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Gianni Brera, le casseruole lombarde e quella “colonia” chiamata Sud

Uno dei miti del giornalismo sportivo che ho sempre apprezzato è stato Gianni Brera.

Soprattutto per la dotta polemica e per quel sottile anti meridionalismo, meno volgare di quello di Giorgio Bocca, che partendo dal pallone arrivava al fegato e ti faceva incazzare. Soprattutto negli anni in cui il Napoli di Maradona dava del filo da torcere proprio al Milan di Brera.

Oggi, quasi per caso, un post apparso sulla timeline di Facebook, ad esempio, mi ha ricordato di quando Brera, giocava a fare il leghista ante litteram, mostrando quell che poi era un sentimento piuttosto comune all’epoca che mai si è sopito:

[…] nel giugno del 1970, accompagnato da Guido Gerosa, Gianni Brera,
candidato per il Psi in un collegio senatoriale della Lombardia, tenne
un comizio in una sezione di Rozzano. “Se mi eleggerete” promise ai

molti presenti che affollavano la sala “la prima cosa che farò sarà
quella di dotare l’Italia d’impianti sportivi”. L’adunanza applaudì con
fervore. “La seconda” suggiunse non appena scemarono i battimani “sarà
quella di fare aprire le case chiuse”. Qualche solitario entusiasmo fu
smorzato dall’imbarazzato silenzio dell’establishment socialista
locale. “La terza” elencò subito dopo “sarà quella di rimandare i meridionali al Sud”.

Dal mare di teste che nereggiava nella sala emerse un ometto.
“Compagno Brera” protestò “io sono di Potenza. Faccio il maestro ed
insegno qui da anni. Sono stimato da tutti. Perché mi vuoi cacciare?”

Quel terrone impudente, ancorché insegnante, pretendeva
probabilmente di mettere in imbarazzo Gioannbrerafucarlo, come amava
connotarsi il giornalista. Era mai possibile? Aveva quel “napoli”
qualunque, una qualche chance di riuscire a mettere in difficoltà il
famoso Brera, colui che in cinquant’anni di agone giornalistico, s’era
scontrato con eminenti colleghi (anche a cazzotti); aveva sostenuto e
imposto a insigni allenatori pratiche di gioco; aveva affibbiato
soprannomi teneri e appellativi graffianti a giocatori e a giornalisti;
si era azzuffato con scrittori e letterati che misconoscevano
l’originalità del suo stile e il valore dei suoi lemmi; aveva zittito e
aspreggiato cuochi valenti ed esperti sommelier?

Questa sfilata di pregnanti interrogativi si disegnò a mezz’aria tra
la calca e il soffitto. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe risposto
Brera senza perdere la faccia e i voti. Come avrebbe replicato il
grande giornalista a quella domanda che pure sembrava legittimamente
motivata oltre che sul piano umano anche su quello politico?

Gioannbrerafucarlo, ribatté senza imbarazzi. Da par suo.”Tu rimani”
disse rivolto all’ometto. “Tu sei l’eccezione che conferma la regola”.[..] (fonte: odg della Lombardia)

In una lettera al comandante Lauro, presidente dell’allora Calcio Napoli, pubblicata nella rubrica ” l’Arcimatto” del Guerin Sportivo, il 27 novembre 1961, Brera dimostrava grande conoscenza di talune dinamiche economiche che sottendevano l’ (presunta) epopea risorgimentale:

Vedendo Napoli, comandante, mi sono un poco adirato di notare che era “scontata”, e che dovevo la delusione alle troppe cartoline illustrate, perfino alle scatole di un cacao piemontese. Fuor dall’atmosfera per tricromie, a due passi dal mare, il grigiore ossessivo della miseria: e la rassegnazione atavica dei napoletani che indignava in me il populista che sono sempre stato (non per degnazione, comandante, bensì per nascita).

Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente ero vittima, i napoletani producevano in me profondissima tristezza e solidarietà umana. I loro occhi, più antichi e desolati dei miei, sapevano di privazioni e di stenti, di furberie disperate, di umiliazioni continue di fronte alla vita.
Ben presto ebbi il sospetto, tuttora vivo in me, che ai poveri napoletani si rivolgessero mille e un elogio gratuito per gabbarli. Noti, comandante, che io non sono di quegli italiani che auspicano seriosamente lo scavo di un canale divisorio a sud di Siena. Ho studiato abbastanza per capire che l’unione nazionale, perfezionata con la conquista del Sud, ha assicurato alle Regioni del Nord un buon mercato per le loro industrie. Che poi l’Italia unita presenti il quasi comico paradosso di un Paese governato politicamente dalle proprie colonie economiche, questo non mi riguarda. io so che vendere una casseruola lombarda a Canicattì è soltanto possibile perché i nostri governanti – meridionali per il 90 per cento – ci proteggono con alti dazi dalle casseruole tedesche o inglesi, che costerebbero forse la metà delle nostre. So pure che quelle casseruole sono di difficile logorio nelle cucine meridionali. E non disgiungo affatto, nei napoletani, la facile resa al sentimento dal difficile logorio delle casseruole.

Dimostrando di conoscere quel fenomeno di ascarismo meridionale che tanto ha aiutato l’industria padana della nuova Italia e soprattutto che i napoletani non sono quei gran furbi che si vuole far credere , con il solo intento di continuare a prenderli per il culo.

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