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Che fine ha fatto la Benevento alluvionata? #Savesannio

Nell’era della comunicazione liquida ed umorale si fa presto a dimenticare un dramma, perchè schiacciato e scacciato da uno maggiore, nell’attesa del successivo.

E allora: che fine ha fato la Benevento alluvionata? Fino a quando andava di moda l’hashtag #savesannio #saverummo, la moda del momento teneva acceso un faro sul problema, ma poi?

Oggi Pino Aprile, ad esempio, cittadino sannita ad honorem, prende spunto da una lettera ricevuta per “riaffrontare” il problema:

Lettera agli onesti che non si nascondono dietro la latitudine, a proposito dell’immane disastro dell’alluvione che ha devastato il Sannio, messo in ginocchio l’economia e tanta gente che non può tornare al lavoro o in casa, perché il fango ha distrutto tutto. Pare che per trovare un diluvio della portata che ha sconvolto il Beneventano si debba andare indietro di più di un secolo.

Sapete che il governo ha abbandonato a se stessi centinaia di migliaia di italiani? Che ci sono ancora strade non percorribili, perché invase dal fango, ponti e palazzi pericolanti, comunicazioni interrotte? Che la gente sta provvedendo da sola, aiutandosi a vicenda? Che il punto di riferimento, per coordinare le iniziative di soccorso, solidarietà, rinascita è un prete, don Alfonso Calvano?

Sapete che il governo che più di qualunque altro sta passando alla storia (forse del crimine) per aver sottratto più fondi destinati al Sud (Tremonti è distrutto, per aver perso il primato), ha destinato solo 38 milioni di euro, dopo le proteste, aumentati a 50, per il Sannio? Non basteranno, a momenti, manco per comprare le pale: non è un aiuto, è un insulto.

C’è da dire che è già molto più di quanto si fece per gli alluvionati di Giampilieri, nel Messinese: 37 morti, nemmeno un euro di aiuti; mentre, per le inondazioni di Genova e della Toscana (mezza dozzina di vittime), subito dopo, furono messe nuove accise sul prezzo dei carburanti: ma solo per i disastrati del Nord.

Quindi, di fronte a questo genere di attenzioni strabiche dello Stato, per chi è colpito da disastri nello stesso Paese (sicuri che sia lo stesso?), ai beneventani si dovrebbe persino dire “bacia la mano che ruppe il tuo naso” (De André). I rappresentanti coloniali della zona, del partito unico della Nazione e persino molti d’opposizione osservano un sei mesi di silenzio, in omaggio al dolore dei loro elettori e per pararsi il culo, perché guai a chi obietta. Magari qualcuno di loro tace perché sta pensando a quanto fa in tangenti quella somma?

Insomma, a voi sembra giusto che ci sia alluvionato e alluvionato? Se il fango ha diverso valore a seconda di dove invada e distrugga, al Sud resta fango e al Nord diventa oro e nulla cambia al mutar dei governi, non ci rimane che l’alchimia: se la latitudine muta natura e valore della melma, allora bisogna organizzarsi, raccogliere ognuno un secchio, un bidone, una cisterna di fango sannita e portarlo oltre la latitudine che fa scattare l’attenzione e gli aiuti del Paese.

Perso per perso, schifati da un governo che non ha avuto vergogna di rubare i soldi stanziati per il Sud e i suoi disoccupati, per incrementare le assunzioni al Nord, perché non provare pure questa?

Se poi l’alchimia, anche quella, si dimostrasse di pasta renziana e cristianamente delria, beh, qualche altra idea sull’uso del fango può ancora esserci. Chi pensa che sarebbe difficile, in tal caso, distinguere il fango da certa melma, sbaglia: il fango puzza meno.
Perché scrivo questo? Perché avevo chiesto qualche notizia a un mio amico di Ponte, Peppe Mazza, giovane e coraggioso imprenditore, che dal giorno dell’alluvione si alza prima dell’alba per aiutare i suoi compaesani, poi deve lavorare per salvare i suoi laboratori.

E lui mi ha risposto come potete leggere qui sotto. Vi assicuro, sarebbe la stessa cosa se non conoscessi Peppe e tanta altra brava gente di Ponte e della vicina e non meno sconquassata Casalduni (sono cittadino onorario di entrambi i Comuni). Un Paese che discrimina fra i suoi abitanti, persino nella disgrazia, è un Paese nemico, retto da un governo nemico.

La somma di queste carognate non può che portare alla divisione. E forse è quello che vogliono e non sanno più come farcelo capire. Nel frattempo, rubano l’argenteria e le merendine ai bambini dell’asilo (ops… questo non è possibile, perché i soldi per gli asili, il razzismo renziano li ha destinati solo alle città del Nord, che li hanno già; forse pensando che se al Sud non ci sono, è perché non servono).

Ecco la risposta di Peppe:
“Scusami Pino, ma stamattina sto molto polemico. Quindi scrivo comunicati politici e non cronache. Però, la cronaca la conosci bene e l’hai scritta innumerevoli volte. Basta che cambi qualche avverbio nei tuoi scritti storici e ottieni la cronaca di oggi, al posto di Cialdini ci metti qualcun altro e hai il risultato.

Emergenza è stata a tutti gli effetti, la nostra: più emergenza di 380 mm di pioggia su un territorio come quello del Sannio? I dati sono della Protezione Civile (vuol dire che siamo al doppio di quanto ufficialmente comunicato all’inizio; n. d. r.); alcuni pluviometri hanno addirittura superato il 400 mm, che è il limite massimo di misura eppure, il governo, dopo 20 giorni, ha sì riconosciuto lo stato di emergenza, ma ha dato solo un contributo di 38 milioni di euro, che non bastano neppure a risolvere l’emergenza, vale a dire la rimozione del fango e il ripristino delle strade.

E la messa in sicurezza? E la ripresa economica del territorio? Sta come al solito alla forza dei soliti soggetti che hanno solo quella dei propri nervi e del proprio cuore; quei nervi che continuano a tenerli abbarbicati e radicati al proprio territorio. La forza dello spirito di quei greci che arrivarono sulle coste del Sud d’Italia.

Quella forza che non ci fa reagire, perché ci tiene legati alle nostre attività e al superamento delle difficoltà quotidiane. Lo sanno bene i nostri governanti e le lobby che ci tengono legati.
Il mio non è un piagnisteo, lo testimonia il fatto stesso che da stamattina alle 4,30 ho già fatto più di una giornata di lavoro, però, se mi fermo un attimo e ci penso, mi viene la rabbia e mi rimetto in attività. E la rabbia si trasforma in azione quotidiana, in quella forza che sostiene la mia attività economica e professionale”.

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