler (perfino, ndr) dire che c’è la possibilità di essere rapinati”

Va bene, continuiamo così, facciamoci del male…

 

 


11
Mag 17

Netflix, Sense 8: Italiana? No napoletana (video)

L’affermazione dell’identità napoletana in ambito televisivo, inaugurato da Sofia Loren, seguita da Bud Spencer, trova nuove manifestazioni anche nelle serie televisive americane. Nella fattispecie, nel telefilm Sense8 prodotto da Netflix.

Nella seconda serie ho avuto modo di ascoltare un dialogo tra il tenebroso padrone di casa ed alcuni “ospiti”, nell’introdurre l’assistente:

“Lila è napoletana”

“Italiana?”

“Napoletana”

Oltre i doppiaggi alla commissario Winchester o Genny Savastano, un omaggio identitario e municipalista, da parte delle sorelle Wachowski (quelle di Matrix, ma a quel tempo erano ancora i fratelli Wachowski), piuttosto originale e che trascende i limiti del gomorrismo triviale e cafone.


11
Mag 17

Maroni al Corsera: basta con le Pen, torniamo alle origini “meno soldi al Sud”

Se ne facciano una ragione i sovranisti in salsa verde meridionale, gli adulatori del Salvino nazionale lepenista : il politburo della Patania ha intenzione di scaricare il nazionalismo di don Matteo e di ritornare alle origini.

In occasione del referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto, Maroni tuona:

«Certo. Per tenerci più soldi e mandarne meno al Sud. Non è che io chieda mezza competenzina in più: io voglio che la metà del nostro residuo fiscale, e cioè 27 miliardi, resti in Lombardia e non vada ad alimentare altri sprechi al Sud. Non so se è chiaro. Se non lo è, farò un manifesto. Questa è la Lega Nord, questo è il messaggio forte che noi dobbiamo rilanciare».

Addio grande ammucchiata bruno verde, si torna al localismo etno/economico dei bei tempi che furono.

Intanto proprio al proposito del referendum  autonomista di ottobre, volto ad appagare lo sfizio di chi “mangia” con la (presunta) questione settentrionale, l’economista Gianfranco Viesti, dalle pagine de Il Mulino, scrive:

I presidenti leghisti della Lombardia e del Veneto sono espliciti: il vero obiettivo dell’iniziativa è ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale; il referendum serve a ottenere sostegno politico per questa richiesta. Si dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini. Ma le regole della tassazione e dell’allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressività della tassazione e l’istruzione obbligatoria e gratuita.[…]

Con buona pace dei leghisti di ieri e di oggi, non esistono «soldi del Nord» che vengono sottratti: il «residuo fiscale» che si può stimare (la differenza fra le tasse pagate dai cittadini di una regione e la spesa pubblica che ricade in quella stessa regione) è semplicemente l’esito ex post, in Italia come in tutti gli altri paesi, dell’applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi. Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, è quello di ottenere dallo Stato l’allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse. Naturalmente, sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. È una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione leghista; nel dilagante «egoismo dei ricchi»: date più soldi pubblici a noi e meno agli altri.

Il voto serve dunque a portare tanti lombardi e veneti a esprimersi sulla domanda implicita: volete sottrarre risorse pubbliche agli altri cittadini italiani per beneficiarne voi?Una deriva assai pericolosa. Dispiace che il sindaco di Milano (già paladino della riforma costituzionale), sostenga che «se si farà il referendum io consiglierò di votare positivamente». Forse perché non è al corrente delle motivazioni politiche per cui è stato deciso? O forse perché ritiene che sostenere un’iniziativa che potrebbe forse portare più risorse alla sua città (anche se a spese delle altre) sia coerente con l’essere il sindaco della «capitale morale» d’Italia?

Nel frattempo, frotte di terroni con lo spauracchio dell’immigrato e dello zingaro appoggiano un progetto politico volto a togliergli risorse. Nel solco della tradizione italiana.

 


10
Mag 17

30 ANNI DOPO/ Quella rivalsa di Napoli sul mondo che ci accompagna ancora

C’erano ancora l’Unione Sovietica, Forlani e l’Italia si interrogava sui pericoli del nucleare. Tanti di noi erano appena rientrati nei Campi Flegrei dall’esodo del post bradisismo. E quel 10 maggio, io me lo ricordo pure per questo. A mio nonno avevano appena assegnato una casa popolare a Monterusciello, nei casermoni di edilizia popolare che hanno arricchito solo chi li ha costruiti.

Quello che sarebbe accaduto nel pomeriggio, sarebbe servito solo per alleggerire temporaneamente la puzza del linoleum e delle pareti in cartone a cui i miei nonni, che avevano vissuto parte della loro vita nel centro di Pozzuoli, proprio non riuscivano ad abituarsi.

Quel 10 maggio era una vigilia di Natale in ritardo o forse in anticipo e noi bambini ce ne accorgevamo dalla frenesia e da quella frase che ci ripetevano spesso, forse per coprire la puzza di plastica e gomma del pavimento: “Oggi si fa la storia”. Non vedendo carriarmati in piazza né eserciti nascosti, davvero non riuscivo a realizzare quanto avrei apprezzato trent’anni dopo.

