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Il conformismo della informazione, la partita della pace e la morte di Ciro

A bocce ferme, mentre si dirada la cortina di commozione di questi giorni intorno alla morte di Ciro, tante domande restano, così, come inquietanti e paradossali continuano ad essere alcune dichiarazioni.

Tra le tante, quelle di un uomo delle Istituzioni, Giuseppe Pecoraro, prefetto di Roma. Prefetto anche il giorno in cui Ciro è stato ucciso che al Mattino dichiara:«Organizziamo un’amichevole, una partita della pace tra Roma e Napoli per ristabilire regole di civiltà e non dimenticare quanto accaduto a Ciro Esposito».

Caro prefetto, davvero crede che basterebbe una partita di calcio “della pace” come la chiama lei? Serve tutt’altro. Indagini fatte per bene innanzitutto perchè qui il timore di alcuni è che Ciro sia la vittima di un gioco molto più grande che è sfuggito di mano. Quindi si cerchi di fugare questi dubbi e di accertare le responsabilità ed i colpevoli, in tempi rapidi perchè pare assurdo che a quasi due mesi di distanza l’unico movente accertato sia da ricercare nell’appartenenza di tifo e territoriale del povero Ciro. Fosse così, chieda l’avvocato Pisani, legale della famiglia Esposito, l’aggravante dell’odio razziale per l’omicida. Ma è davvero questo o anche questo? No perchè, qualcuno paventa inquietanti similitudini con gli anni 70…

Intanto per la stampa, soprattutto quella delle ben note latitudini, l’attore non protagonista continua ad essere “Genny a Carogna”. Il motivo? Lo si ignora, a meno di non voler pensare a mera sciatteria giornalistica. Il che continua spostare l’attenzione altrove rispetto al fulcro della vicenda.

Gigi di Fiore, giornalista del Mattino giustamente scrive:

Un commentatore si diceva dispiaciuto che le condizioni di Ciro fossero ormai senza speranze, ma poi aggiungeva – parola più, parola meno – “sì, però, le immagini di quel Genny la carogna non le vorremmo mai più vedere”.

Ancora, di nuovo, come tanti altri prima. Genny la carogna e la pigra e facile equazione dell’ultrà napoletano vicino alla camorra, del violento buzzurro (il fisico e il look, di certo, non aiutavano quel Genny a sfuggire alla semplificazione mediatica), di chi aveva tenuto uno stadio intero sotto scacco.

Che poi aggiunge:

Poi, c’era stato quel Genny, alibi e rifugio per pigrizie intellettuali e scarsa comprensione su quello che era accaduto. Paginate intere a chiedere inasprimenti di pene per il Daspo, stadi sicuri, ultrà da allontanare.

In una confusione totale e grottesca si continuano a richiedere pene più severe per gli ultras e provvedimenti Daspo come se piovesse.

Non considerando che :

  • Ciro è stato sparato fuori dallo stadio da un delinquente che con la partita che avrebbe avuto luogo di lì a poco non avrebbe avuto nulla a che fare.
  • Che quel delinquente era stato oggetto di un provvedimento di Daspo, quindi a che serve seminare Daspo se poi si lasciano le città in balia di personaggi in grado di pianificare agguati armati di pistola?

Provvedimenti che dunque, seppure fossero stati vigenti, non avrebbero impedito la morte di Ciro. Di cosa parliamo, dunque?

E poi il nodo fondamentale: perchè non è stata garantita la sicurezza dei tifosi ospiti non di una città qualunque, ma della Capitale di questo paese?

Così Gigi di FIore:

Genny la carogna è servito da alibi per rimuovere questo nodo. E purtroppo, assai spesso, la parola camorra viene utilizzata a sproposito per dire tutto e niente, coprendo le proprie incapacità a comprendere la complessità di ciò che accade. […] Sul Mattino, poche ore dopo la tragedia, un funzionario della Digos di Napoli, in servizio a Roma, descrisse ore di confusione, disorganizzazione, sottovalutazione sulla zona da presidiare, quella dove è avvenuto l’omicidio, lasciata totalmente nelle mani di folli sparatori vestiti da ultrà.

 

Ed allora torniamo all’inizio di questo post. Vi sembra ragionevole ed adulto addurre una partita di calcio a motivo di risoluzione della questione e per ristabilire regole di civiltà?

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