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18
Lug 17

” Scusa Ameri, scusa Ameri ” e quel calcio al razzismo antinapoletano

Il 18 luglio di 14 anni fa, moriva Sandro Ciotti. Per quelli della mia generazione con la fissa del giornalismo sportivo, era un modello. Garbato, competente, intelligente. Non uno di quegli strilloni, accattoni di notizie e click che sporcano l’informazione delle nuove generazioni.
Quando il Napoli vinse lo scudetto, disse una delle cose più intelligenti mai pronunciate nel corso di una trasmissione sportiva. Una dichiarazione di antirazzismo meridionale che, purtroppo, rimase isolata:
“Vorremmo che tra i molti effetti che questo titolo italiano conquistato dal Napoli sicuramente determinerà, se ne verificasse uno particolarmente simpatico. E cioè che il termine terrone, che noi tutti usiamo molto colpevolmente e senza arrossire dandogli un significato sminuente, diventasse invece, così, indossasse un vestito nuovo. E significasse a partire da oggi gente innamorata della propria terra, gente capace di venire da New York per applaudire un’impresa sportiva”

Altri tempi. Altro calcio. Altra sensibilità.


11
Lug 17

Finito il clamore, la Terra dei Fuochi continua a bruciare

Quando esprimevo perplessità sull’arrivo dell’esercito nella Terra dei Fuochi per fungere da deterrente ai roghi, ricevevo commenti piccati di chi era certo la situazione sarebbe cambiata.

Non è cambiato invece nulla. I roghi continuano, eccome.

Monitorati, per quanto possibile dalla rete dei cittadini che ancora si chiedano come sia possibile, nonostante droni, esercito e telecamere.

La domanda è: chi continua a gestire il traffico di materiale speciale che viene smaltito in Campania? Perché non si riesce a smantellare la rete di addetti alla combustione di questi materiali? Le aziende della telefonata di cui all’intercettazione qui sotto (che risale al 2000), che spedivano pneumatici e gomme in Campania, hanno pagato per quello che hanno commesso?


04
Lug 17

Il Monaldi, San Procolo e la mia personalissima Frittole

Esistono giornate particolari in cui il diaframma sottile che divide categorie e dimensioni geografiche distanti tra di loro, sembra frantumarsi in un unico istante, in un solo posto.

Succede che per una serie di circostanze inaspettate vadano completamente fuori uso il navigatore dell’automobile ed il cellulare, così da trovarmi, irrimediabilmente, senza alcun punto di riferimento e senza alcuna meta precisa. O meglio la meta io ce l’avevo ma ero fuori strada di circa 50 km. Nell’entroterra marchigiano.

Vi confesso che stavo per mettermi a piangere quando all’improvviso un cartello, che per qualsiasi puteolano che si rispetti rappresenta un obbligo morale: chiesa di San Procolo. Una pia illusione, seguita, senza ulteriori interrogativi, per devozione. Ho sempre creduto, infatti,  che Procolo  fosse un santo legato alla tradizione esclusiva dei Campi Flegrei.

Mi sbagliavo. E l’ho imparato soltanto seguendo quella strada sterrata che mi ha condotto in una frazione di un paese sconosciuto e remoto, tale Monte Vidon Combatte, un nome più vicino all’epopea del Signore degli Anelli che ad una località geografica vera e propria.

Fino alla frazione di San Procolo, una manciata di case sparse nella campagna marchigiana su colline e crinali indorati dal grano e baciati dal sole. Non più di una cinquantina di abitanti.
Come Massimo Troisi, avevo trovato la mia Frittole. Una chiesa completamente diroccata e semidistrutta dal recente terremoto, sostituiva il passaggio a livello cinematografico che costrinse al ritorno al 1492, il duo di “Non ci resta che piangere”. Una chiesa sulla cui parete principale campeggiava l’intitolazione a San Procolo.

Ho parcheggiato proprio davanti alla chiesa al termine di un percorso che aveva finito per soccorrermi, dopo essermi perso, con l’evocazione geografica della mia Pozzuoli.

Una signora minuta proprio fuori ad una casa prospiciente la Chiesa è stata il mio “Vitellozzo”.

-Signora mi scusi ma questa è proprio la chiesa di San Procolo?

-Certo, non sa leggere?

-Sì ha ragione, ma io credevo che il santo fosse rigorosamente puteolano..

– Guardi che questa chiesa è qui dal Medioevo …abbiamo anche il busto con la reliquia..vuole vederla?