E come in tutte le vigilie che si rispettino, gli eventi finiscono sempre per togliere la fame.

Complice l’incerto tavolo in formica, il digiuno di mio nonno fu solo il pretesto per ataccarso ad una delle prime radioline a transistor e monopolizzare il tubo catodico su Rai 1.

Ma quel 10 maggio occorrevano grandi narratori, altrimenti nessun evento sarebbe diventato storia. Come Tacito, Polibio e Senofonte, in quel lembo di Magna Grecia, quel giorno fecero la storia Necco, Ameri e Paolo Valenti. Il calcio era ancora una cosa seria, per fortuna mancavano i funamboli del vocalizzo e gli urlatori della moviola. La poesia delle maglie azzurre diventava prosa con l’eloquio dei vecchi giornalisti, giornalisti.

Dante scriveva che Gesù Cristo si era incarnato e fatto uomo sotto l’impero Romano perché in quel preciso momento storico il diritto aveva raggiunto punte di equità e giustizia che l’essere umano non aveva mai toccato prima nella sua esistenza. E così si era fatto giudicare dal miglior tribunale possibile.

E pure a Napoli quel 10 maggio, lo scudetto ce lo portammo a casa mentre in campo danzavano i migliori numeri 10 della storia del calcio italiano. Baggio e Maradona. Il miglior calcio possibile.

Insomma, la storia si fa solo quando sul palcoscenico dei suoi eventi si manifestano eccellenti protagonisti.

Quel giorno ci fu la mia iniziazione al pallone e non avendo ancora alcuno starter pack del tifoso, per i caroselli mi arrangiai con una di quelle vecchie buste blu di plastica, dove solitamente al mercato del pesce infilavano i prodotti appena comprati (se le avvicinavi il naso sentivi l’aroma di diossina). Aperta nel mezzo ed attaccata allo specchietto retrovisore di uno dei primi modelli di Ford Fiesta.

Il ricordo dei mondiali dell’82 era già troppo lontano e mentre da Monterusciello ritornavo a Pozzuoli, osservai la mia città animarsi di nuovo. Rividi pezzi di colore, dai palazzi scoloriti e cadenti, rividi gente affacciata a terrazzi pericolanti che ancora mostravano gli scheletri di tufo. Rividi le strade della diaspora che si riempivano di gente non per partire, ma per restare.

Il 10 maggio dei miei primi 8 anni è racchiuso tutto in una scena che ebbe per me lo stesso senso di soddisfazione che provò Davide dopo aver sconfitto Golia: davanti all’Anfiteatro Flavio un’auto di grossa cilindrata targata Milano, con quattro persone (molto ben vestite) a bordo, stufe di rimanere bloccate in quel carnevale napoletano, scesero dalla berlina in preda all’isteria urlando più o meno: “terroni di merda andate a lavorare”.

Fu a quel punto che una cinquecento completamente sventrata, con le effigi di Maradona e Giordano sul cofano, giungendo da dietro tamponò la loro automobile. Il suono della carrozzeria che si accartocciava fu seguito dalla sentenza dell’autista che ergendosi dal tettuccio urlò ” ‘a prossima vota ‘mparatevi a tifà pò Napule”.

Quel senso di rivalsa meridionale (e quindi fortemente proletaria, a quei tempi al San Paolo c’erano moltissimi palermitani che sostenevano “il Napoli è l’unica squadra del sud che ci onora”) che poi è il motivo del primo scudetto napoletano, non me la sono più tolta di dosso.

*Pubblicato su Identità Insorgenti e Il Napulegno


07
Mag 17

Italia nella top 10 dei paesi europei con maggiori pregiudizi

Lo scrissi già qualche anno fa e lo ripeto periodicamente suscitando la risposta piccata di taluni lettori, fortemente ed inutilmente nazionalisti: l’Italia è nella top 10 dei paesi più razzisti in Europa.

La ricerca, condotta da Harvard e pubblicata dalla versione britannica della free press Metro, prende in esame le risposte date da un campione di popolazione “bianca” di ciascun Paese europeo, che tende ad associare idee negative e pregiudizi alle persone di colore.

Il che non vuol dire conseguenti e necessari comportamenti razzisti, ma sicuramente sottesi da un pregiudizio di fondo.

Le aree in rosso indicano tassi di pregiudizio più alti, quelli in blu, minori.


07
Mag 17

Ma quale novità?! Il Monopoli (pezzotto) dedicato a Napoli esiste da anni

 

Lo scoop è di Identità Insorgenti e “corregge” la catena di condivisioni entusiaste sul Monopoly dedicato a Napoli.

Una versione tutta made in Naples del celebre gioco da tavolo “pezzotta” del Monopoli, esiste da anni a cura della famosa ditta di carte da gioco Muoio. Si chiama Mo’ Napoli e ha sostituito Parco della Vittoria, Bastioni Gran Sasso, Viale dei Giardini, via Verdi con via Toledo, Piazza dei Martiri e via Posillipo.