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La scongiurata Guantanamo dell’Italia post unitaria

C’è stato un tempo in cui anche in Italia si pianificò una “Guantanamo” per deportazioni di massa.

 

Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio

 

Le intenzioni non era di qualche estremista leghista ante litteram ma di uno dei primi Presidenti del Consiglio della neonata Italia Unita: Luigi Federico Menabrea.

Siamo nel 1868, il brigantaggio al Sud tiene testa agli eserciti italiani e si susseguono le misure per la sua repressione che neppure la legge Pica del1863 (che di fatto inaugurava le misure emergenziali nel Sud, trasformandolo in una terra di frontiera, senza diritti goduti altrove) riusciva ad arginare.

Nemmeno la pena di morte dissuadeva i briganti, che sempre più numerosi si riunivano in bande. Così il governo italiano decide di cambiare strategia: deportare i briganti dall’altra parte del pianeta, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre dieci anni e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare una colonia penale per meridionali italiani.

È stata qualche anno fa la Gazzetta del Mezzogiorno, e la notizia fu ripresa poi da la Stampa di Torino, a riportare lo scoop storico rintracciando il progetto della «Guantanamo» piemontese nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina.

Secondo le carte, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il ministro della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia».

Anche questo secondo tentativo, oerò, si trasforma in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. (Fonte: La Stampa)

 

A quel punto Menabrea decide di rivolgersi agli inglesi chiedendo loro dapprima di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen) poi chiede loro di intercedere presso gli olandesi per istituirne uno nel Borneo.

Giovanni Visconti Venosta, senatore e più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».

Ma sia gli olandesi che gli inglesi oppongono un perentorio diniego dichiarando che non vedono di buon occhio l’idea della istituzione di un carcere extraterritoriale per deportati meridionali. L’ultimo tentativo viene posto in essere nel 1873 da Carlo Cadorna, che contatta il conte Granville, ministro degli Esteri inglese, riproponendogli la soluzione del Borneo. Ma incassa un secco, nuovo rifiuto da parte di Sua Maestà.

Idee ed intenzioni che, col condimento di paradossali generalizzazioni, ancora oggi si ascoltano in talune trasmissioni radiofoniche e televisive, purtroppo.

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