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Diego Armando Maradona: terrone e sudaca

“Questo post è come quelle lettere d’amore che scrivono gli innamorati.”

Diego la mano di Dio. Diego ultimo re di Napoli. Diego sudaca in Spagna e terrone in Italia. Due termini equivalenti di disprezzo e manifestazione di minorità. L’uno spagnolo, verso i nativi del Sud America. L’altro italiano, verso i nativi del Sud Italia.

Per Diego, terrone e sudaca, il senso del disprezzo è stato sempre intimamente connaturato al riscatto della propria terra. Delle proprie terre. L’Argentina e Napoli. Due luoghi geografici simili. Due categorie della fantasia, del sentimento e della mente, chiaramente omogenei.

E’ per questo che Diego è venerato a Partenope. Attraverso il calcio ha condotto una città oltre la discriminazione e il pregiudizio.

Ricordo una intervista, nell’anno del primo scudetto, nell’86. Un giovanissimo Giampiero Galeazzi intervistava un uomo sommerso dalla folla in festa: “Ma come, venite fin da Palermo per vedere le partite del Napoli?” e l’intervistato con un meraviglioso, fortissimo accento palermitano “Certo, perchè il Napoli è l’unica squadra del Sud che ci onora”.

El diez, l’icona che diede speranza ai terroni. Diego che ripose, in un immaginario contaminato di calcio ed antropologia, i confini sventrati un secolo prima.

E, nel frattempo, figlio dell’Argentina, ebbe il tempo di sistemare a modo suo la questione con gli inglesi per la Falklands. Una serpentina da centrocampo che seminò residui di colonialismo che vedeva il Sud America come una propaggine funzionale agli interessi occidentali.

« Chiedono ai Napoletani di essere Italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni. » Rispose, D10S agli inviti della federcalcio italiana a tifare Italia in occasione di una partita tra la squadra del pipe (che ironia della sorte aveva proprio gli stessi colori del Napoli) e la nazionale italiana, proprio al San Paolo.

Ed infatti, Diego, in una partita successiva, fu fischiato, ai mondiali del 90, insieme all’inno nazionale argentino. Proprio da quegli italiani che consideravano i napoletani, colerosi ed esortavano il Vesuvio al risveglio. Fischiato così come accadeva ogni benedetta domenica di campionato. Perchè Maradona non era l’Argentina. Maradona era Napoli.

Stamattina, in televisione, ho sentito strali di ipocrisia ed indignazione, un pò da tutti, ma mi hanno colpito, in particolare, quelli dell’ex ministro Brunetta, proprio verso l’ “evasore fiscale” Maradona. A volte la decenza ed il buon senso suggerirebbero di tacere, se non altro considerato il fatto che il presidente del proprio partito, quello dell’ex ministro, difeso da sempre a spada tratta da Brunetta (e non solo, visto che dopo le leggi ad personam, si sta progettando l’amnistia ad personam) è stato condannato dalla giustizia italiana, proprio per evasione fiscale. Il tono dell’ammonizione indignata, non cava via la trave dal proprio occhio, come diceva un signore con barba e capelli lunghi morto a trentatrè anni.

E l’indignazione monta anche per il gesto dell’ombrello, che il pibe de oro, ha rivolto ad Equitalia. Un comportamento non proprio edificante è vero. Ma può mai tale disgusto, sollevarsi da chi ha invitato alla rivolta fiscale? E che ha definito Equitalia: “Mostro da distruggere” “Mostro senza cuore” “Equitalia via dalla Lombardia” e da chi ha rappresentato gli esattori del fisco, come vampiri in giacca e cravatta? Ma la coerenza si sa, in Italia è più rara di una mosca bianca.

