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Il revisionismo sul revisionismo e quei 13 (?) morti di Pontelandolfo e Casalduni

Un ottimo intervento del giornalista e scrittore Gigi di Fiore sul proprio blog, risponde ad un serrato e discusso botta e risposta storico.

Perchè non si riesce ancora a scrivere una storia comune e condivisa di questo paese?

O forse non si sente la necessità di creare alcuna reale unità.

Un breve estratto, vi invito a riflettere e a leggere qui l’articolo completo:

Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E’ il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l’annessione del Mezzogiorno al resto dell’Italia.

Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di chi, come lui li chiama, “storici non patentati”, ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall’esercito piemontese e spediti al Nord in prigioni come Fenestrelle.

Obiettivo della ricerca era smentire l’esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti nelle strutture di detenzione. L’obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall’accademia ufficiale.

Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato “Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle” riprende la questione. E allarga il campo di visuale.

E conclude:

A Pontelandolfo e Casalduni nel 2011, a nome dell’Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne “I vinti del Risorgimento” nel 2004 e poi in “Controstoria dell’unità d’Italia” nel 2007) si legge l’orrore: civili uccisi a  freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.

Eppure quella era già regno d’Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l’annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c’è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d’Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si hanno altri obiettivi.

 

Eh già perchè secondo l’odierno scoop storico del Corriere del Mezzogiorno (vecchio di 12 anni), i morti sarebbero stati solo tredici a Pontelandolfo e zero a Casalduni. E chi fu violentata, in realtà non fu violentata. E non morirono bambini. L’unica ragazza uccisa avrebbe avuto poco meno di 18 anni (una curiosità agli estensori dell’articolo odierno, ma , quando, un evento drammatico può essere catalogato storicamente come “eccidio”? Occorre un numero minimo di defunti?)

E gli Stormy Six che negli anni 70 (Pino Aprile non aveva ancora scritto nulla) che dedicarono una canzone all’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo..beh si sono sbagliati pure loro. E le scuse di Giuliano Amato e del comitato per l’Unità? Ebbè un eccesso di zelo.

Il punto, pur volendo assecondare la diatriba sul calcolo dei morti, nonostante le fonti, se vogliamo, non è neanche il numero (avrebbero forse 13  meno dignità di 164?), ma la corretta analisi di quanto è accaduto, perchè è accaduto e con quali modalità.

Quello che importa, è sapere se ci sono stati strascichi, di quegli eventi, oggi, se le teorie di Lombroso che, in parte,  giustificavano certe azioni e rappresaglie militari ad esempio, si siano protratte fino ai giorni nostri, determinando la sorte di tanti cittadini.

Se, ancora, i metodi usati furono quelli di una guerra (perchè le cose vanno identificate col loro nome) mai nei fatti dichiarata e di certo non con i canoni di una passeggiata romantica. Se certi “atteggiamenti” e certi “modi di fare” da Prometeo conduttori di civiltà, allora come oggi, contraddistinguono, immeritatamente, ed elevino, una parte del Paese nei confronti dell’altra. Gli stessi canoni per cui ancora oggi, io sono un terrone e, se del caso, “torna a casa” o “puzzi” o “imparate da noi la civiltà”. Ma questo poco importa agli strenui difensori della patria.

Alla fine della fiera tra Pontelandolfo, Casalduni, e Bronte..stì intellettuali terroni stanno facendo storie per una quarantina di morti tra la popolazione civile (se aggiungiamo Fenestrelle, si arriva a un centinaio scarso) . E che vuoi che sia…

Oggi li chiameremmo danni collaterali dell’esportazione di civiltà..(stà a vedere che pure l’eccidio di Pietrarsa sarà derubricato a rissa da biscazzieri).

Non si fa attendere una lunga replica di Pino Aprile, chiamato in causa da Macry, di cui mi piace riportare questo breve paragrafo:

Il 14 Aprile del 2003 un grande giornalista e studioso di storia, il cui equilibrio tutti appreziamo, a proposito delle stragi del Risorgimento, citava il libro di Lorenzo del Boca Indietro Savoia, allora presidente nazionale dell’ordine dei giornalisti, vice direttore de La Stampa che <<sulla scia di un’osservazione fatta qualche tempo fa da Giovanni Russo, nota “Pontelandolfo fu una specie di Marzabotto ,un atto di vandalismo senza motivo e senza giustificazione, però la storia di Marzabotto fa parte del patrimonio di memoria collettiva ..mentre di Pontelandolfo sanno la gente del posto e il suo sindaco”. Sono d’accordo con Del Boca.>> Firmato Paolo Mieli., sul Corriere della Sera, senza che nessuno gli rimproverasse (e vorrei vedere!) il raffronto. Capisco che con me è più facile.

E, successivamente, sul proprio profilo Facebook:

I dati con cui si vorrebbe dimostrare che i morti furono solo 13 sono citati già in Terroni. Ma è citato pure il resto dei dati di don Panella (curiosamente taciuti…), secondo i quali, il numero delle vittime è nell’ordine delle centinaia; come confermato dalla stampa governativa dell’epoca, oltretutto.

Enrico Cialdini ordinò:

Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. (citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento: legittimisti e briganti tra Borbone e i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000, pag. 210)

Antonio Ciano, scrittore meridionalista obietta:

I morti, come riporta la Civiltà Cattolica del 1861 erano almeno 164, notizia attinta dal POPOLO D’ITALIA, giornale filo piemontese molto informato. I piemontesi nascondevano le notizie , avevano paura della reazione internazionale, come successe a Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, dove amamzzarono circa seicento renitenti alla leva e molti cittadini che si erano ribellati: Un sacerdote, mosso a piatà, scrisse i nomi di Angelina Romano e pochi altri sul registro dei morti.

Dagli atti parlamentari della Camera dei Deputati, da pag 21128:

E Giuseppe Ferrari ancora continua: «Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie. Nel turbinio degli avvenimenti le nuove s’ingrandiscono, le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5.000 abitanti, fosse stata trattata. Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei».
E continua: «Quante scene di orrore! Qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono fucilati – giustamente, se volete – ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne, i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile.
«Mai non dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall’incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata, una fanciulla si trascinava da lui fucilata nella spalla perché aveva voluto salvare l’onore e, quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre».

O forse il dichiarante di cui sopra, era in preda a visioni mistiche causa Falanghina del Sannio?

Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie:

 Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava (fonte: Giovanni De Matteo, 2000 , op. cit., p. 210.)

Tirando le somme: a causa dell’incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi,[1] altre di 400[15], altre di circa 900[16] ed altre ancora di almeno un migliaio[17][18]. Ma al quotidiano di cui sopra, hanno le idee chiarissime.

 

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1 comment

  1. dal diario di Carlo Mongolfo bersagliere e testimone oculare dell’eccidio di Pontelandolfo ” al mattino del mercoledi, giorno 14 riceviamo l’ordine dientrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti meno i figli ,le donne gli infermi…………….entrammo nel paese: e subito abbiamo incominciato a fucilare i preti (63) e uomini quanti ne capitavano…………..ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti. Quale desolazione,non si poteva stare per il gran calore e quale rumore facevanoquei poveri diavoli,che la sorte era di morire abbrustoliti