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L’ulivo è più di un’essenza, è una civiltà

foto bridgepugliausa

Sulle pagine de Il Mattino di qualche giorno fa c’era un interessantissimo articolo di Pino Aprile che spiga bene il rapporto tra la terra di Puglia ed i propri ulivi. Che poi è lo stesso rapporto che lega l’arbusto (non è un albero) ai popoli del Mediterraneo.

Ecco qualche stralcio:

«Gli ulivi pugliesi sono autoctoni, lo dimostra l’analisi del dna (pure quelli siciliani, ma imparentati con varietà del Nordafrica, portate dagli arabi). Nel Tarantino resistono uliveti selvatici, mai domesticati», spiega Gianni Pofi, agronomo, già dirigente della forestale, che ha censito e fotografato tutti quelli monumentali di Puglia.

A Savelletri, fra Bari e Brindisi, se ne ha una prova; ci sono alcune migliaia di esemplari, in 110 ettari, che paiono piantati da un tipo un po’ bizzarro: più o meno come capita, alcuni vicini, altri lontanissimi. La spiegazione è: lì c’era una foresta planiziale; i primi coloni eliminarono le altre essenze e lasciarono solo gli ulivastri (la pianta allo stato selvatico), che innestarono con cultivar domesticate. Quell’uliveto non fu piantato, ma riconvertito dall’uomo. Il lavoro fu fatto circa 2.500 anni fa; lo si è stabilito con studi condotti da Pofi e da specialisti del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia, intrecciando i dati con quelli archeologici della vicina città estinta di Egnazia.

 

Ed ancora:

Ma l’ulivo non è un albero, è un arbusto. Siamo convinti sia tipico del Mediterraneo, di cui è emblema, ma ne esistono più di quaranta specie, al mondo, sino all’Africa australe e all’Oceania (Jared Diamond, biogeografo, in “Armi, acciaio e malattie”). Solo in Mediterraneo, però, è stato domesticato. Per questo ci sono soltanto due radicali per le parole che indicano pianta e frutto: “elaion”, dal lineare cretese (affine al greco: la lettera “e” dell’alfabeto era un ulivo stilizzato), da cui il latino “olea”; e “zaitun”, arabo, da cui lo spagnolo “aceite” (olio).

L’ulivo è più di un’essenza, è una civiltà (“Dove l’ulivo si abbraccia alla vite”: Il sogno di Maria, Fabrizio De André), la nostra: quella che, per reciproco vantaggio, lega l’uomo a una pianta, il cui tronco, alle nostre latitudini, resiste circa quattro secoli, prima di dissolversi; ma può arrivare al millennio, se l’uomo ne dissoda le radici, ne pota i rami infruttiferi, rimuove il legno morto. L’ulivo, crescendo, non riesce a produrre tanto legno da tenere il tronco pieno; e comincia a svuotarsi al centro, sino a ridursi a una corona di legno che poi si divide in più parti (sino a cinque); ognuna delle quali si porta in dote, una quota delle radici, che si rinnovano più o meno ogni trent’anni.

Queste “nuove piante” (frammenti di quella originaria e con lo stesso dna) crescono dalla parte del sole e marciscono da quella in ombra; l’uomo rimuove il legno marcio. In questo modo, gli ulivi “camminano” e le nuove piante, che sono sempre la stessa, ma autonome, si allontanano le une dalle altre (calcolando di quanto, alle pendici del Pollino, il professor Alessandro Viola identificò un uliveto che, stando a fonti storiche, fu piantato da esuli troiani, 3200 anni fa). Un ulivo bimillenario, quindi, è una pianta che ha cambiato almeno cinquanta volte le sue radici e due-tre volte il suo tronco. Eppure è sempre la stessa!

Il che ci dice qualcosa di enorme: in millenni, son passati nella nostra regione decine di popoli, civiltà, guerre, pestilenze, siccità, inondazioni…, ma mai l’uomo ha tradito il patto con l’ulivo (io darò ristoro alle tue radici e ai tuoi rami; tu mi darai legno per il focolare, olive per la tavola, olio per la lanterna e il pane), altrimenti, l’ulivo sarebbe morto.

 

E sulla questione Xylella Fastidiosa, divenuto ormai un fatto più da cronaca giudiziaria che da analisi scientifica:

È proprio la Xilella a uccidere gli ulivi? Ed è accettabile che, se mostrano “sintomi ascrivibili a Xylella”, si estirpino “sulla base di ispezioni visive, senza alcun esame analitico”, come dispone il Ministero delle politiche agricole? «Che la Xylella produca dei disseccamenti è noto, ma non sugli ulivi», dice, però, a MicroMega, Marina Barba, che dirige il Consiglio per la ricerca in agricoltura, ente pubblico di riferimento per tutti gli istituti di ricerca del campo.

Ci si perdonerà se si resta confusi, nell’apprendere che l’unico esperimento scientifico pubblicato sinora è del 2010, in California, e “ha avuto esito negativo: la Xyella non è risultata patogena sugli ulivi.”

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