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Il Piemonte preunitario (e l’Italia) come la Grecia sul finire del XIX secolo

Si fa un gran parlare in questi giorni di Calabria e Sicilia come termini di paragone “italiani” per quanto accade oggi in Grecia e delle ripercussioni della crisi ellenica nello scenario politico ed economico europeo.

Eppure il precedente, tutto italiano, è piemontese e datato alla fine del XIX secolo.

E’ Gigi di Fiore, storico e giornalista de Il Mattino, che dal proprio blog ne parla oggi, tornando ai debiti contratti dal piccolo Regno di Sardegna:

Si esaltano sempre le opere pubbliche che fu in grado di realizzare il piccolo Stato con capitale Torino, ferrovie in testa. Quelle opere, naturalmente, furono possibili solo attraverso grossi debiti con le banche e sovraesposizioni finanziarie che fecero scrivere a Francesco Saverio Nitti: “Nel Regno di Sardegna, le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovraesposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento”.  “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento”.

Proprio come una Unione Europea legata imprescindibilmente all’euro per non soccombere nel supermarket globale guidato dalla Cina, così la neonata Italia figlia del Regno di Sardegna, per non rimanere schiacciata dalle Nazioni del finire del XIX secolo si legò alla lira, alla moneta cioè di un piccolo regno e del suo stato di necessità.

Continua l’autore de “La Nazione Napolitana”:

Il tremendo 1853 di crisi economica costrinse Cavour a contrattare un prestito con le banche del barone Rothschild per oltre 66 milioni nominali al tasso del 3 per cento. Fu concluso “a condizioni assai onerose” riconosce Adriano Viarengo, biografo e studioso di Cavour, fruttando solo 45 milioni. Quell’anno, le previsioni di bilancio a Torino calcolavano 147 milioni di spesa per poco più di 107 milioni di entrate. La formula risolutiva fu quella ricorrente anche oggi: riduzioni di spese e aumento di tasse.

Nel 1855, all’avvicinarsi dell’ipotesi di partecipare alla guerra di Crimea, le entrate in Piemonte erano di 129 milioni con spese di 158 milioni. La spedizione militare fu una necessità diplomatica, sollecitata dall’Inghilterra per esigenze militari e politiche delle Nazioni alleate contro la Russia. Per dire sì, naturalmente, Cavour aveva bisogno di soldi. Prestiti bancari che, manco a  dirlo, arrivarono dall’Inghilterra.

Scrisse Cavour al suo ambasciatore a Londra, Emanuele D’Azeglio: “Se non posso annunciare alla Camera che l’Inghilterra ci ha trasmesso la prima rata del prestito prima che le truppe partano per la Crimea, sarò lapidato. Cercate di ottenere subito le 200mila sterline”. E, per l’importanza di quei soldi da ottenere, Cavour curò personalmente le trattative sui prestiti con le grandi case bancarie Hambro e Rothschild.

Alla fine, arrivarono 25 milioni di crediti bancari inglesi ad un tasso di interesse del 3 per cento. A quello, seguirono altri due prestiti, sempre dalle stesse banche, con interessi versati fino agli inizi del Novecento. Li pagarono, attraverso le tasse, tutti gli italiani, non solo quelli che nel 1855 erano sudditi dello Stato piemontese.

Ieri come oggi la finanza imponeva strategie politiche (ed a quel tempo militari) per allargare i mercati di riferimento e collocare titoli pubblici che avrebbero dovuto raccogliere il denaro necessario per finanziare le industrie indebitate con le banche che, ieri come oggi, presentano il conto. Con tanto di interessi.

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