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Le imprese padane scambiano col Meridione merci per un valore complessivo di 32 miliardi annui

Prima il Nord? Già, ma se il Sud non ha più un euro, anche il Nord rallenta fino a fermarsi. Questo a causa della forte interdipendenza che c’è tra le due macroaree a livello commerciale.

Qualche tempo fa, Carlo Trigilia, l’attuale ministro per la coesione territoriale, nel suo volume Non c’è Nord senza Sud, edito da Il Mulino nell’ottobre del 2012, metteva in evidenza con dati chiari questa forte osmosi.

L’estratto, che fu ripreso sia dal rotocalco online l’Inkiesta che dal giornalista Franco Bechis, mette bene in luce certi aspetti.

I dati impressionano. Negli ultimi vent’anni la spesa discrezionale, per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In contemporanea sono cresciute le spese per i consumi delle famiglie, sorta di sostegno al reddito (con soldi pubblici) andato ad alimentare, almeno fino alla grande crisi del 2008, i consumi di beni e servizi prodotti dalle Pmi distrettuali e dai sistemi di sviluppo locale, radicati nei territori manifatturieri dove la Lega nasce e fa proseliti. Quindi più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture. «Un ruolo del sud piuttosto marginale dal punto di vista produttivo, ma rilevante per la domanda di beni di consumo prodotti dalle imprese del centro-nord», riassume Trigilia.

Se guardiamo ai flussi di prodotti manifatturieri scambiati per macroaree italiane (Stime Svimez-Irpet), l’interdipendenza resta forte. La quota che dal Nord Ovest viene venduta al Sud è pari al 38%, dal Nord Est è pari al 31% e dal Centro al 29 per cento. «Le imprese padane scambiano col Meridione merci per un valore complessivo di 32 miliardi annui, in un mercato dove vivono e consumano 20 milioni di persone e la domanda di beni e servizi è più forte dell’offerta», spiegano i ricercatori dello Svimez. «La dipendenza del mercato economico meridionale da quello del Centro Nord resta molto forte nella subfornitura, ben oltre la quota dei trasferimenti pubblici». Le stesse aziende settentrionali completamente tecnologizzate e globali, che possono permettersi di«saltare» il Mezzogiorno, per Bankitalia sono una minoranza: 180mila su 4,5 milioni di imprese attive. E ancora. I circa 45 miliardi di euro annualmente trasferiti dal Centro-Nord al Sud, il cosiddetto residuo fiscale cuore del risentimento padano, «hanno finanziato importazioni nette di questa area pari a 62 miliardi dall’interno e a 13 miliardi dall’estero», ha calcolato l’economista Paolo Savona in un saggio pubblicato l’anno scorso dalla rivista Formiche.«In molte regioni le esportazioni interne hanno un peso elevato: in Lombardia hanno toccato nell’ultimo decennio il 52% del Pil annuale. Ma su questi dati – continua Savona – si assiste a una vera congiura del silenzio».

Insomma senza un forte mercato ricettivo al Sud, come nei fatti sta avvenendo, da locomotiva, il Nord diventa un tram…

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