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La parte cattiva dell’Italia: le distorsioni dei media nella narrazione del Sud

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Ci avete chiamati vittimisti, visionari, esagerati, bufalari, quando raccontavamo delle distorsioni dei media e della stampa nella narrazione del Sud (caso tipico è il programma domenica dei Giletti).

Ma il tempo e galantuomo e così, scopro per caso,  che pure due sociologi salentini, Valentina Cremonesini e Stefano Cristante, hanno deciso, con un volume pubblicato lo scorso anno dal titolo “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo”,  di sviluppare un’indagine  (dal tenore scientifico) sul tema.

La ricerca, prende in esame un trentennio di edizioni del TG1 e dei due maggiori quotidiani italiani, il Corriere della Sera e Repubblica, oltre ad alcune fiction televisive e film, blog, siti,  arrivando alla conclusione che, nel corso dell’ultimo ventennio, lo “storytelling” del Sud ha occupato sempre meno spazio nell’agenda dei media e si è progressivamente appiattito su una serie di luoghi comuni negativi: criminalità organizzata, arretratezza economica e culturale, corruzione, malgoverno, parassitismo.

Recita la sinossi:

Cos’è il Sud Italia nella comunicazione di massa? Come viene narrato? Queste domande hanno rappresentato il punto di partenza dell’indagine proposta in questo libro. “La parte cattiva dell’Italia” analizza con gli strumenti della sociologia della comunicazione gli elementi di un racconto meridionale che si sbriciola in una perenne altalena tra stereotipi e occasioni di innovazione. Il quadro che ne scaturisce registra una consistente rimozione dell’antica questione meridionale e un suo slittamento ideologico e semantico verso un apparentemente più tranquillizzante “Fattore M”, cioè un viluppo di problematiche e di atteggiamenti interpretativi che si fanno via via più chiari indagando telegiornali e testate nazionali, siti internet e opinioni di protagonisti dell’industria culturale. Oggi che tutti gli indicatori confermano la drammatica condizione del Sud all’interno di una crisi profonda e perdurante, occorre ammettere che la rimozione di un terzo dell’Italia dal dibattito nazionale non aiuta né il Sud né l’Italia.

Dalla abusata (seppur in qualche modo nobile) analisi sulla cosiddetta “Questione meridionale” ad una più semplice “Questione M”. Dall’analitica rappresentazione delle problematiche e dei fattori che hanno condotto all’arretratezza meridionale a  una narrazione negativa, pregiudiziale e stereotipata di un Sud su cui non vale più la pena porsi domande (né quindi investire) poiché afflitto da un irreversibile, connaturato, degrado economico, politico, sociale e culturale, è il prodotto di una serie di processi intrecciati e complessi.

 

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