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La Napoli seicentesca piena di imbroglioni di donne

Sta facendo molto discutere in rete una breve intervista, andata in onda nella rubrica del TG1 dedicata alla letteratura contemporanea.

Nella fattispecie leggo (e sento) di una candidata al Premio Strega, che è il premio più importante di letteratura contemporanea che viene assegnato in Italia, che così dichiara, presentando il proprio libro::

“La Napoli del Seicento era la città più grande d’Europa. Era già corrotta, sporca, puzzolente e piena di persone che cercavano di imbrogliare e di imbrogliare anche le donne”

 

Amen. Con quell’avverbio, “già” che implicitamente ammette una profonda continuità temporale, deteriore e fetida, tra la Napoli del XVII secolo e quella moderna. Insomma la civiltà s’è fermata più o meno verso Latina e non è più avanzata, in quattro secoli.

Evviva le generalizzazioni. Soprattutto se osservate con gli occhi dell’età moderna.

Diciamo che il diciassettesimo secolo non verrà ricordato per la pulizia un pò in tutta Europa.  E in qualche grande capitale europea, un paio di secoli dopo (mentre Napoli aveva il “Regolamento per la nettezza delle strade, ed altri siti”) la situazione non sarebbe migliorata. Su Londra, Benjamin Disraeli, ad esempio, scriveva, a proposito del Tamigi:

“una puzzolente pozza stigiana di ineffabile ed insopportabile orrore”.

 Col suo carico di epidemia di colera, anno 1854, nel quartiere Soho.

Nel XVII secolo, periodo a cui fa riferimento la scrittrice candidata al Premio Strega, Maximilien Mission scriveva a proposito di Napoli:

“La bellezza della sua posizione, la quantità di nobiltà che vi si vede, la moltitudine dei suoi mercanti, il gran numero dei suoi palazzi, la magnificenza delle sue chiese, tutto questo la rende considerevole… È ancora una delle più belle città del mondo, forse anche la più bella… Roma, Parigi, Londra, Vienna, Venezia e tante altre città famose hanno in verità dei bei palazzi; ma questi sono inframmezzati da brutte case, laddove Napoli è generalmente tutta bella

Nello stesso periodo Jean Baptiste Labat, aggiungeva:

Ciò che si trova a Napoli, e che non si trova affatto in tutte le altre grandi città d’Europa, è che tutte le case sono belle, con la maggior parte dei tetti a terrazza e le logge per prendere il fresco… Il selciato delle strade è grande, perfettamente tenuto e molto pulito. Oltre la cura che vi si ha nello spazzare le strade, le si inonda per rinfrescarle, e i torrenti d’acqua portano via con sé tutta la sporcizia

Questioni di punti di vista.

Insomma la storia del libro di cui sopra (accattivante) parla di un medico spagnolo che si innamora di una donna napoletana. Il tutto nel contesto di in una Napoli già sporca, puzzolente, corrotta dove girano individui che imbrogliano le donne (in cosa consisteva e consisterà poi “l’imbroglio alle donne” made in Naples evidentemente lo scopriremo solo leggendo “il libbro”.)

Ora io mi rendo conto che in 52 secondi non si possa presentare in maniera esaustiva il proprio testo, ma farlo rotolandosi in una serie di luoghi comuni, riferendoli, senza appello, all’attualità, sembra quanto meno superficiale. Gli avverbi a volte sono pesanti come macigni. Già.

E’ un pò come presentare un capolavoro come “I soliti ignoti” del Maestro Monicelli dicendo: “Roma negli anni 60 era già una capitale in cui se andavi al cinema la sera rischiavi di tornare a casa e di trovarti la casa svaligiata”.

O raccontare talune vicende personali dei protagonisti dell’Iliade, a latere della preparazione del cavallo, contestualizzando paradossalmente con: la Grecia era già un luogo dove se non controllavi bene, ti fregavano coi dati sullo stato dei conti pubblici.

Una piccola caduta di stile o semplicemente un errore di comunicazione?

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