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I libri non si vietano per pregiudizio, si leggono. Così ricordo “Controcorrente”…

Io ancora me la ricordo la prima volta che ho letto quel nome. Si, ancora me lo ricordo, quel pomeriggio d’autunno assolato di oltre venti anni fa. Faceva capolino da una vetrina, semioscura, in una via nascosta, più nascosta di quella principale, di quella grande che porta a Piazza del Plebiscito.

Io me la ricordo ancora, come se fosse ieri, quella copertina, non patinata, coi disegni fatti a mano di uomini barbuti e donne col cappello. Così diverse dalle copertine della Mondadori o di Feltrinelli. Graficamente discutibili, ma tanto colorate, che l’adolescente come me, che veniva dalla provincia, sentiva più vicine perché “meno importanti”.

Me lo ricordo ancora, quel luogo e tutti i quei libri con la scritta sopra : “Controcorrente”, che per l’adolescente “di campagna” che inizia a scoprire la città è un supporto alla naturale contestazione, all’uscita dalla famiglia, alla oleografica (e se volete) abusata e retorica fuga dagli idòla domestici, dal focolare sacro con le leggi imposte, con i numi tutelari già scelti, messi lì, da rispettare.

Così, a 14 anni, il sabato pomeriggio, quando potevo rientrare più tardi a casa, nei Campi Flegrei, quando i compiti potevo farli alla domenica, su, da Montesanto, con la scusa di voler raggiungere il belvedere del Plebiscito (ancora non liberato dalle auto, ancora mezzo parcheggio dal sapore tardo sovietico), poi giù, lungo via Toledo, ed ancora più giù verso un luogo che per me aveva il senso del proibito (molto più del cinema Roxy che trasmetteva film per adulti), verso un posto che era l’antitesi del luogo comune, verso quelle copertine e quegli slogan senza una via di mezzo, senza alcuna diplomazia, scorretti, controcorrente.

La prima volta che avevo sentito parlare di Sud e boicottaggio era stato durante gli anni di Maradona, quando il Milan vinse lo scudetto all’ultima giornata o quando al Napoli (che pure vinceva tanto) le squadre del Nord (“con l’aiuto del Palazzo”) glielo mettevano a quel posto. E allora mio nonno mi diceva “dobbiamo boicottare la Fiàt”(con l’accento sulla “a”) oppure “non dobbiamo guardare più Canale 5”. Però a pranzo era sempre lì tra Mike Bongiorno e Corrado.

E allora non riuscivo ancora a comprendere quella che più tardi sarebbe stata la metafora zitariana del Galbanino che ruota sulla scarpata al di sotto della Salerno-Reggio Calabria.

Il Sud, per me, era solo l’inferno di Bocca, era solo l’assistenzialismo della Cassa del Mezzogiorno, la disoccupazione, gli scioperi, la camorra pervasiva. Fino a quando non ho aperto la porta di quel luogo silenzioso. Senza salutare.

Io il titolo non me lo ricordo, c’erano uomini barbuti e donne con cappelli stravaganti. Fu il punto di non ritorno. Se a uno che tra pellirossa e cowboy ha scelto sempre i primi, se a un adolescente che inizia a mettere in discussione “il padre, la famiglia, gli amici, la buona educazione”, gli andate a dire che poco meno di un secolo prima, giù al Sud, un esercito di poveri Cristi fronteggiava truppe regolari, per difendere l’aspirazione alla propria libertà, iniziate a seminare i primi germogli di contestazione, pronti a mettere in discussione, (si se volete anche in maniera poco saggia, ma non esistono adolescenti saggi, per fortuna) quanto viene imposto senza alcuna critica o discussione.

Io quei libri non li ho mai comprati, perché mia madre mi “mandava a Napoli” solo con 2 o 3 mila lire. Ché sennò avrei rischiato di perderli o farmeli rubare. Ma li leggevo a dieci pagine alla volta, di nascosto, ogni sabato pomeriggio. E poi li risistemavo sull’espositore, per non sembrare maleducato col signore che stava lì dentro.

Finchè, un giorno, un amico, che veniva con me dal natìo borgo selvaggio e che volevo introdurre a quel “mistero”, dopo essere entrato mi disse “uagliò ma c’amma fa ccà?! Ma questi sono libri fascisti!”. “Embè?” – risposi io – “Sono libri, mica olio di ricino!”.

Io avevo il terrore dell’olio di ricino perché mia nonna mi raccontava sempre (raccomandandomi di non dirlo a nessuno) che pure a mio nonno, il padre di mia madre, una volta gliel’avevano dato ed era stato tanto male. E mio padre mi diceva sempre che per colpa del fascismo mio nonno aveva perso il lavoro di operaio ai cantieri navali di Castellammare. Perché “non si era voluto fare la tessera”.

Ecco a me il fatto che potessi “violare” quel cazzo di fascismo, leggendolo, mi faceva sentire sicuro e libero. Perché in fondo i miei nonni, per quel fottuto olio di ricino, quei libri, anzi, qualsiasi libro avessero voluto, non avrebbero avuto possibilità di leggerlo alla mia età, in totale libertà.

Quei libri li ho continuati a leggere, di nascosto, fino a quando la mia prima fidanzata non ha preteso più attenzioni delle pagine bianco sporco.

E a 15 anni, proprio perché gli ormoni e la fiducia incrollabile verso una esistenza proiettata all’eternità, annebbiano le idee, la coscienza e la saggezza, finisci per accettare il compromesso dei primi baci rubati nella penombra dell’ultima fila di un cinema del centro.

Io non lo so se quei libri che raccontavano di briganti e brigantesse, di re codardi e uomini pronti a morire per la libertà. fossero fascisti oppure no. So che insieme a tanti, tantissimi altri libri di cui mi sono nutrito insieme alle istruzioni del primo videoregistratore VHS, mi hanno insegnato ad essere libero e a non appiccicare etichette addosso ad alcun individuo. Perché ogni uomo è emancipato proprio quando è scevro da qualsiasi condizionamento e riesce a rendere liberi gli altri non imponendo sovrastrutture. Se Prometeo si fosse preoccupato di poter morire carbonizzato, non avrebbe portato il fuoco al genere umano.

Ieri ho scoperto che quel signore, coi capelli molto più grigi, che ogni tanto era lì, in quella libreria così diversa da Feltrinelli e Mondadori, è morto. Era il fondatore di “Controcorrente”.

E mi è venuto in mente, John Donne:

“Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Se non avessi letto Hemingway, non avrei conosciuto John Donne. Se non avessi letto i libri di Pietro Golia, sarei stato meno libero di oggi (per la cronaca non ho mai votato alcun partito di destra). Perché oltre le etichette, ogni pagina parla del genere umano. Proibirli o bruciarli, diminuisce, come la morte, l’umanità. E il pregiudizio distrugge ogni memoria.

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