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Meno redditi, meno fondi pubblici più migrazione: la fotografia degli Atenei del Sud

Stefano Paleari è il presidente del Crui, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, la settimana scorsa ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Renzi per costruire un’università migliore. Della missiva mi preme mettere in risalto due punti (capirete poi perchè):

1) un piano giovani che riduca drasticamente l’età media dei
docenti e dei ricercatori e che acceleri l’ingresso di giovani studiosi,
arrestandone la perdita degli ultimi anni;

2) un nuovo diritto allo studio che permetta l’accesso di più studenti nelle Università, con particolare riferimento alle aree più deboli del Paese;
6) una messa a regime del sistema di finanziamento delle Università che sappia coniugare sostenibilità, merito ed equità.
Punti messi nero su bianco non a caso. Ed infatti Marco Esposito nella sua puntuale analisi sul quadro delle Università del Sud scrive:
Meno redditi, meno fondi pubblici, meno docenti e più migrazione di studenti e professori dal Sud al Nord. Ecco cosa sta accadendo nell’unico settore nel quale il Mezzogiorno, nella sua storia antica e recente, non si era mai dovuto sentire indietro: la materia grigia.
L’allarme è stato lanciato anche dalla Banca d’Italia che rivela come sia calato e di molto l’iscrizione dei giovani meridionali alle Università sia locali che nazionali. Un calo che diventa un vero e proprio default dell’istruzione se si parla di ragazzi e ragazze appartenenti a famiglie meno abbienti.
Non solo, la sperequazione riguarda anche l’assunzione di docenti a seconda della geografia del Paese. Con i nuovi criteri assunti, spiega Esposito su Il Mattino:
in media in Italia viene sostituito un professore ogni due che vanno in pensione; ma con le regole attuali se vanno via due docenti a Napoli è possibile che l’assunzione sia fatta a Pisa.Nei «punti organico» quel che conta è un indicatore chiamato Isef che «premia» l’importo delle tasse universitarie. Cioè strizza l’occhio al reddito medio di un territorio e punisce le Università che cercano di garantire il diritto allo studio con rette più abbordabili.
Il risultato, secondo Esposito, è un sottofinanziamento degli atenei meridionali e una penalizzazione nel turnover che pure Paleari auspica.
La sperequazione nel finanziamento sarebbe, tra l’altro, frutto di una applicazione non omogenea del costo standard di ciascuno studente per ogni ateneo. Una volta calcolato,  infatti, per la ripartizione del finanziamento è stato utilizzato solo per un quinto il criterio del costo standard. Con il paradosso che, secondo quanto scrive Esposito, proprio con questo criterio la differenza di finanziamento tra l’Ateneo di Bologna, ad esempio, e quello di Napoli, sale a 50 milioni di euro in più a favore del primo.Cosa che non sarebbe accaduta se fosse stato utilizzato per intero il principio del “costo standard” per ogni studente, dove la differenza a vantaggio dell’Ateneo bolognese sarebbe stato di soli 5 milioni di euro. Risorse che pongono in svantaggio gli atenei meridionali anche per quanto concerne gli introiti incassati dalle rette pagate dalle famiglie; svantaggio che il finanziamento pubblico non attenua.

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