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“La coccarda rossa”: tavole a fumetti che raccontano il brigantaggio postunitario. Craveri: sbagliato, sarebbe come assecondare la mafia

Anche il quotidiano La Repubblica, nella sua edizione napoletana, tra le pagine della cultura, dà conto di un dibattito che portiamo avanti da qualche anno, sul fenomeno del brigantaggio postunitario, proponendo la recensione di una serie di tavole a fumetti.

“La coccarda rossa” questo il titolo dell’opera dello storico Mauro Mercuri, con la sceneggiatura di Carlo Bazan e i disegni in acquerello di Carlo Rispoli. «Difficile ridurre a mera criminalità un fenomeno che vide coinvolte oltre 80mila persone» così l’autore a proposito del fenomeno del brigantaggio post unitario. Complesso e variegato, impossibile da ridurre ad unicum, considerate la sfaccettature. Non tutti i briganti erano legittimisti, ad esempio, ma coloro che lo furono indossavano una coccarda rossa con giglio borbonico nel mezzo.

Molti contadini vessati dalle nuove tasse, cittadini impoveriti, legittimisti (fedeli alla monarchia) provenienti da Spagna e Francia ed ex soldati borbonici. Combattevano per re Francesco II, per la loro terra, le loro case. Che siano stati eroi o criminali sovversivi è argomento su cui la storiografia ancora s’azzuffa. Certo è, che dal 1860 al 1870, nel
Mezzogiorno si combatté una vera e propria guerra civile, che causò migliaia di
morti.

Una guerra che conobbe una legislazione d’emergenza, come la famigerata Legge Pica (una profilassi di tipo coloniale, come la definirono alcuni parlamentari del tempo) che istituiva il reato di brigantaggio, sospendendo tutte le garanzie che un embrionale stato di diritto concedeva ad altre latitudini del Paese con una malcelata presunzione di colpevolezza per chi risiedesse nelle regioni meridionali.

Il Paese unito due anni prima veniva diviso sulla Costituzione: nel centro-nord osservanza delle garanzie costituzionali, al Sud lo Statuto Albertino diventava carta straccia. A vantaggio del potere militare, che calpestava il principio del giudice naturale e mortificava il diritto alla difesa. A proporre la legge fu un deputato abruzzese: Giuseppe Pica. (Gigi di Fiore).

 

La vicenda è ambientata nel Sannio, in un paesino dal nome fittizio, Ponte Pago (evidentemente l’autore intende così, tessendo un filo, omaggiare la memoria di due paesi proprio del Sannio, Pontelandolfo e Casalduni rasi al suolo da una rappresaglia dell’esercito di Cialdini, contro un’azione di guerriglia compiuta dai briganti, “dei due paesi non deve restare pietra su pietra” ordinò il generale).

Protagonista è Nicola Cardone, ex sottufficiale della Guardia reale borbonica, fuggito dal carcere nel forte alpino di Fenestrelle. Nicola è uno di quei soldati che non tradirono il re nel momento del tracollo e, assieme alla sua compagna Rosaria e ad altri briganti, decide di riprendersi il paesino, cacciando via il sindaco e una truppa di guardie. L’inseguimento di un suo antico nemico, lo porterà poi ad imbarcarsi verso New Orleans da Napoli, per arruolarsi nelle truppe confederate durante la Guerra di secessione americana.

La scaramuccia di Ponte Pago avvenne in realtà a Pago Veiano il 7 agosto
1861. La reazione del Regio esercito fu violenta: nell’inseguire i rivoltosi fino a
Pietrelcina, i bersaglieri rastrellarono civili innocenti (incluse donne e infermi). Fu pochi giorni dopo, il 14, che avvenne la tragica rappresaglia di Pontelandolfo, in risposta all’uccisione di 45 militari. (Fonte La Repubblica).

 

Il quotidiano intervista anche lo storico Pietro Craveri chiedendo lumi proprio sulla questione. Così lo storico non proprio tenero col fenomeno del brigantaggio:

Una frattura profonda tra Stato e società, che per certi aspetti ricorda la camorra o la ndrangheta di oggi»[…]«Da un lato c’era lo Stato, dal-
l’altra una frangia del popolo in forte contrasto che non rappresentava un’alternativa politica. È impossibile pensare che dal brigantaggio si potesse costruire una diversa forma di Stato, vista la natura criminale del suo potere. E’ come se oggi si assecondasse la criminalità organizzata nella sua forma di anti-stato».

Ed ancora:

Dal canto loro, i piemontesi sbagliarono parte della strategia politica. Si sarebbe potuto creare, all’inizio, una nazione federale. Si scelse invece il percorso unitario, uguale in tut-
ta la penisola. E il modello di Stato che fu trasferito a sud era la copia diretta di quello piemontese,a sua volta ricalcato da quello francese post rivoluzionario. Molto più avanzato democraticamente, ma anche più incisivo e non accettato da tutti. Lo Stato centrale favorì la coesione, insistendo sulle didattiche elementari, dai tribunali all’ordine pubblico. Non solo, incentivò lo sviluppo delle comunicazioni, incentivando la nuova costruzionedi strade e ferrovie, che collegavano Napoli a Brindisi, Taranto e Reggio Calabria.

E’ innegabile che tra le bande di briganti vi fossero anche dei criminali senza alcuna aspirazione ideale, soprattutto nel periodo preunitario, ma Craveri ignora (o evita di ricordarlo) sia che il fenomeno considerato del brigantaggio postunitario coagulava intorno a sè anche esperienze ed aspirazioni socialiste, internazionaliste e libertarie (“la banda del Matese” dovrebbe fornire qualche suggestione in merito) sia che le linee ferroviarie sono rimaste ferme a due secoli fa e che per andare da Bari a Reggio Calabria, oggi, in treno, ci vogliono quasi 9 ore. Donde, dunque, tutto questo sviluppo per il Sud arretrato derivante dalla realizzazione dell’Unità?

 

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