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Le idee poco chiare del governo, sui fondi europei al Sud

Quest’oggi sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Andrea del Monaco, esperto di fondi strutturali europei, mette in rilievo alcune cotraddizioni del governo sui fondi europei. Contraddizioni manifestate da propositi che hanno un seguito diverso da quello enunciato.

A partire dall’annuncio fatto da Renzi nel discorso di chiusura della Festa dell’Unità di Bologna: «Noi i soldi sappiamo dove metterli: nell’edilizia scolastica, nella banda larga e nelle opere contro il dissesto idrogeologico. Noi sappiamo dove metterli ma devono essere investimenti slegati dalla cultura del rigore del patto di stabilità. La salvezza è nelle nostre mani, non in quelle europee, iniziamo a spendere bene i fondi europei». Peccato che, come scrive del Monaco:

secondo la Commissione Europea l’Italia non ha un progetto chiaro di sviluppo; nell’intervista al Sole 24 Ore del 28 agosto il Sottosegretario Delrio ha confermato il taglio del cofinanziamento nazionale ai programmi cofinanziati dai fondi UE per Calabria, Campania e Sicilia: probabilmente il Governo fa cassa per poter tagliare 20 miliardi.

Eppure il presidente Renzi ha appena dichiarato che gli investimenti devono essere slegati dal Patto di Stabilità. Qual è la versione ufficiale del Governo? Quella di Delrio o di Renzi? Se, come dice Renzi, gli investimenti non devono essere conteggiati nel Patto di Stabilità, perchè si taglia il cofinanziamento italiano ai programmi UE per il Sud? Solo per rispettare il tetto del 3% nel rapporto Deficit/PIL.

 

L’altra contraddizione che mette in evidenza del Monaco è questa:

A luglio il Premier ha per la prima volta ammesso che la ripresa non c’è. Il 14 agosto nel tour meridionale avrebbe dovuto annunciare un piano per il lavoro con i fondi europei: l’unico modo per offrire una speranza a disoccupati e cassintegrati meridionali: tale speranza diventerà realtà solo se il Governo spenderà bene quelle risorse e se non taglierà il cofinanziamento italiano ai programmi UE per fare cassa. Entriamo nel merito. Per il ciclo 2014-2020 l’Italia avrà dall’Unione Europea 42,1 miliardi di euro: 31,7 miliardi dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal FSE (Fondo Sociale Europeo); 10,4 dal FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale)

 

Ma a seguito degli annunci, per ora soltanto orali, del taglio del cofinanziamento, secondo del Monaco ci potrebbe essere una “sforbiciata di 10 miliardi di euro proprio per le regioni meno sviluppate:

In Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata è concentrata la maggior parte di quei 42 miliardi: 22,2 miliardi di FESR e FSE; 4,519 miliardi di FEASR. Questi fondi europei dovrebbero cofinanziare i programmi operativi regionali (POR) e nazionali (PON). L’Italia, come tutti gli Stati Membri della UE, dovrebbe cofinanziare al 50% i suoi programmi (il 35% dovrebbe venire dal Governo, il 15% dalle Regioni). Questo cofinanziamento al 50% dovrebbe essere garantito soprattutto per le cinque Regioni Meno Sviluppate. Vediamo la dotazione FSE-FESR per le singole Regioni (somma dei POR e della quota regionale all’interno dei PON) e gli ipotetici tagli al cofinanziamento: 1) la Basilicata avrà 863,3 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 448,9 milioni perdendo così 414,4 milioni; 2) la Calabria avrà 3031 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 1576,1 milioni subendo un taglio di 1454,9 milioni; 3) la Campania avrà 6325 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 3289 milioni perdendo così 3036 milioni; 4) la Puglia avrà 5120,2 milioni di euro: il suo cofinanziamento al ridotto 26% varrebbe 2662,5 milioni subendo un taglio di 2457,7 milioni; 5) la Sicilia avrà 6860,9 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 3567,7 milioni, perdendo così 3293,2 milioni.Qualora il taglio del cofinanziamento si limitasse a Campania, Calabria e Sicilia varrebbe 7,784 miliardi di euro; se fosse esteso a tutte le cinque Regioni il taglio varrebbe 10,656 miliardi.

 

Non potrebbe, la recente alluvione del Gargano, un motivo valido per opporsi a quei tagli, finanziando un piano di riassetto idrogeologico proprio per quelle regioni cui i fondi erano destinati?

A tal proposito conclude il giornalista sollecitando un piano di investimento pubblico simile a quello (efficace) che Franklin Delano Roosevelt creò nell’ambito del New Deal, il piano di investimenti pubblici che fece uscire dalla Depressione gli Stati Uniti. In particolare sul modello della Tennessee Valley Authority, una società di proprietà pubblica, creata dal Congresso americano nel maggio del 1933 per garantire la navigazione, il controllo delle piene, la produzione di energia elettrica, la produzione di fertilizzanti e lo sviluppo economico nella Valle del Tennessee, una regione particolarmente colpita dalla Grande Depressione degli anni ’30.

Dal proprio profilo Facebook, Marco Esposito, giornalista de Il Mattino, che da tempo si occupa della questione, lamenta una strategia comune a Sud nella rivendicazione di certi diritti.

Replica Esposito:

Il Mattino, come qualche mio lettore ricorderà, dieci giorni fa ha titolato a tutta pagina: “Fondi Ue, tolti 12 miliardi al Sud”. Ma a Bari non leggono il Mattino. Con dieci giorni di ritardo, dalla lettura di un articolo del Sole, si accorgono del problema. Il buon Andrea Del Monaco ricomincia il lavoro daccapo. Non si accorge dell’errore del Sole 24 Ore di aver scritto 26% invece di 25% e lo ricopia (la differenza è minima). Poi rifà i conteggi di quanto perde il Sud ma si confonde con le percentuali (passare dal cofinanziamento del 50% al 25-26% non vuol dire dimezzarlo ma ridurlo a un terzo) e quindi si indigna per i 10 miliardi persi dal Sud.

Il punto non è se i miliardi persi siano dieci o dodici. Il punto è che siamo divisi. Prima o poi si accorgerà della vicenda un calabrese o un siciliano. Ciascuno farà la battaglia per se stesso. E non c’è un posto (un giornale, un luogo, un parlamento) dove il Sud possa capire cosa accade e decidere cosa vuole.

Ecco perché il riscatto parte dall’Unità del Sud. Divisi siamo finiti.

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