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La primavera col fiume in piena…

Il buio è giunto da un pezzo, la pioggia non ha smesso di battere quando riprendo l’ultimo diretto, che si lascia alle spalle Villa Literno, l’odore acre della Terra di Fuochi e tutte le altre storie che la gente non conosce.

M’appiccio l’ultima sigaretta sulla linea gialla, vicino ai binari. Dal gabbiotto della Polfer qualcuno mi guarda distrattamente. C’è poca gente, e pure io, di sabato, faccio il cammino inverso degli emigranti. Direzione Nord. Esattamente Il cammino opposto della munnezza tossica.

Poca voce, barba umida, prendo posto su quel treno che per grazia di Dio non hanno ancora soppresso. E già questa è una piacevole novità, perché pure i treni, quelli da dieci euro, i regionali, in Campania come in Calabria, Sicilia e Puglia (in Basilicata ormai le stazioni sono  una figura mitologica) diventano rari e preziosi come una cinquina sulla ruota di Napoli.

E allora mi metto a scrivere e, penso, venitemelo a raccontare oggi che sono il figlio di un popolo di merda, un popolo omertoso. Chiamate gli sciacalli delle pummarole sane e i giornalisti di sensazionalistiche inchieste, e fatemi dire dove erano loro, quando venti anni fa qua la gente iniziava a fotografare roghi apparentemente privi di origine e spiegazione. Chissà a quale politico s’erano votati per assicurarsi il finanziamento pubblico.

Onestamente, io una cosa come quella di oggi non l’avevo mai vista, se non, con le dovute proporzioni, nei documentari, quando vedi questa lunga fila di uomini e donne di colore, che non lanciano pietre o fumogeni e lottano per una cosa semplice, i diritti civili.

Dite che il paragone è azzardato? Centomila e piu’ persone, che chiedono una cosa semplicissima, il diritto alla vita, valgono meno, di fronte alla storia, di quelle file di uomini che lottavano per i diritti civili, e per le pari opportunita’? Dite quello che volete, a me sembravano e sembrano la stessa cosa.

E badate che a Napoli oggi non c’erano solo i campani. C’ erano gli emigranti come me, che venivano d’oltre Garigliano, c’ erano gli abruzzesi, i pugliesi, i calabresi, i siciliani, i lucani.

Uaglio’ poche chiacchiere, oggi a Napoli, c’era una rappresentanza del sud che, come recitava piu’ di un cartello, si e’ stancata di essere l’immondezzaio delle lande progredite e civilizzate. O la vacca da mungere a furia di estrazioni petrolifere.
Ecco, io una espressione cosi sincera e commovente di amore viscerale per la propria terra, non l’avevo mai vista. Non qui.

E si, c’erano pure decine di cartelli contro la camorra, tanto per far contenta quella senatrice che l’altra volta disse di non averne visto neanche uno. Quei cartelli invero da qualche mese accompagnano tutte le manifestazioni nella Terra dei Fuochi. Anche nelle terre di Sandokan e Cicciotto ‘e Mezzanotte.

E altrettanti contro gli imprenditori che hanno sversato e lo Stato silente ed omertoso. Badate, non contro il governo, contro questo o quel partito politico, proprio contro lo Stato, nella universalità dei suoi organi e delle sue manifestazioni.

Io credo che questi centomila, oggi abbiano segnato un confine e , fossi nello “Stato”, un po’ inizierei a pensarci ed a riflettere. Perché  oggi ho visto occhi saturi d’offese e di pregiudizi, di stereotipi e monnezza morale. Saturi di politica clientelare, di bugie e di pizzo pagato il 27 del mese.

Quella “società civile” di cui, da anni, i salotti radical chic, rimproverano al sud la mancanza.

Ho visto gente comune, ed ho visto pure Pino Aprile col K Way ed il cappuccio sulla fronte, ed anche  uno, apparentemente fuori di ogni logica geografica, andare in giro con una cornamusa e melodie scozzesi, con una foga ed un impegno da olimpiade.

Ho visto pure il gonfalone della mia città natale ed il vigile in borghese che lo stringeva forte in mano. Con orgoglio e fierezza. E m’è sembrato come quei militari che durante la guerra, escono dalle rovine di un edificio, laceri, ma con la consapevolezza di aver recuperato e salvato la bandiera della propria Nazione. Ed allora mi sono sentito in dovere di accompagnarlo.

Perché, qua, forse, da oggi, per chi ci osserva, non siamo più solo pizza e mandolino, ma il principio di una delle primavere del Mediterraneo.

Ed allora, ho guardato le ultime luci della stazione di Falciano e quelle del neon del vagone, su cui scrivendo, sono ormai salito. E mi sembravano le luci dell’alba.

Ora, non facciamocele rubare, ancora.

 

 

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