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“Lo Stato non esiste, è connivente”

Così o’ninno, o’ boss Antonio Iovine, uno degli artefici della distruzione di un territorio, della sua gente e della umiliazione costante dei suoi abitanti:

«Anche la parte politica che dovrebbe rappresentare la parte buona dello Stato in effetti non esiste:è connivente, se non complice». Quanto basta ad inculcare la «mentalità casalese»,specie nelle giovani generazioni.Vede è quella che definisco la regola del 5 per cento (tangenti degli appalti), della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso sul nostro territoriolo Stato, del tutto assente nell’offrire possibilità alternative e legali alla nostra popolazione»

Ora al netto di tutte le considerazioni su un personaggio che la propria credibilità deve ancora dimostrarla e chissà per quali fini, quello che fa male rilevare è la conferma di uno Stato che in Campania e nel Sud, dai tempi della polizia affidata ai camorristi di Salvatore de Crescenzo, ha sempre scelto di delegare controllo del territorio e welfare state alla criminalità organizzata. Avallando, secondo anche quanto l’ex primula rossa sostiene, comportamenti disdicevoli e illegali. Se non altro quei settori dello Stato interessati ai voti dei clan, agli interessi e alle logiche di una industria nazionale che perdeva competitività sui mercati internazionali e che trovava nello smaltimento illegale dei rifiuti (al Sud ed in Africa), negli appalti truccati, un modo per abbattere radicalmente i costi da sostenere e per drogare il mercato.

Un complesso ramificato che raccoglieva voti e clientele e li trasformava in un sistema di potere trasversale, in cui luci ed ombre finivano per lambirsi e confondersi senza soluzione di continuità.

Un sistema che da una parte strizzava l’occhio fingendo di non sapere e dall’altra si offendeva quando qualcuno “osava” spostare i confini delle mafie e del malaffare oltre le latitudini meridionali dove, secondo vulgata, avrebbe voluto facilmente relegarli.

Il territorio moriva. Le denunce cadevano nel vuoto. Le informative dei servizi segreti (vedi il caso della discarica di Chiaiano) trasformavano le vittime (i manifestanti ed i comitati civici) nei carnefici.

l risultato? Un armageddon ecologico, antropologico ed imprenditoriale che ha svuotato e continua a svuotare la Campania ed il Sud, secondo quella che a volte appare una logica precisa, condita da campagne mediatiche ad hoc, e da una letteratura cinematografica che mitizza certi ambienti e personaggi, riducendo questa piaga ad un male circostanziato a quartieri e classi sociali, senza commistione alcuna con i colletti bianchi che siedono nelle stanze dei bottoni.

E quando qualcuno ha provato a restiture estetica e bellezza ai cittadini, tipo la Reggia di Carditello, s’è pure trovato di fronte i soliti intellettualoidi radical chic che “e sai quanti milioni di euro adesso per ristrutturarla”. Logico. Il bello rende liberi e pensanti. Ma i cittadini di certe aree devono rimanere silenti spettatori delle infiltrazioni liquamose delle manifestazioni di potere altrui. A Casale come a Scampia. Aree dove “o post” ha un prezzo. E se sei disperato e onesto o vendi calzini o, ti vendi l’anima al diavolo, paghi 50mila euro, e quel posto te lo compri.

Alle ultime elezioni europee, più di un meridionale su due non ha scelto alcun partito. Astenendosi, lasciando bianca la scheda o annullandola. E buona parte di chi ha votato, più che altrove, ha scelto comunque quella che viene definita “antipolitica”.

Mentre l’emigrazione continua, proseguono i roghi tossici,non si costruiscono asili, non si riparano le scuole e vengono tagliati i trasporti. Come se le mafie si colpissero solo con le leggi e non anche con la formazione.

E poi senti la Gelmini che “bisogna ripartire dal Nord”.

Fatelo per favore, anzi, jatevenne, andatevene proprio, lasciateci ufficialmente “soli”. Perchè la speranza come gli anticorpi non possono che venire dal territorio. Lo dimostrano tutti gli eroi dell’antimafia.

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