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Il buana bianco italiano ha parlato: a Napoli ha vinto la plebe

fotto tratta da Google Immagini

Il buana bianco radical chic ha iniziato a parlare, anzi a tacere, su Napoli all’indomani del ballottaggio, quando si è reso conto che il proprio editore di riferimento, che fosse stato a Roma o Milano piuttosto che a Genova, aveva fallito e non era rappresentato.

A quel punto la città di Partenope, coi suoi movimenti anticamorra, con i suoi giornalisti con la scorta ma senza fiction di successo alle spalle,  è diventata quanto era e forse diventerá, una enclave in terra straniera.

Il silenzio calato su Napoli è poi divenuto una scrollata di spalle, carica di sdegno: hanno vinto i lazzari, quelli  che si accontentano del populismo, i napoletani ignoranti, incivili, una epifania del popolo bue che si è identificata in Luigi De Magistris. Hai voglia a spaccare , inoltre, il capello sull’astensionismo, orde di giornalisti con la poltrona in redazione offerta dal commendator Zampetti ignorano, tronfi di erudismo da Facebook, che con quella percentuale viene normalmente eletto pure il sindaco di New York o il presidente USA.

Si tratta di analisti del talk show, professionisti del blablabla, residuati bellici 68ini o imbonitori orfani del berluscoleghismo. E già, perché quando intere masse di elettori portavano acqua al mulino di un diplomato per corrispondenza che si era inventato la Padania, parlavano di costoro, di questi elettori, come di grandi faticatori con partita iva e fabbrichetta, vittime dello  stato centrale. Gente che meritava rispetto, da viva e da morta, pure se predicava razzismo e cazzate a volontà. Ma erano funzionali, funzionali al buana bianco che non capisce l’anomalia napoletana. E non può controllarla, se non con le forze di oppressione  del territorio che dai tempi di Tore de Crescenzo , noi persone perbene chiamiamo camorra.

Il buana bianco italiano, infatti, sa bene che tra i consiglieri comunali eletti a Napoli ci sono giovani che da anni combattono sul territorio contro Gomorra.

E non gli va bene, storcono il naso e si arruffano le barbe col tipico atteggiamento della sinistra radical chic, quella sinistra che è fascista e classista nell’animo, quella sinistra snob che firma petizioni per salvare il villaggio di pescatori in Patagonia ma non ha mai visitato le periferie di Scampia, Pianura o Secondigliano. Non gli va giù che quella plebe per cui fomentava rivoluzioni ed otteneva poltrone nei consigli di amministrazione (per sè o per i suoi) abbia preso coscienza di sè, della propria storia fatta di sangue e sfruttamento, ora che non serve più come carne da macello per il commenda padano che finanzia i partiti e si fotte i fondi pubblici.

Fatevene una ragione, questa Napoli senza padrini a Roma o Milano ha deciso di fare da sola, fottendosene dei vostri giudizi razzisti e livorosi, fottendosene del vostro anticamorrismo di professione che  ingrassa conti in banca e cela relazioni pericolose sacrificate alla ragion di Stato, fottendosene dei vostri commissari  alle emergenze che arricchiscono capi famiglia, aziende d’oltre Garigliano e ascari locali. Fottendosene della marginalità a cui avete voluto condannarla da un secolo e mezzo, sotterrando verità e soffocandone l’orgoglio. Il capro espiatorio dei peccati e dei vizi italici, ha deciso di farsi artefice del proprio destino.

JATEVENNE.

PS: ovviamente da Barcellona arrivano le congratulazioni, a dimostrazione del razzismo latente, tutto indigeno, verso la città di Napoli

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