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11
Mag 17

Maroni al Corsera: basta con le Pen, torniamo alle origini “meno soldi al Sud”

Se ne facciano una ragione i sovranisti in salsa verde meridionale, gli adulatori del Salvino nazionale lepenista : il politburo della Patania ha intenzione di scaricare il nazionalismo di don Matteo e di ritornare alle origini.

In occasione del referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto, Maroni tuona:

«Certo. Per tenerci più soldi e mandarne meno al Sud. Non è che io chieda mezza competenzina in più: io voglio che la metà del nostro residuo fiscale, e cioè 27 miliardi, resti in Lombardia e non vada ad alimentare altri sprechi al Sud. Non so se è chiaro. Se non lo è, farò un manifesto. Questa è la Lega Nord, questo è il messaggio forte che noi dobbiamo rilanciare».

Addio grande ammucchiata bruno verde, si torna al localismo etno/economico dei bei tempi che furono.

Intanto proprio al proposito del referendum  autonomista di ottobre, volto ad appagare lo sfizio di chi “mangia” con la (presunta) questione settentrionale, l’economista Gianfranco Viesti, dalle pagine de Il Mulino, scrive:

I presidenti leghisti della Lombardia e del Veneto sono espliciti: il vero obiettivo dell’iniziativa è ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale; il referendum serve a ottenere sostegno politico per questa richiesta. Si dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini. Ma le regole della tassazione e dell’allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressività della tassazione e l’istruzione obbligatoria e gratuita.[…]

Con buona pace dei leghisti di ieri e di oggi, non esistono «soldi del Nord» che vengono sottratti: il «residuo fiscale» che si può stimare (la differenza fra le tasse pagate dai cittadini di una regione e la spesa pubblica che ricade in quella stessa regione) è semplicemente l’esito ex post, in Italia come in tutti gli altri paesi, dell’applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi. Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, è quello di ottenere dallo Stato l’allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse. Naturalmente, sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. È una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione leghista; nel dilagante «egoismo dei ricchi»: date più soldi pubblici a noi e meno agli altri.

Il voto serve dunque a portare tanti lombardi e veneti a esprimersi sulla domanda implicita: volete sottrarre risorse pubbliche agli altri cittadini italiani per beneficiarne voi?Una deriva assai pericolosa. Dispiace che il sindaco di Milano (già paladino della riforma costituzionale), sostenga che «se si farà il referendum io consiglierò di votare positivamente». Forse perché non è al corrente delle motivazioni politiche per cui è stato deciso? O forse perché ritiene che sostenere un’iniziativa che potrebbe forse portare più risorse alla sua città (anche se a spese delle altre) sia coerente con l’essere il sindaco della «capitale morale» d’Italia?

Nel frattempo, frotte di terroni con lo spauracchio dell’immigrato e dello zingaro appoggiano un progetto politico volto a togliergli risorse. Nel solco della tradizione italiana.

 


10
Mag 17

30 ANNI DOPO/ Quella rivalsa di Napoli sul mondo che ci accompagna ancora

C’erano ancora l’Unione Sovietica, Forlani e l’Italia si interrogava sui pericoli del nucleare. Tanti di noi erano appena rientrati nei Campi Flegrei dall’esodo del post bradisismo. E quel 10 maggio, io me lo ricordo pure per questo. A mio nonno avevano appena assegnato una casa popolare a Monterusciello, nei casermoni di edilizia popolare che hanno arricchito solo chi li ha costruiti.

Quello che sarebbe accaduto nel pomeriggio, sarebbe servito solo per alleggerire temporaneamente la puzza del linoleum e delle pareti in cartone a cui i miei nonni, che avevano vissuto parte della loro vita nel centro di Pozzuoli, proprio non riuscivano ad abituarsi.

Quel 10 maggio era una vigilia di Natale in ritardo o forse in anticipo e noi bambini ce ne accorgevamo dalla frenesia e da quella frase che ci ripetevano spesso, forse per coprire la puzza di plastica e gomma del pavimento: “Oggi si fa la storia”. Non vedendo carriarmati in piazza né eserciti nascosti, davvero non riuscivo a realizzare quanto avrei apprezzato trent’anni dopo.

E come in tutte le vigilie che si rispettino, gli eventi finiscono sempre per togliere la fame.

Complice l’incerto tavolo in formica, il digiuno di mio nonno fu solo il pretesto per ataccarso ad una delle prime radioline a transistor e monopolizzare il tubo catodico su Rai 1.