Quanti di voi conoscono nel merito la vicenda di Maradona? Ecco un sunto tratto da wikipedia:

Il giornalista Gianni Minà spiegò come i dirigenti del Napoli facessero firmare ai giocatori due contratti, uno da calciatori e uno per i diritti d’immagine:[85] questa procedura fu vista dalla Guardia di Finanza come evasione e lasciò del tempo per permettere agli accusati di pareggiare i conti ma Maradona, al contrario di alcuni ex-compagni di squadra come Careca ed Alemao,[86] non prese provvedimenti. Vista la legge che prevede l’aumento della mora con il passare degli anni, una sentenza della Corte di Cassazione il 17 febbraio 2005 condannò il giocatore al pagamento di 31 milioni di euro.[87] A maggio 2008 la cifra ha toccato quota 34 milioni di euro a causa degli interessi accumulati (circa 3.000 euro al giorno).[86]
A questo proposito, la Guardia di Finanza sequestrò il suo compenso di tre milioni di euro percepiti nel 2005 per la partecipazione al programma televisivo italiano Ballando con le stelle.[87]
Inoltre il 6 giugno 2006, in occasione della manifestazione di beneficenza “Giugliano Cuore” nell’omonima cittadina a nord di Napoli, fu fermato e accompagnato in caserma dalla Guardia di Finanza e gli furono pignorati due Rolex d’oro del valore di 10.000 euro.[84][88]
Il 18 settembre 2009, durante un soggiorno a Merano, gli vennero ulteriormente pignorati due orecchini del valore di 4.000 euro.[87]

Il 18 ottobre seguente Maradona, a Milano per presentare una collana di dvd celebrativa della Gazzetta dello Sport, in albergo riceve la visita dei funzionari di Equitalia che gli notificano un avviso di mora da oltre 39 milioni di euro e lui, al secondo tentativo, ha aperto firmando l’atto per il recupero del credito alla presenza del suo avvocato Angelo Pisani. Equitalia entro 6 mesi potrà quindi avviare le azioni di recupero del debito come il pignoramento delle somme a titolo di compensi per partecipazioni televisive e sponsorizzazioni.[95] Due giorni dopo alla trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio ha dichiarato: “Non sono un evasore e lo dico senza problemi a Equitalia. Si occupino di chi ha firmato i contratti, di Coppola o Ferlaino, che oggi possono girare indisturbati. A me invece tolgono gli orecchini, gli orologi. Oggi però non ce l’ho. Mi hanno cercato degli sponsor offrendosi di pagare il mio debito per farsi pubblicità, io ho rifiutato perché non sono un evasore. Voglio la verità. Chi si fa pubblicità sono quelli di Equitalia che vengono da me. Ma hanno un altro lavoro, il loro lavoro non è Maradona. Io non mi nascondo”.

Il succo della storia, secondo Maradona è questo: il dipendente di una società percepisce degli emolumenti. Non ha partita iva. Chi è il sostiuto di imposta, che avrebbe dovuto pagare le tasse? In teoria l’allora Società Sportiva Calcio Napoli. Così non è stato. Tra l’altro ormai quella società non esiste più, perita sotto i faldoni della fallimentare.

Così Raffaello Lupi, uno dei maggiori esperti del Paese in materia fiscale, inuna lunga intervista a Il Mattino. Eccone uno stralcio: “L’amministrazione fiscale italiana per anni non è riuscita a fare le notifiche all’estero, quindi effettivamente può essere che al campione non sia arrivata alcuna notifica. Esiste un fumus. Questa vicenda ha una sua fondatezza, una verosimiglianza: all’epoca l’amministrazione fiscale non ce la faceva a fare questo tipo di notifiche fuori dall’Italia. Bisogna ritornare alla commissione tributaria per ridiscutere della mancanza di atto presupposto in questa vicenda. Il legale di Maradona dovrebbe chiedere la nullità di avviso di mora proprio per mancanza di atto presupposto, e non escludo che questo lo abbia anche già fatto”

Maradona è un simbolo. Il simbolo di una rinascita e del riscatto di Partenope. E’ la storia che torna al punto di partenza. Ed è per questo che, come simbolo e memento a chi alza la testa, attaccarlo, a prescindere, è un pò come gridare ai napoletani: “terroni”.

 

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