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Il redditizio gioco della compravendita delle frequenze radiofoniche…al Sud

“Radio Padania ci sta assediando. Noi editori delle emittenti locali facciamo fatica a realizzare anche le più piccole modifiche tecniche per farci sentire meglio nel nostro territorio. Dobbiamo rispettare mille cavilli burocratici e se sgarriamo siamo ogni volta puniti dal ministero con una sanzione minima di 6 mila euro. Invece c’è un’emittente che può fare tutto: Radio Padania. Occupa le frequenze libere anche al sud e poi le cede. A Trapani ha già acceso un suo ripetitore due volte. Arriva e poi se ne va”. Queste le parole di Salvo Giordano, della emittente palermitana Prima Radio (al Fatto Quotidiano) che mette in evidenza un fenomeno del tutto legale intendiamoci (grazie alle solite leggi ad personam che vengono create in Italia) e che sono state messe in evidenza con una interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio, lo scorso 1 luglio, rivolta dai deputati  Nuti e De Lorenzis del Movimento 5 Stelle.

Gia’ altre volte avevamo dato conto dell’arrivo al Sud delle trasmissioni di Radio Padania, lo facevamo con preoccupazione, salvo poi scoprire (per fortuna, con piacere) che dopo qualche mese di trasmissione il segnale spariva. A cosa era dovuto? Semplice, secondo quanto si apprende, l’emittente patana aveva venduto le proprie frequenze ad altri.

Come scrivevo e’ un sistema tutto legale, introdotto, manco a farlo apposta, nel 2001, quando la lega governava con Berlusconi, da un emendamento leghista il quale stabilisce che: «i soggetti titolari di concessione radiofonica comunitaria in ambito nazionale sono autorizzati ad attivare nuovi impianti (…) sino al raggiungimento della copertura di cui all’articolo 3, comma 5, della legge 31 luglio 1997, n. 249. Decorsi novanta giorni dalla comunicazione di attivazione degli impianti al Ministero delle comunicazioni ed in mancanza di segnalazioni di interferenze, la frequenza utilizzata si intende autorizzata».

Nella fattispecie di  “titolari di concessione radiofonica comunitaria in ambito nazionale” rientrano due emittenti: radio padania e Radio Maria.

Nuti e De Lorenzis scrivono:

la citata previsione normativa costituirebbe un ingiusto e smisurato favore nei confronti di due emittenti radiofoniche politicamente e culturalmente schierate, di cui una, Radio Padania Libera, costituisce emittente radiofonica di un partito politico, che, tra l’altro, sempre ad avviso degli interroganti, è solita dar voce ad opinioni xenofobe, razziste, omofobe e contrarie all’unità nazionale, così come sancita dalla Costituzione;
inoltre, costituirebbe un provvedimento di assoluto sfavore nei confronti delle numerose emittenti radiofoniche locali, il cui numero negli ultimi anni è drasticamente diminuito, anche a causa delle evidenti difficoltà economiche;
la norma richiamata in premessa, ha consentito a Radio Padania Libera e a Radio Maria di acquisire gratuitamente un elevato numero di frequenze, garantendo un aumento considerevole del proprio patrimonio, senza alcun costo;
in molti casi le frequenze radiofoniche così acquisite sono state cedute a titolo oneroso ad altre emittenti radiofoniche commerciali ovvero in cambio di frequenze di altre aree, in alcuni casi con una differenza di valore che ha consentito comunque di ottenere plusvalenze, anche ingenti;

 

Secondo i parlamentari del 5 Stelle:

la conferma viene anche dal fatto che Radio Padania Libera ha provveduto, sin dall’entrata in vigore della norma, ad occupare frequenze radio su tutto il territorio nazionale, solitamente non trasmettendo ovvero limitandosi a trasmettere i propri programmi per i primi 90 giorni, vale a dire la durata minima richiesta dalla legge affinché la frequenza possa essere acquisita, per poi cedere le frequenze radiofoniche a titolo oneroso ovvero permutandole in cambio di altre frequenze presenti nelle zone settentrionali del Paese.

 

E’ per questo motivo che, secondo Gianni Barbacetto del Fatto Quotidiano, l’emittente padana avrebbe iniziato a trasmettere a Cagliari e a Palermo, a Gallipoli e a Salerno, a Trapani e Avellino. Quanto ci ha guadagnato l’emittente da questa compravendita (legale grazie all’emendamento leghista di cui sopra)?

Sempre secondo Gianni Barbacetto del Fatto Quotidiano:

Il  fatturato di Radio Padania, che nel 2006 era di soli 100 mila euro, nel 2007 cresce a 1, 5 milioni e nel 2008 raggiunge quasi i 2 milioni di euro. Il salto non può essere spiegato con gli introiti pubblicitari, perché le radio comunitarie per legge non possono trasmettere spot per più di 3 minuti ogni ora. Mistero su come vengono contabilizzati gli “scambi”, ma anche sul numero delle frequenze occupate: almeno un centinaio, forse addirittura trecento, secondo le stime degli esperti del settore. Per un valore che potrebbe attestarsi attorno a un minimo di 10 milioni di euro, ma che potrebbe essere anche il doppio.

 

Lo ribadisco, non c’e’ nulla di illegale in certe pratiche. Ma di certo non c’e’ neanche nulla di eticamente accettabile visto che l’etere e’ un bene della collettivita’ e che in questo caso, la compravendita pone una forte disparita’ di trattamento soprattutto nei confronti delle emittenti piu’ piccole realmente radicate sul territorio (minando il principio di pluralita’ dell’informazione). Proprio come la palermitana Prima Radio.

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