Ma quel 10 maggio occorrevano grandi narratori, altrimenti nessun evento sarebbe diventato storia. Come Tacito, Polibio e Senofonte, in quel lembo di Magna Grecia, quel giorno fecero la storia Necco, Ameri e Paolo Valenti. Il calcio era ancora una cosa seria, per fortuna mancavano i funamboli del vocalizzo e gli urlatori della moviola. La poesia delle maglie azzurre diventava prosa con l’eloquio dei vecchi giornalisti, giornalisti.

Dante scriveva che Gesù Cristo si era incarnato e fatto uomo sotto l’impero Romano perché in quel preciso momento storico il diritto aveva raggiunto punte di equità e giustizia che l’essere umano non aveva mai toccato prima nella sua esistenza. E così si era fatto giudicare dal miglior tribunale possibile.

E pure a Napoli quel 10 maggio, lo scudetto ce lo portammo a casa mentre in campo danzavano i migliori numeri 10 della storia del calcio italiano. Baggio e Maradona. Il miglior calcio possibile.

Insomma, la storia si fa solo quando sul palcoscenico dei suoi eventi si manifestano eccellenti protagonisti.

Quel giorno ci fu la mia iniziazione al pallone e non avendo ancora alcuno starter pack del tifoso, per i caroselli mi arrangiai con una di quelle vecchie buste blu di plastica, dove solitamente al mercato del pesce infilavano i prodotti appena comprati (se le avvicinavi il naso sentivi l’aroma di diossina). Aperta nel mezzo ed attaccata allo specchietto retrovisore di uno dei primi modelli di Ford Fiesta.

Il ricordo dei mondiali dell’82 era già troppo lontano e mentre da Monterusciello ritornavo a Pozzuoli, osservai la mia città animarsi di nuovo. Rividi pezzi di colore, dai palazzi scoloriti e cadenti, rividi gente affacciata a terrazzi pericolanti che ancora mostravano gli scheletri di tufo. Rividi le strade della diaspora che si riempivano di gente non per partire, ma per restare.

Il 10 maggio dei miei primi 8 anni è racchiuso tutto in una scena che ebbe per me lo stesso senso di soddisfazione che provò Davide dopo aver sconfitto Golia: davanti all’Anfiteatro Flavio un’auto di grossa cilindrata targata Milano, con quattro persone (molto ben vestite) a bordo, stufe di rimanere bloccate in quel carnevale napoletano, scesero dalla berlina in preda all’isteria urlando più o meno: “terroni di merda andate a lavorare”.

Fu a quel punto che una cinquecento completamente sventrata, con le effigi di Maradona e Giordano sul cofano, giungendo da dietro tamponò la loro automobile. Il suono della carrozzeria che si accartocciava fu seguito dalla sentenza dell’autista che ergendosi dal tettuccio urlò ” ‘a prossima vota ‘mparatevi a tifà pò Napule”.

Quel senso di rivalsa meridionale (e quindi fortemente proletaria, a quei tempi al San Paolo c’erano moltissimi palermitani che sostenevano “il Napoli è l’unica squadra del sud che ci onora”) che poi è il motivo del primo scudetto napoletano, non me la sono più tolta di dosso.

*Pubblicato su Identità Insorgenti e Il Napulegno


07
Mag 17

Italia nella top 10 dei paesi europei con maggiori pregiudizi

Lo scrissi già qualche anno fa e lo ripeto periodicamente suscitando la risposta piccata di taluni lettori, fortemente ed inutilmente nazionalisti: l’Italia è nella top 10 dei paesi più razzisti in Europa.

La ricerca, condotta da Harvard e pubblicata dalla versione britannica della free press Metro, prende in esame le risposte date da un campione di popolazione “bianca” di ciascun Paese europeo, che tende ad associare idee negative e pregiudizi alle persone di colore.

Il che non vuol dire conseguenti e necessari comportamenti razzisti, ma sicuramente sottesi da un pregiudizio di fondo.

Le aree in rosso indicano tassi di pregiudizio più alti, quelli in blu, minori.


07
Mag 17

Ma quale novità?! Il Monopoli (pezzotto) dedicato a Napoli esiste da anni

 

Lo scoop è di Identità Insorgenti e “corregge” la catena di condivisioni entusiaste sul Monopoly dedicato a Napoli.

Una versione tutta made in Naples del celebre gioco da tavolo “pezzotta” del Monopoli, esiste da anni a cura della famosa ditta di carte da gioco Muoio. Si chiama Mo’ Napoli e ha sostituito Parco della Vittoria, Bastioni Gran Sasso, Viale dei Giardini, via Verdi con via Toledo, Piazza dei Martiri e via Posillipo.

