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Così il banco di Napoli salverà (di nuovo) le banche del Nord

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La storia del Banco di Napoli (oltre 500 anni di vita) è caratterizzata dall’essere stata, da 155 anni a questa parte, una scialuppa di salvataggio (non per i napoletani ovviamente).

Svenduta ad istituti di credito settentrionali ai tempi del tandem Prodi/Ciampi, fu scorporata da una bad company (che ne assunse il passivo). La bizzarrìa della sorte ha voluto che dopo 20 anni, proprio la bad company, abbia iniziato a macinare utili.

Indovinate un po’ a cosa dovrebbero servire, oggi questi utili, questi utili…

La bad bank dei miracoli, il caso Sga, ebook della giornalista economica Maria Rosaria Marchesano, in uscita con l’Editrice digitale goWare, del quale sono stati anticipati alcuni brani (Corriere del Mezzogiorno, 7.5.2016), conferma ed integra con dati recenti quanto scritto da LETTERA NAPOLETANASud: nuovi dati, così si impadronirono del Banco di Napoli “ (LN 17, giugno 2009), citando l’ex responsabile della sezione credito della Federazione Ds (poi Pd) di Napoli, Mario Bartiromo, esponente del partito che, con il sindaco Antonio Bassolino ed i propri parlamentari, aveva sostenuto più degli altri la svendita del Banco prima alla cordata INA-BNL e poi al gruppo bancario piemontese Sanpaolo Imi (poi Intesa Sanpaolo), che 18 mesi dopo lo acquistò per 3 miliardi di euro.

Le sofferenze (crediti di difficile recupero) del Banco di Napoli furono supervalutate e diventarono la leva per lanciare un allarme dilatato ad arte sul suo stato patrimoniale. Nel 1993 il Banco di Napoli aveva chiuso il bilancio con un utile di 174 miliardi di vecchie lire. Un anno dopo il bilancio registrava un passivo di 1174 miliardi di lire. La Banca d’Italiasottopose l’Istituto di credito meridionale ad un’ispezione alla quale nessuna altra banca fu sottoposta ed alla quale non avrebbe retto neanche la BNL (Banca Nazionale del Lavoro) che costituì una cordata con l’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) ed acquistò nel 1997 il maggiore patrimonio finanziario del Sud, con una storia di 500 anni, per 61,4 miliardi di vecchie lire, meno di 30 milioni di euro. La BNL, peraltro, chiuse nel 1997 il proprio bilancio con un passivo di 2.803 miliardi di lire.

I crediti problematici del Banco di Napoli furono valutati in 6.4 miliardi di euro – scrive nel suo libro Maria Rosaria Marchesano – “pari a 12.440 miliardi di vecchie lire, alle quali si aggiunsero dopo qualche anno altri 260 miliardi di vecchie lire dell’Isveimer” (Istituto che svolgeva attività di credito a medio termine per le piccole e medie imprese meridionali, ndr). “Un totale di 36mila posizioni: imprese, famiglie, partiti politici, enti pubblici. C’era di tutto: Ligresti, Ferlaino, Ambrosio sono solo alcuni dei nomi più famosi (…..) Il portafoglio, però non era costituito solo da crediti deteriorati, figuravano anche crediti già ristrutturati, titoli verso Stati esteri e partecipazioni come quella nel Banco di Napoli International S.A.. Attivi la cui vendita si rivelò poi proficua…

Il Tesoro, guidato da Ciampi, costituì una Sga (Società per la gestione delle attività), bad bank in linguaggio bancario, che acquistò il 31 dicembre 1996 il portafoglio dei crediti inesigibili o “incagliati” del Banco di Napoliche rappresentavano – scrive Maria Rosaria Marchesano – il buco, il motivo stesso del fallimento di una delle più antiche istituzioni creditizie d’Italia” per circa 6.4 miliardi di euro.

 Il prezzo fu pari al valore a cui il Banco aveva iscritto i crediti in bilancio, dopo una svalutazione del 30% circa del loro valore nominale”.

Il 31 dicembre 2016 la Sga compie 20 anni e, come risulta dai bilanci, è riuscita a recuperare oltre il 90% di quei crediti, che forse, tanto inesigibili non erano. In altre parole, il crack del Banco ha restituito fino ad oggi, quasi 6 miliardi di euro. Una cifra destinata ad aumentare visto che all’appello mancano ancora 4-5 mila pratiche che si annunciano redditizie (…) La Sga ha anche accumulato “un tesoro di oltre 600 milioni di euro, riserve di utili che si sono formate in tutti questi anni proprio grazie all’attività di recupero e gestione dei crediti deteriorati. Dopo i primi cinque anni in perdita, la Sga, a partire dall’esercizio 2003, ha cominciato a macinare profitti. Di tale ammontare, 430 milioni è la liquidità attualmente investita in titoli di Stato ed è praticamente disponibile, come risulta dal bilancio 2014.

Lo sa bene il Governo Renzi – aggiunge Maria Rosaria Marchesano – che su questa liquidità ha messo gli occhi da tempo per sostenere il suo programma di aiuti alle banche in difficoltà. Dunque, con la ricchezza accumulata grazie alla gestione dei crediti problematici della prima banca del Mezzogiorno, si andranno a sostenere le banche in crisi del Paese”. (LN100/16) (fonti: Edizioni il Giglio, Noi consumatori)

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