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Gigi di Fiore: così deprezzarono Pietrarsa

La storia di Pietrarsa è poco conosciuta. Oltre ad essere un luogo simbolo del lavoro del sud preunitario, è un simbolo, per troppo tempo taciuto, della prima lotta operaia dell’Italia unita repressa nel sangue.

Le Officine di Pietrarsa sono state la prima fabbrica, in Italia, di locomotive, rotaie e materiale rotabile. Il loro nome iniziale fu Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa.

Gigi di Fiore, storico e giornalista de Il Mattino, oggi racconta di come l’opificio, prima del martirio degli operai che si opponevano alla svendita, fu deprezzato.

Scrive Di FIore sul proprio blog:

Non tutti sanno che, nei due anni che precedettero la svendita ai privati dell’opificio, avvantaggiando l’attività dell’Ansaldo di Genova, ci fu un lavorio frenetico di deprezzamenti, speculazioni, manovre basse per svilire lo stabilimento. L’obiettivo era colpirne la credibilità, l’attività economica, la capacità produttiva per smantellarlo e farlo arrivare nelle mani di gente senza scrupoli pronta ad arricchirsi.

Alla manovra si prestà il giornale il Pungolo, fondato a Milano da Leone Fortis nel giugno del 1859. Vendeva diecimila copie e, nei numeri 191 e 192 del 1861, si occupò di Pietrarsa. Lo fece pubblicando in due tempi una lunga lettera che deprezzava la fabbrica, bollandola come frutto di manie di grandezza della precedente dinastia borbonica, senza convenienze produttive e senza guadagno reale. Fabbrica di Stato, priva di clientela privata propria, scrisse il Pungolo.

 

Un “gravoso peso per lo stato”, un laboratorio che “campava” solo di commesse pubbliche. Come se fosse questo un buon motivo per sbarazzarsene. Chissà cosa penserebbero oggi gli estensori di quegli articoli guardando ad una fabbrica di automobili che di sostegni e finanziamenti pubblici ne ha persi a pioggia.

Il colonnello d’artiglieria Luigi Corsi, tuttavia, che di Pietrarsa fu direttore fino all’unificazione del paese, rispose con decisione al Pungolo.

In 43 pagine, il colonnello rintuzzò le tesi del Pungolo. Citò dati, come oggi si direbbe il fatturato tra gli anni 1858 e 1860: un milione e 66141 ducati. La distanza eccessiva da Napoli? Solo due miglia, rispose Corsi. E poi il punto più scandaloso, che svelava le intenzioni della lettera anonima accolta dal Pungolo: la proposta di pagamenti per la vendita solo dopo 15 anni dalla cessione e senza interessi. Come a dire: un regalo, per un opificio in grado di rifornire Ferrovie e Marina militare.

 

Insomma, Corsi capì che probabilmente, ieri come oggi, la svendita avrebbe dovuto favorire qualcuno. Il finale della storia è tragico.

Il 10 gennaio 1863 lo stabilimento di Pietrarsa con quanto conteneva veniva concesso in affitto, per 30 anni alla somma di 45.000 lire dell’epoca, dal Ministro delle Finanze del governo Minghetti alla ditta costituita da Iacopo Bozza; ciò portò alla riduzione dei posti di lavoro, a scioperi e gravi disordini repressi nel sangue; il 6 agosto 1863 una carica di bersaglieri provocava 7 morti e 20 feriti gravi

L’articolo completo di Gigi di Fiore dal suo blog.

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