 


29
Apr 17

Comune di Napoli: cittadini, devolvete il 5×1000 alla città

Un po’ come succede per gli spot delle varie chiese (cattolica, valdese ecc..) che n primavera chiedono di devolvere ai propri conti correnti il 5×1000 dell’Irpef, anche i Comune di Napoli ha deciso di intraprendere la stessa strada.

Uno spot su internet per chiedere ai cittadini, di versare una quota della propria dichiarazione dei redditi al comune di residenza.

“Invece di darli allo Stato che poi non ce li rimanda, dateli direttamente a noi”.

Basta poco che ce vò…

 


28
Apr 17

Made in Italy sulla pelle dei migranti: i video dell’inchiesta

Lo avevo scritto un paio di anni fa, confermato dalle associazioni di categoria campane: i grandi marchi della moda avevano deciso di abbandonare la delocalizzazione extra UE (nell’esempio che feci si parlava di calzature) e tornare in Italia. In modo specifico avevano deciso di investire in Campania, dove, per sopravvivere alla grande crisi, almeno all’inizio, le piccole fabbriche a gestione familiare impiegavano manodopera proveniente direttamente dal nucleo parentale, con turni di lavoro massacrante, pur di “continuare a sopravvivere”. Qualche volta si “chiamava” qualcuno di esterno.

Il mito della Campania a basso costo ha iniziato ad ingolosire, successivamente, anche marchi più piccoli. E così, chiacchierando con gli operatori del settore a nord del Garigliano, in tanti hanno spostato alcune fasi della produzione proprio nel distretto calzaturiero a cavallo delle province di Napoli e Caserta (ma anche in Puglia).

Il volume d’affari nel corso degli anni è cresciuto, le piccole fabbriche a conduzione familiare non avrebbero potuto farcela da sole.
E ieri, guardando l’inchiesta, ho capito perché:

Prima Parte:

Terza Parte:

Quarta Parte:


23
Apr 17

“Avveleneremo i supermercati napoletani”: un pazzo, un mitomane o un fratello Capone?

Se sia una persona pericolosa, o , molto semplicemente l’erede lombardo di uno dei fratelli Capone, lo scopriremo solo vivendo, o , meglio, sopravvivendo alla minaccia di avvelenare i supermercati napoletani (sic!).

La lettera di minaccia è stata recapitata al consigliere regionale Borrelli e prende di mira anche il sindaco De Magistris e il presidente della Regione, De Luca. Insomma l’anonimo , potenziale avvelenatore osservante della par condicio scrive:

“Di certo non mi lascio intimidire da minacce del genere, ma bisogna combattere la violenza verbale di certi politici che alimentano il razzismo perché c’è il rischio che qualcuno possa prendere quelle parole per passare poi a fatti concreti”.
Ha detto il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, che ha postato sulla sua pagina facebook una lettera di minacce, spedita da Milano, in cui un anonimo gli contesta il suo impegno in difesa di Napoli e dei napoletani, facendo riferimento soprattutto alle polemiche per il cartello contro i napoletani affisso in un supermercato dell’Esselunga del milanese.
“Nella lettera, l’anonimo estensore, che si definisce “lombardo doc” prima lancia le solite accuse razziste verso Napoli e i napoletani, confermando l’odio e il razzismo di certi settentrionali verso i meridionali, e poi offende e minaccia me, De Luca e de Magistris oltre a ipotizzare anche avvelenamenti di massa nei supermercati napoletani” ha sottolineato Borrelli che ha deciso di portare la lettera in Questura per presentare una denuncia contro ignoti precisando che “la lettera è stata spedita da Milano ed è arrivata a casa di mia madre, dove avevo la residenza alcuni anni fa”.

Morale: stateve accort quando andate a fare la spesa che il passo tra la grande moria delle vacche e la grande moria dei napoletani, potrebbe essere questione di una bevuta d’acqua..


20
Apr 17

Foglio di via per Cialdini

Una buona notizia, che riporta un minimo di giustizia alle migliaia di anime di meridionali trucidate durante gli anni successivi al 1861: è stata approvata in Giunta, su proposta del Sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la Cittadinanza Onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, Generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali.

Le revoca è stata decisa come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il Generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia.

Una notizia importantissima che va nella direzione di una nuova memoria storica condivisa che, va riconosciuto, finalmente compie i primi passi grazie all’amministrazione de Magistris.

Lucilla Parlato per Identità Insorgenti


17
Apr 17

Gianni Brera, le casseruole lombarde e quella “colonia” chiamata Sud

Uno dei miti del giornalismo sportivo che ho sempre apprezzato è stato Gianni Brera.

