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La Shell abbandona la Basilicata?

shell La notizia è rimbalzata sui social ed è in attesa di conferma ufficiale da parte della multinazionale anglo olandese che non sappiamo se uscirà anche dalle joint venture nelle concessioni “Val d’Agri (Eni – Shell) e Gorgoglione (Total- Shell – Mitsuji) vendendo le proprie quote, dopo aver abbandonato le due istanze nel Mar Jonio. Un abbandono – secondo alcune fonti – che potrebbe essere dovuto dal “niet” dei 19 comuni lucani e campani sulle tre nuove istanze idrocarburi “La Cerasa, Monte Cavallo e Pignola”, ai quali si è aggiunta anche la Provincia di Potenza che all’unanimità dei consiglieri si è schierata contro.

Il presunto abbandono della Shell e dell’investimento di 2 miliardi di lire potrebbe essere interpretato anche come un “abbandono tattico”, ovvero solo annunciato finalizzato per spezzare le resistenze dei “comitatini”, oggi appoggiati da gran parte dell’opinione pubblica e parte delle istituzioni ed enti locali.

Ecco quanto scrive il quotidiano Italia Oggi on line: “La notizia è di qualche giorno fa: la Shell, che si candidava alle estrazioni del nostro petrolio in Basilicata, portando 2 miliardi di investimento, saluta e se ne va.

La multinazionale anglo-olandese ha capito che la vicenda dell’Italian oil, del greggio nazionale, si va mettendo male: non c’è solo il referendum ottenuto da molti governatori regionali a maggioranza piddina, che si terrà il 17 aprile, ma nel Bel Paese sta riprendendo forza il partitone antindustriale che pure Matteo Renzi aveva promesso di rottamare, quando aveva varato lo Sblocca Italia facendo indignare i comitati di mezza Italia e s’era impuntato perché a San Foca, nel Salento, si consentisse l’arrivo del gasdotto dall’Azerbaijan.

La notizia del dietrofront della Shell è stata accolta con giubilo dalle varie articolazioni dell’ecologismo patrio ma soprattutto da quelle de Pd del Sud, specialmente in Puglia e in Lucania, che non si sa se detestino di più il premier o temano maggiormente gli eventuali danni delle esplorazioni a mare. Piero Lacorazza, presidente bersaniano del consiglio lucano, o Michele Emiliano, governatore pugliese che ormai ha solo l’ambizione di diventare l’anti Renzi prima del collega toscano Enrico Rossi, hanno festeggiato con tweet estasiati la ritirata della multinazionale, continuando la loro campagna referendaria No Triv.

La vicenda del petrolio «made in Italy» porta alla luce l’ennesima contraddizione in casa dem, mostrando come in questo partito convivano un’idea moderna di sviluppo, che vuol conciliare crescita e tutela ambientale, e un conservatorismo militante che ripete il solito mantra secondo il quale l’unica ripresa per il Sud sarebbe quella di sole, mare, bei panorami e cibo insuperabile, ergo il turismo. Ma con camerieri immigrati. Tutti fanno infatti finta di dimenticarsene, ma il primo e principale sostenitore della necessità di trivellare in Italia si chiama Romano Prodi, il quale, in un articolo di tre anni fa sul Messaggero, avvisò che se non lo avessimo fatto in fretta, i Croati dall’altra parte dell’Adriatico,ci avrebbero depredato. Ora del Professore si può pensare tutto, ma non che si un bieco «industrialista», disposto a sacrificare il nostro ambiente per due barili di greggio in più.

La domanda centrale è infatti se sia possibile estrarre petrolio con un impatto ambientale accettabile, e se la crescita socio-economica che ne deriverebbe, possa valere i rischi. In Basilicata, dove Matera sarà capitale della cultura nel 2019, il Pd è convinto di no e si batte contro le trivelle. Invece di fare come a Stavager, al centro del distretto petrolifero norvegese, dove con le royalties petrolifere la città diventò capitale culturale nel 2008”.

Fonte: Organizzazione Lucana ambientalista

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