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Il governo dimentica il “made in Naples” dai provvedimenti di sostegno alla moda. Un lapsus?

Tutto è iniziato con una frase del sottosegretario Calenda che, nel corso dell’apertura di Pitti Uomo, kermesse dedicata alla moda che si tiene a Palazzo Vecchio, Firenze, ha dichiarato:

«Questo sarà l’anno più forte da sempre per la moda italiana, il governo ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro, che vuol dire sei volte in più rispetto alla media degli ultimi cinque anni. E la moda è uno dei settori su cui il governo investe di più. Rafforzeremo tutti gli eventi e lavoreremo sulle vocazioni delle singole città italiane: Firenze è la città dell’uomo e del bambino, Milano quella delle sfilate, mentre vogliamo fare di Roma il luogo dove si testano i nuovi talenti, non solo italiani. Se questo sarà l’obiettivo finanzieremo per intero AltaRoma, che dovrà cambiare nome e che sarà il lab per la crescita dei nuovi talenti» (fonte Corriere del Mezzogiorno).

Dimenticando uno dei poli della moda italiana che è Napoli.
La replica furente, raccolta dal Corriere del Mezzogiorno è del patron di Yamamay, marchio moda made in Naples, Cimmino, senatore di Scelta Civica:

«La mia città ha insegnato al mondo come si tagliano e si cuciono giacche e camicie , le cravatte “made in Naples” sono un’eccellenza assoluta e gli esempi potrebbero continuare a lungo. Escludere Napoli significa comunque non conoscere la moda italiana. Occorre un’immediata revisione del programma annunciato (dal governo)che non può prescindere da chi ha contribuito e contribuisce in maniera concreta ed inconfutabile a costruire il mito del Made in Italy nel mondo»

Semplice campanilismo con conflitto di interesse? No , se si considerano i dati di Bankitalia, secondo i quali il settore del tessile-abbigliamento campano, è tra quelli che esportano di più: 280 milioni di euro nei primi sei mesi dello scorso anno il fatturato delle esportazioni.

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