Soprattutto per la dotta polemica e per quel sottile anti meridionalismo, meno volgare di quello di Giorgio Bocca, che partendo dal pallone arrivava al fegato e ti faceva incazzare. Soprattutto negli anni in cui il Napoli di Maradona dava del filo da torcere proprio al Milan di Brera.

Oggi, quasi per caso, un post apparso sulla timeline di Facebook, ad esempio, mi ha ricordato di quando Brera, giocava a fare il leghista ante litteram, mostrando quell che poi era un sentimento piuttosto comune all’epoca che mai si è sopito:

[…] nel giugno del 1970, accompagnato da Guido Gerosa, Gianni Brera,
candidato per il Psi in un collegio senatoriale della Lombardia, tenne
un comizio in una sezione di Rozzano. “Se mi eleggerete” promise ai
molti presenti che affollavano la sala “la prima cosa che farò sarà
quella di dotare l’Italia d’impianti sportivi”. L’adunanza applaudì con
fervore. “La seconda” suggiunse non appena scemarono i battimani “sarà
quella di fare aprire le case chiuse”. Qualche solitario entusiasmo fu
smorzato dall’imbarazzato silenzio dell’establishment socialista
locale. “La terza” elencò subito dopo “sarà quella di rimandare i meridionali al Sud”.

Dal mare di teste che nereggiava nella sala emerse un ometto.
“Compagno Brera” protestò “io sono di Potenza. Faccio il maestro ed
insegno qui da anni. Sono stimato da tutti. Perché mi vuoi cacciare?”

Quel terrone impudente, ancorché insegnante, pretendeva
probabilmente di mettere in imbarazzo Gioannbrerafucarlo, come amava
connotarsi il giornalista. Era mai possibile? Aveva quel “napoli”
qualunque, una qualche chance di riuscire a mettere in difficoltà il
famoso Brera, colui che in cinquant’anni di agone giornalistico, s’era
scontrato con eminenti colleghi (anche a cazzotti); aveva sostenuto e
imposto a insigni allenatori pratiche di gioco; aveva affibbiato
soprannomi teneri e appellativi graffianti a giocatori e a giornalisti;
si era azzuffato con scrittori e letterati che misconoscevano
l’originalità del suo stile e il valore dei suoi lemmi; aveva zittito e
aspreggiato cuochi valenti ed esperti sommelier?

Questa sfilata di pregnanti interrogativi si disegnò a mezz’aria tra
la calca e il soffitto. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe risposto
Brera senza perdere la faccia e i voti. Come avrebbe replicato il
grande giornalista a quella domanda che pure sembrava legittimamente
motivata oltre che sul piano umano anche su quello politico?

Gioannbrerafucarlo, ribatté senza imbarazzi. Da par suo.”Tu rimani”
disse rivolto all’ometto. “Tu sei l’eccezione che conferma la regola”.[..] (fonte: odg della Lombardia)

In una lettera al comandante Lauro, presidente dell’allora Calcio Napoli, pubblicata nella rubrica ” l’Arcimatto” del Guerin Sportivo, il 27 novembre 1961, Brera dimostrava grande conoscenza di talune dinamiche economiche che sottendevano l’ (presunta) epopea risorgimentale:

Vedendo Napoli, comandante, mi sono un poco adirato di notare che era “scontata”, e che dovevo la delusione alle troppe cartoline illustrate, perfino alle scatole di un cacao piemontese. Fuor dall’atmosfera per tricromie, a due passi dal mare, il grigiore ossessivo della miseria: e la rassegnazione atavica dei napoletani che indignava in me il populista che sono sempre stato (non per degnazione, comandante, bensì per nascita).

Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente ero vittima, i napoletani producevano in me profondissima tristezza e solidarietà umana. I loro occhi, più antichi e desolati dei miei, sapevano di privazioni e di stenti, di furberie disperate, di umiliazioni continue di fronte alla vita.
Ben presto ebbi il sospetto, tuttora vivo in me, che ai poveri napoletani si rivolgessero mille e un elogio gratuito per gabbarli. Noti, comandante, che io non sono di quegli italiani che auspicano seriosamente lo scavo di un canale divisorio a sud di Siena. Ho studiato abbastanza per capire che l’unione nazionale, perfezionata con la conquista del Sud, ha assicurato alle Regioni del Nord un buon mercato per le loro industrie. Che poi l’Italia unita presenti il quasi comico paradosso di un Paese governato politicamente dalle proprie colonie economiche, questo non mi riguarda. io so che vendere una casseruola lombarda a Canicattì è soltanto possibile perché i nostri governanti – meridionali per il 90 per cento – ci proteggono con alti dazi dalle casseruole tedesche o inglesi, che costerebbero forse la metà delle nostre. So pure che quelle casseruole sono di difficile logorio nelle cucine meridionali. E non disgiungo affatto, nei napoletani, la facile resa al sentimento dal difficile logorio delle casseruole.