Io a questa fede feticista onestamente non credo, ma il fatto che  qualcun altro potesse possedere le reliquie del santo “nostro” un po’ mi faceva incazzare.

– Signò ma sicuro che questi frammenti sono del Santo?

Un lungo silenzio ha accompagnato la risposta a quella considerazione da miscredente municipalista.

– Guardi se cerca la via per l’autostrada deve svoltare lì dove c’è la targa del Monaldi.

– Monaldi? Il Monaldi quello dell’ospedale?

Si lui.

 

Insomma, San Procolo, Monaldi che ho sempre creduto napoletano e che invece era nato in quelle campagne da meno di 50 abitanti e che poi aveva insegnato a Napoli fino a diventare senatore e ministro, in una cinquantina di metri quadri un filo oro come il grano univa luoghi distanti 400 chilometri.

E allora mi sono perso ancora di più, per sentirmi più vicino a casa, in questa mia personalissima Frittole.

Ps: la chiesa di San Procolo, pur facendo parte del FAI, è inagibile dallo scorso anno e, con altissima probabilità, rimarrà diroccata fino a quando non provvederanno a salvarla fondi privati. Solo privati.


24
Giu 17

Pierluigi, arbereshe e calabrese stregato da Napoli

Pierluigi l’ho conosciuto a Roma, per caso. Se non fosse stato per lui, non mi sarei mai interessato ai temi del meridionalismo.

Terrone calabrese, non solo, arbereshe (comunità albanesi giunte in Italia per sfuggire alle persecuzioni dell’impero ottomano) ed ebreo, Pier mi ripeteva sempre che la sua capitale era Napoli, memore di una comune nazionalità preunitaria e la comune appartenenza ad una minoranza da sempre perseguitata.

Pierluigi, tiene l’arteteca (una certa insofferenza più vicina alla saudade sudamericana), e per placarla non sta mai fisso in un luogo soltanto, confidando nel sollievo che solo il viaggio può offrire (una volta è stato anche immortalato dalla macchina di un fotografo famoso).

Era più o meno Natale, quando era a Londra e riempiva la sua (e mia e di tutti i suoi amici) bacheca Facebook di post veramente tristi (abboffando anche un po’ la guallera). Allora gli dissi: ” Pierluì, ‘o frat, senti a me, vattene un paio di mesi a Napoli, è terapeutico”.

Da qualche settimana si è trasferito in un vascio del centro storico di Partenope ed ogni giorno racconta, con gli occhi del turista, l’insostenibile leggerezza, carica di follia, della quotidianità napoletana.

Quello che ha scritto ieri volevo condividerlo:

Mi ha sorpreso lo sguardo, gli occhi sgranati della mia cara compagna Isabella, venuta a trovarmi ieri sera per la presentazione del suo libro lunedi. Isabella, non e’ un’educanda vissuta nei collegi svizzeri e le cui uscite erano i balli delle debuttanti a Vienna. Tutt’altro. E’ una che nei 6 vissuti in Sud America ha insegnato ai guerriglieri nelle carceri, conosciuto personaggi incredibili. Eppure anche lei e’ stata colpita dal fascino di Napoli.
Ieri, subito dopo che e’ arrivata, doveva trovare un parcheggio per la sua auto. Gilda, si e’ data da fare, anzi ha preso e guidato la sua macchina e con lei sono andate a trovare parcheggio.
Piu tardi siamo andati in una pizzeria ‘mponde a Maddalena. Ed e’ li che ha potuto vedere la vera Napoli. Mentre a me, ormai dopo 3 settimane e’ diventata la realta’, capisco che per uno che proviene da un altro posto o dal profondo nord, puo’ essere destabilizzante. I camerieri, alcuni slavi, parlavano e si esprimevano solo in Napoletano. Fino a quando all’improvviso siamo stati accerchiati da un gruppo di Senegalesi con il costume tipico e i visi truccati con i tamburi. Cantavano canzoni tipiche dell’Africa finendo con Mama Africa, Mama Senegal, Mama Napoli. (Saltando l’Italia). Poi cantano l’inno dei tifosi napoletani con alcuni di loro che interrompevano con HIGUAIN SI NA LOTA e per finire con O ‘Sarracino di Carosone ed e’ li che tutti hanno iniziato a ballare. Quando chiedevano i soldi tra i tavoli era, ovviamente, in Napoletano stretto. Roba che se fosse stato presente salvini sarebbe morto d’infarto.
Andiamo poi a fare una passeggiata e notiamo un cumulo di cartoni, ben riposti, al centro di una piazzetta. Al ritorno vi erano 2 camion e molti netturbini che li stavano rimuovendo. Rassicuro Isabella con un: Isa qui non siamo a Roma, siamo a Napoli.
Oggi andremo al gaypride…spero che regga…lo shock..


