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ICT: la Calabria che sforna informatici da esportazione. Un caso?

Questa mattina ho trovato un interessantissimo articolo di Francesco Maria Pezzulli pubblicato ieri sulla rivista Economia e Politica. Partendo da alcuni spunti e suggestioni elaborate da Riccardo Realfonzo sull’ultimo rapporto Istat, Pezzulli mette in evidenza le profonde contraddizioni del Sud in cui la desertificazione industriale produce comunque “manodopera qualificata” destinata alle aziende del Centro Nord (e dell’estero).«il sottosviluppo (del Sud, ndr) produce istruzione per le aree sviluppate» scriveva Barbagli in Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973).

Scrive Pezzulli:

Prendiamo un esempio, il settore informatico. In termini strettamente economici il dualismo informatico italiano consiste in ciò: l’80% delle imprese e degli occupati sono nel centro nord, concentrati soprattutto tra Roma e Milano, che anche prese singolarmente superano l’intero mezzogiorno; il restante 20% di imprese e occupati sono al Sud. Ma se cerchiamo di “attraversare” questo divario percentuale, invece di limitarci alla sua lettura, possiamo rilevare alcune caratteristiche funzionali del divario stesso. Il mezzogiorno è infatti un’area di delocalizzazione incentivata per la produzione industriale di prodotti informatici. Non solo, è anche e soprattutto un importante bacino di formazione e reclutamento di specialisti e tecnici informatici, che prestano la loro opera quasi esclusivamente in multinazionali ICT e nelle imprese nazionali del settore. 

Il giornalista affronta poi l’emblematico e apparentemente contraddittorio caso della Calabria in coda ai diversi indicatori socioeconomici proposti dall’Istat e dagli altri istituti di rilevazione. Proprio la Calabria è la regione italiana che, in rapporto alla popolazione residente ed ai laureati in discipline informatiche, forma il maggior numero di professionisti informatici; professionisti che, per la gran parte non restano in Calabria si trasferiscono altrove. Contribuendo in questo modo al continuo impoverimento della regione medesima.

Pezzulli individua precise responsabilità in questo andamento funzionale e non casuale:

Per capire come tutto ciò non sia casuale, né imposto da mani invisibili, ma sia piuttosto una conseguenza attesa e voluta dai poteri locali e dalle imprese centro settentrionali, bisognerebbe ricostruire la storia sociale e politica dell’informatica regionale, storia che è alla radice della fuga degli ICT calabresi. Rimando tale compito ad altra sede, dati i limiti del presente scritto, ma voglio qui solamente ricordare  che il famoso “piano Telcal” – che nei verbali di attuazione venne definito in grado di accelerare la dinamica del mercato meridionale sia sul fronte della domanda che su quello dell’offerta, tramite organiche applicazioni innovative in ogni ambito del sistema socioeconomico e volano d’occupazione per i giovani informatici calabresi – si rivelò valido e conveniente solo per i gruppi dominanti a capo della Regione Calabria e delle principali istituzioni economiche locali (Confindustria, la Banca Carical oggi Carime, eccetera); e per le imprese nazionali che si trovarono a gestire – o furono coinvolte a vario titolo – il cosiddetto secondo intervento straordinario, promosso dall’agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno che dal 1986 sostituì la “Cassa” (Finsiel, Olivetti ricerca, Telecom, eccetera). Questi gruppi sono stati a tutti gli effetti i principali artefici della distruzione dell’informatica regionale o, se vogliamo, del suo mancato decollo che fu, dualisticamente, funzionale alle imprese nazionali del settore ed allo status quo meridionale. Non per motivi squisitamente economico generali, ma a causa di scelte politiche le cui logiche non sono comprensibili senza indagare gli assetti istituzionali formali ed informali che caratterizzano la gestione dei poteri, il Piano “Telcal” cessò di esistere nei primi anni del duemila. 

Ma mentre i soliti piani emergenziali produssero le consuete cattedrali nel deserto, coil bagaglio di desertificazione industriale talvolta accompagnato dal “prendi i contributi e scappa”, i poli di istruzione accademici continuarono a formare eccellenze in grado di affrontare le sfide professionali del mercato globale.

Scrive ancora Pezzulli:

La facoltà di ingegneria dell’Unical, nelle sue diverse specializzazioni, ha sempre goduto di buona fama, ed ha registrato sin dalla sua nascita il maggior numero di iscritti rispetto alle altre facoltà. La specializzazione privilegiata, ieri come oggi, è ingegneria informatica: ogni mille studenti Unical 78 sono ingegneri informatici; ogni mille laureati Unical, 50 sono ingegneri informatici: le quote più alte d’Italia. E’ chiaro che una simile produzione di professionisti non avviene per le imprese locali ma soprattutto per quelle esterne. In un censimento svolto a metà degli anni ’90, e poi ripetuto dieci anni dopo, il risultato non è cambiato: sette informatici su dieci lavorano fuori dalla regione, soprattutto a Roma e Milano, in grandi gruppi nazionali o esteri.

In un secolo e mezzo, il Mezzogiorno ha sfornato alte professionalità che, come in tanti riconoscono, nonostante la mancanze di investimenti adeguati nell’istruzione e nella ricerca, sono sempre stati funzionali allo sviluppo di altre aree geografiche escluse quelle di provenienza, con la connivenza della politica locale.

Un caso, secondo voi?

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