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Low cost made in Campania: così gli artigiani conquistano le griffe

Chi lavora nel settore aveva “annusato” questa tendenza da un po’ di tempo e cioè un cambio di strategia nella delocalizzazione fuori dai confini italiani ed un ritorno in patria sfruttando le opportunità offerte da alcune aree geografiche, come il Sud e la Campania in particolare, dove conviene produrre più che all’estero utilizzando manodopera altamente qualificata.

Succede ad esempio nel comparto calzaturiero dove l’area a cavallo delle province di Napoli e Caserta ha registrato un +10% nell’export ed un fatturato di oltre 2 miliardi di euro, capace di trainare anche tutto l’indotto legato alla logistica, trasporti ed accessoristica.

Sul punto sono concordi sia Unioncamere che l’osservatorio permanente di Intesa Sanpaolo :

“l’ottima qualità delle calzature confezionate in Campania si fa strada grazie alla capacità delle aziende di ridurre i costi a carico dei clienti”

ed ancora:

“L’ingresso delle nuove generazioni nelle aziende del distretto – soprattutto quelle a conduzione familiare ha profondamente innovato l’intero sistema. Le aziende hanno cominciato a introdurre processi in grado di rendere più efficiente la produzione”.(Fonte Il Denaro) .

 

Know how, qualità, maestranze qualificate, costi di gestione ridotti (grazie a decine di piccole aziende a conduzione familiare “la dimensione ridotta in questo caso sia un punto di forza perché garantisce una gestione meno dispendiosa e un profitto maggiore, soprattutto se il cliente è una grossa multinazionale”, secondo l’Osservatorio Intesa Sanpaolo) questo il segreto della competitività dei prezzi offerti dall’artigianato calzaturiero campano hanno conquistato anche le grandi griffe

Dior, Fendi, Ferragamo, Gucci, Lvhm, Max Mara, Prada, Saint Laurent, Sergio Rossi. Qualche esempio delle storie che stanno facendo la fortuna del polo? L’azienda Paolo Scarfora di Casandrino, 70 anni di lavoro alle spalle, punta tutto sul Made in Italy di eccellenza. Produce non più di 20 paia di scarpe al giorno, vende il 95 per cento del prodotto in America, dove si posiziona in una nicchia riservata alla clientela più esigente, e si fa pagare bene: tra gli 800 e 1200 euro per ciascun prodotto. Il fatturato medio annuale si attesta sui 2 miliardi di euro. Altro caso è quello del calzaturificio Dei Mille, che dal centro di Napoli si sposta ad Arzano, nel cuore del distretto, per abbattere i costi di gestione e realizzare un prodotto industriale ma di qualità superiore alla media. “Una scelta obbligata – spiegano i proprietari – per vincere la dilagante concorrenza cinese”. Risultato? 60mila scatole di scarpe prodotte ogni anno, 25 mila delle quali finiscono alle grandi Maison del settore. (Fonte il Denaro)

 

Il limite? L’incapacità di fare il “salto di qualità” creando network e consorzi  tra gli operatori e gli artigiani che elevino l’azienda dal livello prettamente “familiare” e che al contempo possano permettere  di tenere bassi i costi ed affrontare insieme, ancora in maniera competitiva, le sfide del mercato globale, creando, così,  occupazione e ricchezza per il territorio.

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