20
Giu 17

Scambio/regalo cittadinanza italiana

Regalo/scambio cittadinanza italiana (versione economica italonapoletana) usata, tenuta bene. Include pregiudizi, insulti razzisti, formiche addosso in caso di ricovero ospedaliero, richieste di racket e anni di scudetti alla Juve (arrubbati).

All’interno starter pack dell’emigrante già configurato e pronto per la partenza. Per eventuali scambi, per naturale affinità, si preferisce cittadinanza spagnola, greca, albanese, magrebina, arabo/israeliana. No perditempo. Astenersi polacchi e ungheresi e Mino Raiola.


16
Giu 17

“Infame” e “Terrone di merd*a” (Video)

Torna la cara vecchia lega, per bocca di quel simpaticone del senatore Centinaio che, tra una pausa e l’altra delle comparsate televisive, dove spazia da Rai 3 a La 7, fino a pontificare Urbi et Orbi, in versione post meridiana, finanche su Rete 4, trova anche il tempo di offendere un avversario politico col più classico degli epiteti razzisti paTani: “terrone di mer*a”.

Per la gioia e la felicità di tutti i meridionali che votano lega che, appassionati di burro e dei suoi molteplici usi lenitivi, finiranno sicuramente per perdonare il buontempone patano.

Chissà se costoro, strenui difensori terroni dello ius soli, capiranno che quello difende Centinaio è uno status che non gli appartiene e non gli apparterrà mai e che continueranno a restare, senza riserve, italiani di serie B. Con la benedizione della Lega di Centinaio.


14
Giu 17

Caro CENSIS, non tutti i falsi sono quello che sembrano. Pezzotto cammina con me

Immagine di Identità Insorgenti

Ieri il CENSIS ha detto senza mezzi termini che, siccome a Napoli c’è una organizzata filiera del falso, vi è mancanza di senso civico e cultura della legalità.

Che la camorra sia dietro una parte della filiera del falso è il segreto di pulcinella. Esiste tuttavia una parte dell’economia da pezzotto che è al di fuori dei circuiti della criminalità organizzata ed è piuttosto comune in quei piccoli distretti manifatturieri del Made in Italy, così diffusi in Italia.

Ieri sera a questo pensavo, non riuscendo a prendere sonno. Poi mi sono addormentato. Mi sono trovato in una stanza con drappi rossi, piena di borse, scarpe, abiti, cinte e un nano che parlava in casertano, ma al contrario. E non capivo un cazzo.

Poi per fortuna è entrato un signore con la barba è una maglia del Napoli taroccata: ” Sono Peppe ‘o pezzotto, e non tutti i pezzotti, sono quello che sembrano”…

Gesucrì, abbi pazienza fammi svegliare. Ma Peppe ha insistito: “ti racconto una storia, pezzotto cammina con me”

A questo punto Peppe si è seduto su una poltrona, ha iniziato a parlare con accento milanese e al posto della maglietta tarocca del Napoli sono comparse una giacca e una cravatta Made in Italy.

Partiamo da un dato: da qualche anno i distretti manifatturieri campani, sono diventati altamente competitivi (know how, professionalità, qualità e prezzi bassi) tanto che molti brand della moda (e non solo, spesso si tratta anche di piccole aziende di altre regioni italiane) trovano molto più conveniente commissionare un lavoro (sia finito che solo alcune fasi del processo produttivo) a piccole aziende familiari campane, piuttosto che de localizzare all’estero.

La rivincita dei terzisti casertani e napoletani. Ora se voi credete che il lavoro commissionato da un grosso brand sia improntato all’etica e non al profitto vi sbagliate, così, il committente profumato e ben vestito che si presenta alla porta del piccolo artigiano del sottoscala posto a cavallo delle province di Napoli e Caserta, pretende di ottenere un ulteriore sconto sul prezzo concordato in sede di sottoscrizione dell’accordo iniziale.

E il paio di scarpe che poi troverete in negozio a 500€, verrà venduto dal terzista , compreso di packaging, per un prezzo che si aggira dagli 8 ai 25 euro.

