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“Io giornalista, ho applaudito i cori contro Napoli”…e vantiamocene pure

1618397_10152192304605600_705410857_nDomenica, stadio Olimpico. Gioca la Roma. Curve chiuse per reiterati cori di discriminazione territoriale contro Napoli (città, non squadra) L’odioso e razzista motivetto (per i paladini del “non è un coro discriminatorio” lasciate che siano le vittime del coro a qualificarlo con giudizio di valore, grazie) parte dalle tribune. Alcuni giornalisti applaudono.

Tra di essi il direttore di una delle radio più ascoltate a Roma che scrive oggi sul Messaggero:

Poi è stato un attimo. Nella sera più brutta per chi, come me, il primo occhio entrando allo stadio lo butta verso la Sud, nella sera della partita con le curve chiuse, in un secondo ha deciso per me un’anima da sempre orientata verso la ribellione intellettuale. E quando ho sentito che una porzione maggioritaria dei settori accessibili (quasi tutti i Distinti Sud, un bel pezzo di Tevere e uno spicchio di Monte Mario) ha elevato alto nel cielo scuro sopra l’Olimpico quel motivetto sul Vesuvio che mai nella vita mi sarei sognato di assecondare, mi sono sciolto anch’io in un applauso liberatorio.

TRIBUNA STAMPA – Ero in tribuna stampa, è vero, e un giornalista nell’esercizio delle sue funzioni non dovrebbe esprimere consenso o dissenso in maniera così sfacciata. Ma sono un cittadino, prima di essere un cronista, e domenica sera ero un cittadino presente ad un evento di ribellione non violenta che in quel momento mi è sembrato giusto condividere. L’evento, non certo l’odioso canto. Il punto era un altro: quello stadio “ripulito” dai razzisti tenuti finalmente fuori – questo almeno deve aver pensato il burocrate tipo che da sempre decide per i tifosi senza mai aver messo piede in uno stadio – ricantava, e con rinnovato vigore, lo stesso coro dei reietti. Semplice e spiazzante provocazione intellettuale di massa.

Così però, dice la vocina della coscienza tifosa, ci va di mezzo la Roma: dopo i settori chiusi ci sarà lo stadio vuoto e poi la penalizzazione in classifica. Forse sì, forse no. Forse il dibattito che solo questa ribellione, e non altro, ha favorito porterà tutti ad un’altra riflessione: quella norma è semplicemente sbagliata e va cambiata.

Lo ripeto, come ho avuto modo di scrivere altre volte.

Caro Lo Monaco, come lei stesso scrive si tratta di un motivetto razzista, quindi giustificarlo in qualsiasi modo non conforta alcuna libertà civile o ribellione che dir si voglia. Al di là delle questioni calcistiche. Perchè in questo caso non si parla di quelle, diciamocelo francamente.

E questo senza scendere nel merito di questioni, principi e battaglie ultras (a tal proposito trovo meraviglioso ed intelligente  lo striscione apparso proprio a Roma sulla discriminazione portata avanti dalla lega e sulla sua redditività economica, un plauso a chi lo ha realizzato). E, come lei, concordo sul fatto che il rimedio creato dalla federcalcio sia perfino peggiore del coretto (tra l’altro, se è una questione di principio, perchè la discriminazione territoriale non viene addotta anche per altre città italiane? Perchè non vengono confezionati cori del medesimo tenore? Si sortirebbe il medesimo effetto, È solo mancanza di fantasia?). Si tratta di un problema culturale. Si risolve chiudendo i settori di uno stadio? Ho i miei dubbi se poi altrove trova impunemente espressione. Ma almeno apre una discussione su un tema taciuto per anni e anni.

Ma qui le problematiche sono altre. E provi ad astrarsi dal contesto calcistico. Perchè il calcio in Italia è sempre stato anche altro. A meno di non voler considerare gli stadi come una enclave o un porto franco.

Voglio dire, avrebbe senso, la sua analisi ermeneutica, se la squadra di casa giocasse contro quella partenopea, ma il fatto stesso che vengano levati in maniera estemporanea (ed ingiustificata) quasi ovunque, quando di napoletani non se ne vede neanche l’ombra, lascia, onestamente, disperare sulla motivazione esclusivamente calcistica. Non crede? Allora , forse, non le viene il lontano dubbio che,in quel caso, si tratti non di un attacco alla squadra di calcio, ma all’intera città, proprio come quando si invoca il Vesuvio?

Inoltre quei cori spesso precedono il : colerosi, senti che puzza scappano anche i cani, meglio ebrei che napoletani, terremotati e la celeberrima intervista di quel tale giornalista della Tgr Piemonte “e i napoletani li riconoscete dalla puzza?”. Per non parlare di recente di dottissimi commenti in calce alla versione web di alcuni quotidiani, sull’episodio dello scippo sventato a Napoli: “meglio tenerci i negri che i napoletani”.

Più volte, noi cittadini che “del calcio non ce ne frega nulla”, abbiamo lamentato il fatto che in tale gerarchia il razzismo contro i napoletani ed i meridionali, abbia un posto, anche in questo caso, poco importante. Liquidato a goliardia e barzelletta. Uno sfottò.

Dai cori negli stadi alle dichiarazioni di ex esponenti di governo, è un fiorire di insulti ed invocazioni al Vesuvio ed all’Etna.

Il problema è che l’insulto razzista verso i meridionali, ormai endemico nella società italiana a certe latitudini, è diventato inostenibile.

E ciò comporta un vulnus ed una discriminazione, a volte latente ma non troppo, proprio a Nord del Garigliano. Che lei, ovviamente non può capire. Ma immagini cosa vogliano significare, riprodotti nella vita quotidiana, fuori dallo stadio, per chi di calcio proprio non se ne frega nulla. E di queste ragioni non sa che farsene. Resta l’insulto e il razzismo. Volgare, sciatto.  Altro che lotte per i diritti civili.

Gli episodi di discriminazione, che ora trovando conforto e maggiore eco anche nei social network, vengono denunciati, si moltiplicano.

E, mi creda, a Napoli, non gli ultras ma la popolazione, così come i napoletani e i meridionali sparsi per l’Italia si sono davvero stancati di tollerare. Perchè quelle manifestazioni di libero pensiero nascondo ben altro retroterra e considerazione, su,lo sappiamo tutti, finiamola di ammantare tutto con un finto buonismo ed una ipocrisia da “libro Cuore” e da tutela della libertà d’opinione. Perchè, lo sa anche lei, “non fare il napoletano” fuori dalla Campania viene usato non come sfottò, ma come insulto. Per biasimare comportamenti poco virtuosi. È su questo indice che va misurato e contestualizzato il resto.

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