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Il Foglio: giudice Esposito? Il simbolo della decadenza dei costumi di Napoli

Le accuse più frequenti a questo blog, tra le tante, riguardano un presunto grado di “visionarietà”, intesa non come visione completa e chiara degli eventi, ma di prolissa e sceneggiata narrazione dei medesimi e dei fatti da cui vengono generati.

Purtroppo, ahinoi, gli accadimenti finiscono sempre per darci ragione e talvolta gli stessi superano le nostre stesse capacità di sceneggiatura.

Così, saremmo “visionari” quando affermiamo che Napoli ed il napoletano assurgono sempre a termine comparativo di minoranza. Sempre. Anche per giustificare l’ingiustificabile e, come si dice a Napoli, all’interno del piatto, la carne và sotto ed i maccheroni sopra. In una precisa strategia di comunicazione e di ribaltamento della realtà.

Senza entrare nel merito della vicenda, vi invito ad analizzare le accuse che, molti quotidiani, stanno portando al giudice di Cassazione, Esposito, puntando tutto sul suo “accento” o “dialetto” (questo giudice è un mix esplosivo, magistrato, campano ed Esposito).

Un dialetto (peccato che per l’Unesco sia considerato una lingua) che secondo una presidentessa di turno del Senato, non avrebbe cittadinanza neanche tra le aule parlamentari.

E se il sito online di un quotidiano lombardo, per attaccare Esposito, s’era lasciato andare al tiro al cazzeggio sul “dialetto” campano, definito, alternativamente, “turco, gomorrese,borbonico”, all’interno di un sondaggio rivolto ai lettori, ieri ha rincarato la dose il Foglio di Giuliano Ferrara.

E ieri, giovedì, sul Foglio, Annalisa Chirico lo (il giudice Esposito, ndr) paragona a Felice Caccamo, il personaggio tifoso del Napoli inventato da Teo Teocoli a Mai dire gol. «Si tratta — scrive — di un napoletano strascicato, che stride con l’ermellino e se ne infischia della buona immagine, abbandonandosi a commenti in un italiano scomposto». Ma c’è di più, perché in quel modo di esprimersi c’è «il quadro della Napoli di oggi», di «una decadenza dei costumi e delle forme», perché «così non parla neppure un Caccamo qualunque». Segue chiosa dell’elefantino, al secolo Giuliano Ferrara: «’A Caccamiata suprema». (Corriere del Mezzogiorno)

Ora, quello che costantemente sfugge è il motivo per il quale, occorra rendere, le caratteristiche di un soggetto, universali, per aumentarne il grado d’offesa. Come se oggettivando le attitudini (che nella fattispecie si presumono negative) di un individuo, ed inserendolo quindi, in questo caso, nel contesto della “napoletanità”, se ne enfatizzasse la pochezza, la subalternità e la decadenza.

Dinanzi a tale scansione narrativa (come direbbe un presidente di regione) deformata e distorta, il fatto che il giudice abbia parlato in napoletano, con un interlocutore della medesima provenienza geografica, tra noi si usa fare così, lo renda peggiore di quello che potrebbe essere. Al contrario, appartenere ad “altre latitudini” redime anche da una condanna passata ormai in giudicato. Della serie “noi non siamo napoletani”.

Insomma per costoro, seguendo tale filo logico, Gaetano Filangieri, che si sarà pur abbandonato a dialoghi nella lingua natìa, sarebbe una immagine decadente e poco professionale del diritto. E con lui tutta la tradizione giurisprudenziale partenopea (diamine, parleranno in napoletano in tribunale o in famiglia, presumo).

In parole povere: se vuoi fare il comico (anche decadente) o l’attore, parla pure napoletano. Ma per carità, evita di fare il magistrato o il principe del foro.

A ciascun dialetto il suo mestiere.

Ma vi sembra possibile?

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2 comments

  1. Il foglio di chi?… di ferrara il portasfiga?
    Il giudice Esposito deve essere contento che parli male di lui perchè, a proposito dei suoi amici, guardate come sono finiti:
    – era comunista e l’unione sovietica si è dissolta…..
    – è stato sodale di craxi ed il cinghialeone è dovuto scappare all’estero…
    – è diventato consigliori di berlusconi ed è stato condannato…

    • in effetti non ci avevo pensato… 🙂

      in ogni caso il problema il questione non è il merito della vicenda, ma il voler usare l’uso del dialetto come elemento di discriminazione e offesa..