Il piccolo imprenditore campano, che impiega come manodopera l’intera famiglia più qualche immigrato e che, per rientrare nei costi, fa smaltire poi illegalmente i rifiuti industriali a qualche campo Rom che contribuisce così alla scenografia della Terra dei Fuochi, lavora 20 ore al giorno, festivi compresi per rispettare i termini della consegna.

Ma secondo voi, può sopravvivere solo con il lavoro commissionato dal grande brand?

No. E allora sapete che pensa? ” Un po’ di stoffa (o di pelle) mi è avanzata , qualche etichetta ce l’ho, qualche scatola o confezione mi è rimasta….ma mo’ sai che faccio? Mi produco un po’ di merce per cazzi miei e me la rivendo in negozio e così guadagno qualcosa…”

E così voi trovate in negozi e mercatini, prodotti “tale e quale” all’originale, anzi, come direbbero al Censis ” indistinguibili dall’originale” ( e grazie al cazzo sono gli stessi) ad un prezzo che, in ottica proletaria, è più giusto, equo ed accessibile a tutti. Fino a quando interviene la Finanza, sequestra tutto e il Censis contribuisce all’ernia scrotale col suo pistolotto sulla legalità di stampo geografico.

A questo punto, mi dice Peppe, il racconto potrebbe interrompersi qui, se non fosse che ci sarebbe pure un altro particolare.

Qualche volta accade che il committente si accorga pure di qualche ammanco di materia prima o packaging e fa finta di nulla. Salvo poi, al momento opportuno, farlo presente al terzista…e chiederne conto. Perché si sa, un “po’ di nero ” fa comodo a tutti, pure alle persone perbene in giacca e cravatta con accento non napoletano.

Alla fine, Peppe mi congeda : “ci rivediamo, tra 25 anni”.

Abbi pazienza, no. E mi sono svegliato.

 


14
Giu 17

A chi fanno comodo le formìche del San Paolo?

Le formiche sul braccio della povera paziente nell’ospedale napoletano, indignano e mi ricordano sempre le parole della buonanima di mia nonna che mi implorava di non portarla mai in ospedale, piuttosto sarebbe volentieri morta nel “proprio letto” anche per una banale influenza.

Quando, per le contingenze della vita, ho avuto modo di usufruire per la prima volta delle erogazioni ospedaliere, fuori della mia regione di nascita, la Campania, ho scoperto un mondo completamente diverso da quello raccontato dalla cronaca (anche nera) e dai racconti di mia nonna. Come una profonda, incolmabile, cesura, che divide la sanità a nord da quella a sud di Roma.

Un confine che non è solo metaforico o ideale, ma fottutamente reale, geografico, due Paesi diversi.

E allora, sapete cosa resta a noi terroni con le formiche negli ospedali e i malati sulle parcelle in corridoio? Anche in questo l’emigrazione.

Si chiama “migrazione sanitaria” ed anche sotto questo aspetto, come per altri,oltre ad arricchire la sanità privata, drena risorse economiche nei nostri territori e le dirotta in tutte le strutture sanitarie a nord di Roma.

Cosi il Sole 24 Ore:

Il fenomeno della migrazione sanitaria in Italia racconta di problemi insostenibili che rendono la vita molto difficile o drammaticamente complicata a centinaia di migliaia di cittadine e cittadini, adulti e minori. Secondo la ricerca che abbiamo commissionato al Censis “Migrare per curarsi” sono infatti 750.000 i ricoveri fuori dalla regione di appartenenza ogni anno in Italia, un esodo biblico se aggiungiamo i circa 650.000 accompagnatori, con la valigia sempre pronta per le necessità di ripetere ricoveri e cure a centinaia di chilometri dalla propria casa più volte l’anno.

Nel totale le risorse economiche utilizzate per le cure fuori le regioni di appartenenza nel 2012 sono state pari a circa 4 miliardi di euro. Il saldo finale è di circa 2 miliardi di Euro (dati SDO-Sole 24 Ore Sanità).

Anche dal punto di vista sanitario quindi e dei servizi, come avviene per quello delle merci, (cfr.il buon professor Paolo Savona e l’ottimo Nicola Zitara), parliamo di risorse che dalle Regioni del Sud si spostano verso quelle del Nord incrementando il divario e la capacità di recupero del Sud. Risorse destinate in particolare per interventi di alta specialità: i ricoveri in mobilità hanno un costo medio di circa 5.200 euro contro un costo medio dei ricoveri di 3.500 euro.