Dimostrando di conoscere quel fenomeno di ascarismo meridionale che tanto ha aiutato l’industria padana della nuova Italia e soprattutto che i napoletani non sono quei gran furbi che si vuole far credere , con il solo intento di continuare a prenderli per il culo.


15
Apr 17

A Napoli si premiano i sarti più bravi

 

 

Si svolgerà giovedì 13 e venerdì 14 aprile 2017, presso la Sala delle Contrattazioni della Camera di Commercio di Napoli, la IX edizione del premio sartoriale Manichino d’Oro. Promossa da Confartigianato Napoli, in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Sartori di Roma, l’iniziativa gode del Patrocinio Morale del Comune di Napoli, della Camera di Commercio di Napoli e del Consiglio Regionale della Campania. Previsto l’intervento del Sindaco Luigi De Magistris alla premiazione finale del venerdì.

Il concorso, a cadenza biennale è il principale riconoscimento che l’Accademia Nazionale dei Sartori, fondata a Roma nel 1575 da Papa Gregorio XIII come Università degli Studi e ancora oggi rappresenta la principale istituzione del settore, attribuisce al sarto artigiano che sappia mettere meglio in risalto lo stile, la capacità tecnica, l’estro creativo e il rigore formale della sartoria femminile su misura e si alterna alle Forbici d’Oro, l’omologa competizione in ambito maschile. Si tratta di una rassegna senza scopo di lucro che vede impegnati i giovani diplomati e laureati nel campo della Moda, fino a un massimo di trentacinque anni d’eta, che lavorano presso botteghe artigiane della Regione Campania i quali si sfideranno nella realizzazione, seguendo indicazioni su modello e misure fornite la momento, di un tracciato e di un capo finito e indossato da una mannequin. Una giuria di qualità, composta da Maestri valuterà il lavoro e decreterà il vincitore, il quale rappresenterà la Campania nel concorso nazionale che si terrà a Roma, in data da definire, durante una sessione di quattro giorni. Il Premio ha l’obiettivo di mantenere alto il prestigio del Sarto Italiano e del Made in Italy nel mondo e di richiamare l’attenzione del pubblico sulla qualità della creazione artigiana e l’interesse dei giovani in cerca di lavoro. Sei i trofei in palio: il Manichino d’Oro, opera dell’artista Sara Lubrano, associata di Confartigianato Napoli e iscritta al gruppo Donne Impresa, le targhe Miglior Disegnoe Miglior Lavoro, le menzioni speciali Ago d’Oro e Ditale d’Oro e il Premio Napoli assegnato da una giuria eterogenea. Le ultime edizioni nazionali, femminile e maschile hanno visto per la prima volta nella storia, l’affermazione di sarti campani che verranno premiati durante l’ultima delle due giornate napoletane. Si tratta di Angela Barone, Premio Nazionale Manichino d’Oro 2015 e dei Premi Nazionali Forbici d’Oro 2016 Milena La Montagna e Giancarlo Del Prete rispettivamente nelle categorie, junior e senior.

 

Giuria Tecnica: Raffaele Antonelli, Luigi Di Domenico, Susy Esposito, Vincenzo Pepe, Angela Esposito, Angela Barone, Giancarlo del Prete. Presidente: Raffaele Antonelli

Giuria Premio Napoli: Enrico Inferrera, Stefania Moretti, Antonio Popolla, Roberto De Laureantiis, Danilo Iervolino, Francesco Fimmanò, Maria Mazza, Lucio Pierri. Presidente: Girolamo Pettrone

 

Programma di giovedì 13 aprile, 2017

Ore 9.00-13.00 Concorso sartoriale

 

Programma di venerdì 14 aprile, 2017

Ore 9.00 Premiazione con interventi di:

               Girolamo Pettrone, Commissario Straordinario della Camera di Commercio di Napoli

               Luigi Bosco, Consigliere Regionale

               Enrico Panini, Assessore alle Attività Produttive del Comune di Napoli

               Enrico Inferrera, Presidente di Confartigianato Napoli

               Raffaele Antonelli, Delegato Regionale dell’Accademia dei Sartori

               Ilario Piscionieri, Presidente dell’Accademia Nazionale dei Sartori

 

Ore 11.30 Intervento di Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli

 

Modera

Stefania Moretti, Gruppo Sole 24 Ore Regione Campania