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I preti uomini e i preti quaquaraqua’

Saranno stati più di venti anni fa. Dopo aver preso a calci il Super Santos contro i muri dei palazzi, si andava in oratorio da Don Raffaele, don Rafè come lo chiamavamo nel codice convenzionale della semplicita’.
Don  Rafè, aveva da poco comprato, con una colletta, un grande tavolo da ping pong, dove noi consumavamo interi pomeriggi d’inverno. Lo teneva in una sala, nella sagrestia umida. Potevamo giocare solo se la domenica avevamo partecipato alla messa.

Ogni tanto pure don  Rafè prendeva la racchetta in mano e raccontava di un improbabile passato che, da giovane, lo avrebbe coinvolto sulla soglia della convocazione per le Olimpiadi, nella specialità del tennis tavolo. Noi facevamo finta di credergli.

Un giorno, uno di quelli che ricordo nitidamente anche nel mezzo del cammin di nostra vita, proprio mentre don  Rafè sfidava Luigi, sulla soglia della stanzone umido del ping pong, si materializzò uno di quei figuri che al mio paese chiamiamo: aspirante guappo di cartone. L’ultimo anello di una catena infame, quello che deve accreditarsi presso le alte sfere della malavita.  Faccia consumata dall’eroina e sguardo assente.

“Uè uagliò, ti si venut a fa ná partita “, sei venuto a giocare?- esordi il sacerdote invitandolo a giocare con noi.
Ma l’aspirante guappo di cartone, per risposta, afferro’ la pallina che rimbalzava davanti al muso di Luigi, in un gesto che non ammetteva repliche.

Il suono a vuoto della racchetta che schiaffeggiava l’aria ed andava a colpire il nulla, anticipò la sua missione : “don Rafè, m’avita fa nù regalo…”, dovete farmi un regalo.

Aveva la voce grave e decisa di chi non e’ li per contrattare ma per pretendere, in virtu’ di non si sa quale diritto acquisito. Con l’altra mano mimava il gesto della banconota.

A quel punto il sacerdote lasciò la racchetta sul tavolo e si mosse dalla posizione con la schiena piegata e flessa, tipica del giocatore di tennis tavolo. Si tolse il colletto bianco inamidato e lo poso’ sulla superficie verde scuro.

“Ragazzi andate a spegnere le candele sull’altare” ci disse, invitandoci ad uscire. Il più grande tra noi avrá avuto non più di 14 anni.
Mestamente lasciammo la stanza che era circondata da grossi e spessi vetri. Come un acquario. Sentimmo la porta chiudersi alle nostre spalle e poi “uagliò non tengo niente…” si giustifico’ il prete.

Non sapemmo mai cosa altro si dissero. Sentimmo solo dei forti tonfi,
prima di voltarci, per la curiosita’, e vedere, senza arrivare mai a spegnere le candele sull’altare, don Raffaele in completa balia del’aspirante guappo di cartone, che gli afferrava la testa e la batteva forte sul nostro tavolo da ping pong.
Restammo li. Impietriti. Con la certezza che don Raffaele non era don Abbondio ed il coraggio ce l’aveva, perché non gli diede neanche cento lire.
“Mi dovevo comprare un paio di scarpe” disse ad uno dei primi giornalisti che si occupavano di anti camorra per la televisione.

Da allora capimmo perché, ogni tanto, aveva il naso e gli occhi gonfi. Ci stava insegnando il prezzo della libertà.

L’aspirante guappo di cartone fece carriera, nonostante qualche mese trascorso nella patrei galere  fino a finire, a non più di quaranta anni, in una cassa di zinco.

Don Raffaele non è stato l’unico in trincea, al mio paese. Pure un altro sacerdote, andava spesso in giro con gli zigomi e gli occhi lividi. Qualche volta gli hanno anche sfasciato la chiesa. Anche lui rispondeva che non aveva spiccioli perché doveva comprarsi delle scarpe nuove, tanto che immaginavo questi preti  disposti a fare chilometri a piedi pur di non dare soldi ai guappi di cartone.

Noi no, siamo ancora vivi, figli di una provincia piena di episodi di coraggio come questi, che fanno notizia solo se, a perdere, sono “i buoni”.  Nessuno di noi ha mai pagato ‘a tangente.

E alle deliranti richieste di inviare l’esercito al Sud per controllare capillarmente il territorio, suggerisco di mandarci tavoli da ping pong, piuttosto.

 

 

 

 

 

 

 

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