Chi ci guadagna? Indovinate un pò.


08
Giu 17

Sul Corriere dello Sport: c’erano un italiano, un belga e un napoletano

Vi sembra l’incipit di una barzelletta? No sono istantanee di neorealismo sul giornalismo italiano.

Come più volte ho fatto notare, per gran parte degli autori degli articoli che leggiamo sui rotocalchi o dei servizi che ascoltiamo in tv, la connotazione geografica è fondamentale nell’individuazione e nella descrizione di una persona. Generando i pro ed i contro della notizia.

Se fino a qualche anno fa (ma ancora oggi) il fenomeno del richiamo alla provenienza geografica (napoletano, calabrese, siciliano, marocchino, nigeriano) era prevalentemente legato ad aspetti criminali, secondo i cui canoni, ad esempio, Paolo Sorrentino è l’italiano che vince l’Oscar, mentre Peppe ‘o malommo è il napoletano che spaccia a Milano, oggi l’appartenenza territoriale diventa fenomeno culturalmente identitario.

Come nei moderni sistemi operativi Apple o Linux trovate il napoletano, il sardo e il siciliano tra le lingue madri che potete scegliere per il vostro sistema operativo e così pure nel celebre motore di Job Search, Linkedin, anche le sceneggiature delle moderne serie tv americane, si sono adeguate, riservando all’identità napoletana una specifica peculiarità narrativa, ben distinta dall’italiano. Vi avevo scritto del telefilm Sense 8, prodotta da Netflix, ad esempio che potete leggere qui.

La questione ha evidentemente appassionato anche le penne della stampa sportiva italiana ed infatti sul Corriere dello Sport di oggi si legge che:

Il Napoli è una fantastica Torre di Babele: ci sono albanesi, spagnoli, senegalesi, algerini, croati, brasiliani, slovacchi, italiani, un belga ed un napoletano.

Separando di fatto, il buon Lorenzo Insigne (di fatto dimenticandosi, il giornalista del terzo portiere Sepe) dall’appartenenza nazionale italiana ed includendolo (secondo me a molta ragione) in quella propriamente napoletana. Con la propria cultura (troppo spesso frettolosamente e pregiudizialmente vilipesa), la propria lingua, la propria cucina, la propria storia e le proprie caratteristiche specifiche. E, speriamo, di depurarla di tutti quei connotati pregiudizievoli che l’ hanno accompagnata fino ad ora.


07
Giu 17

E adesso corri Ibraim, riprenditi la tua vita

Ibraim ha quasi otto anni e fino allo scorso anno era uno dei tanti bambini di un campo #rom, alla periferia di #Roma, che viveva di espedienti.
Una delle tante piccole eroine del quotidiano, lo scorso settembre, lo ha tolto dalla strada, insieme al fratello, lo ha portato in una casa famiglia e soprattutto a scuola.
E’ diventato uno dei migliori compagni di classe di mio figlio e, per qualche mese, il suo compagno di banco, tanto che, spesso, ci regalava dei disegni della “nostra” famiglia, quasi fosse per lui uno specchio di quanto non ha mai potuto avere.
Oggi Ibraim, alla recita di fine anno, è stato uno dei migliori.
In un Pinocchio, riadattato ad uso e consumo dei più piccoli, era il grillo parlante o, meglio, la coscienza.
In nove mesi è diventato la copia lontana di quel bambino che, ad inizio anno, faceva dispetti e si rifugiava sotto ai banchi. O che, prima ancora, si “arrangiava” per sopravvivere tra copertoni e lamiere.
Il peccato originale con cui tutti nasciamo è il pregiudizio e, nessuno di noi, ha una sentenza già scritta che pende sulla testa.
Le opportunità ci trasformano in uomini e donne migliori. Siamo figli dell’ambiente con cui interagiamo, che ci plasma e ci forma. Vivere o lasciar vivere nel degrado e nella bruttezza, crea esso stesso degrado e bruttezze. E la scuola, al di là di ogni esercizio retorico, rende uomini liberi, perché insegna la bellezza.
Perciò, diffidate sempre di chi individua in elementi lombrosiani, razziali, genetici o geografici le ragioni di ogni male. E, soprattutto, non disertate le recite dei vostri figli, o rischiate di perdervi una parte di mondo bellissimo, sicuramente migliore di quello che vi raccontano.