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La balla del Sud che non sa spendere. L’origine dell’equivoco.

Taglio del cofinanziamento per i fondi europei al Sud? Ma si chissenefrega, alla fine della fiera non erano mai in grado di spenderli i soldi messi a disposizione o ,peggio ancora, li sprecavano. Questa la vulgata.

Lo scorso 24 settembre pubblicavo un post in cui davo conto di un allarme lanciato dalle istituzioni europee in cui si “ammoniva” l’Italia per l’inadeguatezza amministrativa, vera causa e radice della cattiva gestione dei fondi messi a disposizione dall’ UE.

Lo stesso ha fatto la Banca d’Italia, secondo cui il ritardo «è riconducibile a
una pluralità di cause: nuove e più complesse regole operative per l’attuazione dei programmi comunitari; una maggiore incidenza di grandi
progetti infrastrutturali, la cui gestione è particolarmente complessa; i vincoli di bilancio che hanno ostacolato le capacità di cofinanziamento statale e regionale».

La questione, dunque, è molto più complicata della riduzione (sovente lombrosiana) a semplice incapacità meridionale nell’utilizzo delle risorse.

Oggi il professor Viesti dalla pagine de Il Mattino spiega bene il fenomeno, partendo dai dati pubblicati dal portale OpenCoesione in cui la Banca d’Italia presenta dati sull’avanzamento finanziario a fine 2013 di 750.000 progetti cofinanziati dai fondi europei, confinanziamenti pubblici pari ad oltre 50 miliardi di euro.

Scrive Viesti, partendo da una differenziazione della natura degli interventi e distinguendo fra «acquisto o realizzazione di servizi», «concessione di incentivi a imprese», «concessione di contributi ad altri soggetti» e «realizzazione di lavori pubblici», e altre tipologie minori:

i dati confermano un avanzamento finanziario complessivamente basso,migliore nelle
regioni del Centro-Nord (65,5%) rispetto a quelle del
Sud(50,1%). Allo stesso tempo confermano
una dato spesso trascurato nei commenti: la dimensione media degli interventi è più elevata al Sud rispetto al Centro Nord.

In soldoni, a differenza che al Centro Nord al Sud le risorse vengono utilizzate per interventi più complessi, come le per opere pubbliche.

Quello che rileva Viesti è che dalla riclassificazione emerge chiaramente
come il ritardo sia molto più  alto nel caso dei lavori pubblici, in entrambe le circoscrizioni (Nord e Sud, ndr), rispetto a tutte le altre tipologie di interventi.

In pratica, per spiegarvi meglio, la costruzione di un asse viario è soggetto a ritardi che l’istituzione e la realizzazione di un corso professionale di tatuaggi non comporta. E comunque la costruzione dell’asse viario comporta ritardi tanto al Sud quanto al Centro Nord.

Incrociando altri dati, infatti, Viesti dimostra che per il solo 2013 se si prendono tutti gli interventi che non sono lavori pubblici (acquisti di beni e servizi, ad esempio), le regioni del Centro Nord avevano speso il 70,9% del totale. Una percentuale inferiore rispetto alle regioni Abruzzo-Molise-Sardegna (79,8%) e del tutto identica sia a Campania-Calabria-Sicilia (71,1%), sia a Puglia-Basilicata (70,1%).

Il discorso cambia se si considera la realizzazione delle opere pubbliche. Scrive Viesti:

Innanzitutto la percentuale di spesa è molto bassa in tutto il paese;
è del tutto simile fra Centro Nord (44,4%)e Mezzogiorno, con l’eccezione
delle regioni Campania, Calabria e Sicilia dove è ancora inferiore
(27,9%). Il ritardo complessivo del Sud, di cui tanto si parla, dipende
quindi principalmente dal fatto che al Sud i lavori pubblici pesano molto
di più (50%) che al Centro-Nord (19,8%) sul totale della programmazione.Questo accade sia per le maggiori carenze nelle dotazioni che ci sono nel Mezzogiorno (che richiedono nuovi interventi) sia per le stesse normative comunitarie, che riducono la possibilità di finanziare infrastrutture al Centro Nord.

La conclusione cui arriva dunque è semplice e l’invito ad analizzare in profondità i dati che provengono dalle regioni: l’assunto mistificatore è quello di affermare che “Il Sud non spende o non sa spendere” e non comprendere, invece, che i “ritardi” o la mancata spesa derivano dalle maggiori criticità derivanti dalla realizzazione di opere pubbliche che caratterizza tutto il Paese con maggiore incidenza, tuttavia,in Sicilia, Campania e Calabria; ciò a causa, secondo il professore pugliese, sia alla loro dimensione, sia alla pluralità di soggetti realizzatori sia alle capacità di questi ultimi.

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