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L’Afro Napoli United vince i play off e sale di categoria. L’integrazione napoletana.

Succede anche questo, tra le pieghe della Napoli raccontata poco. Quella che non vive di un far west volutamente indotto, spesso più dai media che dalla realtà.

Succede anche questo in quella Napoli, multietnica, antirazzista, in quella dove si o’fatt nasce nir nir, come raccontava la celebre e per certi versi crudele, Tammurriata Nera, lo si chiama Ciro, senza troppi problemi. Bianco o nero è sempre grano quello che esce.

Questa non è solo un racconto da calcio di periferia. Dove l’odore di umido degli spogliatoi e quello della terra battuta, ti impregna le narici e ti pompa l’adrenalina a mille. E’ la storia dell’ Afro Napoli United: un coacervo multietnico (e per questo “napoletano”) di giocatori dilettanti, esordienti, qualcuno con un passato da aspirante professionista.

Tanti da formare due squadre di calcio che partecipano l’una al campionato FIGC, una promossa nel fine settimana dopo un campionato di  vertice, e la vittoria nei play off, dalla terza alla seconda categoria, l’altra nel campionato AICS.

E poca importa se, per tanta stampa restano, senza alcun intento razzista, ma pur sempre col malcelato intento di tenere una certa distanza, “la squadra degli immigrati”.

Un concetto, quello semantico della condizione di “immigrato”, tra l’altro, così difficile persino da associare a qualche giocatore, apolide, la cui unica cittadinanza di fatto è quella del ventre di Napoli, dei quartieri spagnoli.

Per il folto pubblico di tifosi che li ha accompagnati, tra i campi di quella periferia napoletana, fatta di palazzoni in cemento armato da architettura sovietica, dipinta, troppo spesso (con superficialità e paradosso), come capitale e centro nevralgico della malavita internazionale, e che ha sempre riempito gli spalti, reali e virtuali (ne ho seguito gli eventi ed i racconti da Rosario Dello Iacovo, uno degli admin della loro pagina Facebook), sono a tutti gli effetti napoletani. Mai un “buh”, mai un episodio di razzismo, oltre le normali tensioni della trance agonistica.

E poco importa se, ad altre latitudini, hanno dovuto inventarsi una nazionale col nome di un paese che non esiste per giocare al football. L’Afro Napoli ha scelto, ha scelto quella “nazione napoletana” fatta di condizioni e suggestioni dell’animo, oltre che di un passato comune, fatta di tolleranza e contaminazione. E di una lingua. Quel napoletano, che non è un dialetto, e che viene usato come idioma comune, tra le lingue diverse dei giocatori in campo.

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