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Mentre a Milano si candidano ben due manager, a Napoli il solito cafone, zapatista sudista

Sul quotidiano Il Foglio, quest’oggi si discute di un presunto neoborbonismo zapatista demagistrisiano.

Per quelli che si stanno retoricamente rivolgendosi la domanda, si proprio sul Foglio, quel quotidiano che, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano :

“Certo, qualcosa al bilancio dello Stato è costato”: ha detto un rilassato Giuliano Ferrara parlando del suo giornale “Il Foglio” davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati nell’ambito dell’esame della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Qualcosa? 50 milioni 899 mila 407 euro, ecco per l’esattezza quello che “Il Foglio” di Ferrara è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno, 250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni. Una bella somma.


text-align: justify;”>Soldi anche dei contribuenti napoletani che, oggi, su quelle pagine, possono consolarsi leggendo della “mediocritá” della propria contesa elettorale rispetto a città come Milano dove si sfidano nientepopodimeno che due manager (sic).

L’occasione è una intervista al consueto professor Macry. Un accademico di grande valore che, ignoro per quale motivo, talvolta indugia ad una certa superficialità che , ex cathedra,gli è aliena.

Si legge:

Prima ancora, lo scorso 6 aprile, quando Renzi si è presentato nel capoluogo campano per parlare di Bagnoli, sventolava tra i militanti dei centri sociali partenopei (ostili al premier quanto in sintonia con il primo cittadino) una bandiera che rappresenta il Sud Italia entro i confini del Regno delle Due Sicilie. Certo, una stella rossa indica la preferenza per il format politico della repubblica popolare, ma il riferimento geografico è alla monarchia disciolta nel 1861.

insuMacry, che pure è docente di Storia contemporanea, dovrebbe tuttavia sapere che la bandiera a cui fa riferimento (quella della foto) riporta confini ben più antichi di quelli dei Borbone. Essendo quelli di una nazione che, più o meno con quei limiti politco geografici, esiste dal 1300, dagli angioini. Altro che Borbone. Quindi se accuse si devono opporre agli alfieri di quel vessillo con la stella rossa, sarebbero di “neoagioinismo” più che neoborbonismo (per la cronaca quella bandiera la si può vedere anche a libere manifestazioni di contestazioni alle camorre ).

cialdini

busto del generale Cialdini

Il professore ignora anche che la bandiera rappresenta l’identificazione di lotte e di istanze territoriali, caratteristica questa che è intimamente legata a tutti i movimenti della sinistra (cosiddetta) radicale degli ultimi dieci anni. Dai No Tav ai No Triv fino ai No Muos e ai No Grandi Navi. Nell’era della globalizzazione, non esiste battaglia o istanza politica in grado di prescindere dal territorio (e da una identità nella fattispecie fortemente meticcia. A Napoli esiste una squadra di calcio, formata da “immigrati” che scala le classifiche dei campionati minori, senza che nessuno mai gli abbia intimato di andare a giocare a calcio a casa loro)

Se per Macry la stella rossa è un format politico, per qualcun altro rappresenta una aspirazione legata al territorio, un po’ come avviene per i baschi e i catalani. La stella rossa sulla bandiera curda, ad esempio, è l’unico “format” in grado di opporsi sul terreno alle nefandezze dell’Isis in medioriente.

 

Sorrido a pensare che in Italia è (ed è stata) data cittadinanza amministrativa e politica alla bizzarra idea di Padania (con tanto di bandiera annessa ed esposta su sedi istituzionali del Nord), realtà priva anche delle caratteristiche di identità nazionale (a differenza  di quella napoletana).

Il senso dell’articolo del Foglio è, in fondo, quello di sollevare critiche a un De Magistis fuori dagli schemi della politica nazionale, accusato di localismo e sciovinismo:

tanto sciovinismo rimane l’immagine plastica di una città che fino a non molto tempo fa ha espresso leader e pensatori di respiro nazionale, ma che ora è chiusa su sé stessa. “A Milano, piaccia o no, si candidano due manager – conclude Macry –. A Napoli, dove manca progettualità, i gruppi imprenditoriali hanno fatto cilecca e l’emigrazione giovanile è forte, il livello della contesa è mediocre”.

A parte che mi interesserebbe capire quali siano i criteri determinanti per assegnare la patente di “pensatore di respiro nazionale” (categoria questa che nell’era della liquidità della comunicazione e della trasmissione del pensiero a livello globale, si fa fatica a definire. Mi viene in mente, ad esempio, a tale proposito, l’opera di Franco Arminio, irpino, inventore della paesologia, disciplina che fa della speculazione dei confini del proprio piccolo paese, un’arte riconosciuta a livello internazionale) piuttosto che no, e stupisce che il giudizio di valore sulla contesa amministrativa derivi dal’albo professionale del candidato (a Milano si candidano ben due manager !!!).

Allora proviamo ad entrare nel merito del lavoro di uno dei manager candidati che si è trovato a gestire non fondi privati, ma quelli della collettività con questo risultato. Secondo quanto scrive Il Fatto Quotidiano:

 Il comunicato stampa di Expo si limita infatti a dire che in giornata “ha avuto luogo la consegna da parte del dott. Giuseppe Sala, a termini di legge, del rendiconto sulla gestione, del conto economico e dello stato patrimoniale della società al 31 dicembre 2015 e relativa integrazione fino al 18 febbraio 2016, data di effettivo insediamento dei liquidatori. Da detta documentazione risulta un patrimonio netto a fine 2015 di 30,7 milioni di euro, rettificato alla data di messa in liquidazione della Società in 23 milioni di euro”. Numeri che, come detto, non cancellano le perdite del 2015,valutate in 30,6-32,6 milioni nella relazione del cda discussa dai soci nell’assemblea dello scorso 9 febbraio.

Niente di nuovo insomma, snobismo accademico, radicalscicchismo che , questo si, a Napoli ha radici antichissime e che vede da una parte una certa dotta borghesia ergersi a censore di quella massa informe del “popolo vascio”. Lazzarume incapace di esprimere candidati in grado di porre in essere una certa progettualità. Tipo due manager “di respiro nazionale” (e poco importa se poi l’azione di certi manager generi fattispecie penalmente rilevanti. Per la stampa nazionale puzzano meno dell’aria dei bassi napoletani e del loro esasperato localismo).

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